Esteri
L'ANALISI •
Gaza, il vuoto che nessuno riempie
Hamas e Israele incagliati su cosa debba venire prima tra il disarmo e il ritiro. Dentro questo stallo si inserisce la partita politica palestinese. Hamas e Fatah hanno concordato un nuovo ciclo di colloqui al Cairo, in vista delle elezioni legislative fissate da Abu Mazen per il 28 novembre, essendo le presidenziali rinviate al 2027
22 OTT 26

(Foto Getty)
A tre anni dal 7 ottobre, Hamas non è stata disarmata. Eppure il disarmo è uno dei pilastri del piano approvato dal Consiglio di Sicurezza con la Risoluzione 2803 del 17 novembre 2025 (13 voti favorevoli, nessun contrario, astenute Russia e Cina), che ha accolto il Board of Peace come amministrazione transitoria e lo ha autorizzato a istituire una Forza internazionale di stabilizzazione. Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 ha lasciato una Striscia spezzata: la linea gialla assegnava a Israele il 53 per cento del territorio, ma secondo diverse stime il controllo israeliano ha raggiunto il 64 per cento in primavera e Netanyahu ha dichiarato di puntare al 70 per cento.
Il quadro è più mosso di quanto si dica. Il 6 luglio Hamas ha annunciato lo scioglimento del comitato che governava Gaza, per cedere l’amministrazione al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag), organo tecnocratico creato dal Board of Peace. Il 30 luglio ha accettato la roadmap in quindici punti del Board, che lega il disarmo al ritiro israeliano. Ma il Comitato non è mai entrato nella Striscia: Israele ha dichiarato che non lo permetterà finché Hamas non sarà disarmata. Hamas, dal canto suo, condiziona il disarmo al ritiro. E’ un cortocircuito di sequenze: nel frattempo il potere di fatto resta dov’è.
Dentro questo stallo si inserisce la partita politica palestinese. Hamas e Fatah hanno concordato un nuovo ciclo di colloqui al Cairo, in vista delle elezioni legislative fissate da Abu Mazen per il 28 novembre, essendo le presidenziali rinviate al 2027. Alcuni analisti, tra cui quelli dell’Ispi, avvertono che il dialogo potrebbe finire per far slittare il voto invece di renderlo possibile. Intanto Hamas, Jihad islamico e la corrente di Mohammed Dahlan, avversario storico di Abu Mazen e vicino agli Emirati, hanno formato un’alleanza elettorale, confermata alla stampa dal Jihad islamico. Su Linkiesta Marco Pierini ne coglie il senso: un cartello anti Fatah in grado di aggirare il vincolo che lega i candidati al programma dell’Olp.
Questo scenario pone due questioni. La prima riguarda la persistenza di Hamas. Governare un territorio non coincide con il possesso delle armi: contano gli stipendi, la polizia, i servizi, le reti familiari. La campagna militare ha distrutto buona parte delle capacità offensive del movimento, ma non ha prodotto un’alternativa amministrativa. E se il comitato incaricato di subentrare non può entrare, il vuoto resta occupabile. Per questo la forza, da sola, non è risolutiva e, per questo, il vero banco di prova del piano non è la sua approvazione ma la sequenza: verifica del disarmo, ritiro per fasi, ingresso dell’Ncag.
La seconda riguarda l’interlocutore. Hamas figura nell’elenco Ue delle organizzazioni terroristiche, e il Quartetto aveva chiesto già nel 2006 di rinunciare alla violenza, riconoscere Israele e accettare gli accordi precedenti. L’unità nazionale è un obiettivo comprensibile per i palestinesi, ma un’unità costruita senza queste condizioni è incompatibile con il quadro internazionale da cui dipendono ricostruzione e aiuti. E un cartello elettorale rischia di dare legittimità alle urne a chi non ha sottoscritto alcun impegno.
Questo non assolve l’Autorità nazionale palestinese, che ha un evidente deficit di legittimazione. Abu Mazen fu eletto nel 2005 per quattro anni e il suo mandato è scaduto nel 2009; le ultime legislative risalgono al 2006 e il Consiglio legislativo, fermo dal 2007, è stato sciolto nel 2018. Sul fronte delle riforme ci sono passi formali: un decreto del febbraio 2025 ha abolito il sistema dei sussidi ai detenuti e alle famiglie degli attentatori, ma Israele e Washington sostengono che i pagamenti siano continuati in altre forme, anche se l’Anp lo nega. Un’abitudine consolidata. Sui libri di testo, secondo IMPACT-se, il curriculum 2025-26 resta sostanzialmente invariato nonostante l’accordo del luglio 2024 con l’Ue, che condiziona i finanziamenti alla revisione dei contenuti; ad aprile il Parlamento europeo ha approvato risoluzioni di condanna. E’ cambiato qualcosa? L’Anp ha sempre respinto l’accusa di incitamento. Altra abitudine consolidata. Fatah resta la componente maggioritaria dell’Olp e controlla l’Anp, ma il suo potere poggia più sull’inerzia che sul consenso.
Un’ultima considerazione, sul metodo. Si sostiene spesso che la democrazia sia una categoria poco adatta al mondo arabo. L’esperienza in parte dice altro: i cittadini arabi di Israele, circa un quinto della popolazione, votano, eleggono propri rappresentanti alla Knesset e nel 2021 un partito arabo è entrato per la prima volta in una coalizione di governo, pur fra tensioni e disuguaglianze che il dibattito israeliano discute apertamente. Forse che la democrazia sia buona cosa anche per gli arabi, se amministrata da Israele?
A ogni modo, il piano promosso dall’Amministrazione Trump e fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza è, piaccia o no, l’unico oggi dotato di legittimazione internazionale e di una sequenza operativa, collocandosi nello scenario politico degli Accordi di Abramo. Se resta incagliato tra il disarmo che Israele pretende prima del ritiro e il ritiro che Hamas pretende prima del disarmo, si cristallizzeranno due entità palestinesi separate, con Hamas libera di riarmarsi e ogni prospettiva politica più lontana.
Il piano dovrà inoltre reggere un calendario che non dipende da chi lo ha scritto. Israele vota il 27 ottobre per il nuovo Parlamento, gli Stati Uniti il 3 novembre per le elezioni di metà mandato, i palestinesi il 28 per le legislative. In Israele la campagna elettorale si intreccia con la questione iraniana: Netanyahu parla di segnali di possibili attacchi prima del voto, l’ex premier Ehud Barak lo accusa di preparare una guerra che farebbe slittare le urne, mentre il capo di stato maggiore Eyal Zamir, secondo Canale 12, avrebbe avvertito gli americani che un conflitto imminente potrebbe rendere impossibile votare in tempo. Trump ha escluso un attacco prima del voto americano, ma ci si può ancora fidare delle parole sempre molto variabili del presidente degli Stati Uniti?
Intanto le piazze europee si riempiono di giovani che, in nome della Palestina, danno fuoco ai licei o malmenano rabbini, i social straboccano di nonne che hanno fatto il ’68 e ora versano lacrime su ogni fake e le università italiane – come a Torino al Campus Einaudi proprio il 7 ottobre – offrono spazio a dibattiti in cui si parla di Israele genocida nei confronti dei palestinesi da più di ottant’anni. Ovvero da ben prima della nascita dello Stato. Ignoranza e antisemitismo a braccetto possono aiutare a stabilizzare la situazione a Gaza? Crediamo di no, anche se i partiti di sinistra con qualche deviazione a destra (vero, generale Vannacci?) dicono che va tutto bene e il ddl Antisemitismo non serve. Come evidentemente non serve neppure più lo studio della geopolitica. Chiediamo ai nostri giovani e meno giovani in kefiah da quanto tempo non si vota in Palestina. E perché. Otterremo risposte interessanti.