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Mélenchon e i suoi pompieri piromani: “Abbattete la cittadella e il vecchio mondo”
Se la France insoumise non è all’origine del movimento che da tre settimane mette in crisi il paese, ne è l’amplificatore indiscusso, come accadde per la Nuit debout, i gilet gialli tre anni dopo e le rivolte urbane dopo la morte di Nahel
20 OTT 26

(Foto Getty)
Odore di bruciato e profumo di vittoria. Sommosse liceali e prodromi della rivoluzione politica. La Quinta Repubblica francese è sotto attacco e Pascal Bruckner sul Figaro evoca un “colpo di stato silenzioso”. “Spazzeremo via il vecchio mondo”, aveva appena detto Clémence Guetté, vicepresidente dell’Assemblea nazionale e dirigente della France insoumise. “Abattez la citadelle”. Abbattete la cittadella. Così Jean-Luc Mélenchon alla festa dell’Humanité. La filosofa belga che ispira gli insoumise, Chantal Mouffe, teorizza la “democrazia antagonista”. Un discorso efficace tra i giovani che dicono “Acab” (tutti i poliziotti sono bastardi) nelle manifestazioni. Mélenchon riprenderebbe lo slogan? “Dipende dai giorni e dalle ore”, risponde al Monde, divertito. E i poliziotti feriti dagli attacchi? “Si chiamano i rischi del mestiere”, taglia corto Mélenchon.
Secondo Mélenchon, Parigi è come Soweto nel giugno 1976, quando studenti neri manifestarono contro l’introduzione dell’afrikaans come lingua ufficiale dell’insegnamento e la repressione fu terribile. Per disperdere la folla, la polizia sparò causando diversi morti. In un libro poco conosciuto, “À la conquête du chaos” (1991, Denoël), Mélenchon spiegava la necessità di un clima di “insurrezione permanente”. In un altro libro, “Le Choix de l’insoumission” (2016, Seuil), l’ex lambertista affermava che nel socialismo radicale esiste “un’esitazione tra la via delle barricate e la via delle urne”.
Se la France insoumise non è all’origine del movimento che da tre settimane mette in crisi il paese, ne è l’amplificatore indiscusso, come accadde per la Nuit debout, i gilet gialli tre anni dopo e le rivolte urbane dopo la morte di Nahel. E ieri l’eurodeputata Rima Hassan è andata a processo per “apologia del terrorismo”, dopo che sui social è parsa giustificare un attentato all’aeroporto di Lod in Israele.
“La violenza può essere legittima” secondo Bally Bagayoko (sindaco insoumise di Saint-Denis). La dichiarazione è stata fatta durante i primi giorni dei blocchi dei licei. Bagayoko ha precisato di disapprovare la violenza, ma non ha rinnegato la frase, che ha portato all’apertura di un fascicolo della magistratura per istigazione. Da buon comunista di formazione, il sindaco simbolo delle sommosse usa una vecchia strategia: la violenza politica non si rivendica mai come tale, si presenta sempre sotto forma di risposta e di mezzo di espressione dei deboli di fronte ai potenti.
“Un tempo, i sindaci di sinistra, spesso comunisti, svolgevano un ruolo di pacificazione sociale nelle manifestazioni, spiegando ai giovani i limiti da non superare” ha detto ieri al Point lo storico delle banlieue Thibaut Tellier. “Oggi, un eletto, il sindaco di Saint-Denis, spiega ai giovani che la violenza è legittima”. E le innumerevoli scene di saccheggi e incendi hanno offerto alla destra un’occasione per denunciare la “strategia incendiaria” del suo avversario, accusato anche dai centristi di Édouard Philippe di “precipitare il paese nel caos”. In place Bellecour a Lione, il sindaco ecologista della città, Grégory Doucet, è fischiato da passanti che gli rimproverano di aver “organizzato (le devastazioni) con la France insoumise”.
“Le manifestazioni prendono la forma che vogliono, non andremo a fare i pompieri” secondo Antoine Léaument (deputato della France insoumise). “Non è nei quartieri che bisogna manifestare, piuttosto all’Eliseo”, ha detto David Guiraud (ex deputato oggi sindaco di Roubaix), che ha anche spiegato che “veniamo in pace, ma non chiamiamo alla calma”. “Luigi XVI? L’abbiamo decapitato. Macron? Possiamo ricominciare!”, secondo il consigliere regionale Christophe Prudhomme. Da Place de la République, Bettina Zourli, professoressa di Sociologia all’Università di Rennes e militante insoumise, si rallegra delle violenze e dei saccheggi a Parigi. Deputati della sinistra hanno reso omaggio a Maximilien de Robespierre con un viaggio ad Arras, città natale de “l’Incorruptible”.
Il deputato Antoine Léaument rende omaggio a Robespierre ogni 28 luglio, giorno della sua morte. Se non bastasse, cita Saint-Just: “L’unico avversario serio di un popolo è il suo governo”. L’incendio questa settimana del municipio di Limoges non può che evocare quello del municipio di Parigi da parte dei comunardi nel 1871. Per capire la visione di Mélenchon e la natura della politica che impartisce alle sue truppe, bisogna ascoltare il suo intervento, pronunciato un giorno del 2019, all’Assemblea nazionale, davanti a un emiciclo poco affollato: “Io sono l’erede, tutti lo sanno, di Robespierre, con cui non ho legami di parentela. Sono l’erede di Marx, che non ho mai conosciuto. E così via. Il nostro passato lo scegliamo noi. E persino la memoria che credete di possedere è una ricostruzione. E la storia, se è una scienza, non stabilisce alcuna certezza, altrimenti non sarebbe scienza. Accettiamo lo splendore del relativismo. Ed è proprio di questo che mi faccio paladino in questo momento”. Fino a dove si spingeranno prima di maggio? Il dato pericoloso non è solo il loro clientelismo a breve termine, ma il frutto della loro semina nel lungo periodo.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
