L'Egitto ha ancora paura di entrare in guerra contro gli houthi

Sisi annuncia un'operazione militare difensiva al fianco dell'Arabia Saudita, ma il Parlamento prende tempo. Tanti dubbi, ma anche tanti soldi in ballo

20 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 06:17
Immagine di L'Egitto ha ancora paura di entrare in guerra contro gli houthi
L’Egitto è pronto a entrare in guerra contro gli houthi e ad affiancare l’Arabia Saudita a scopi difensivi ma l’annuncio, fatto sabato dal presidente Abdel Fattah al Sisi durante una cerimonia all’Accademia di polizia, resta vincolato al via libera del Parlamento che era atteso per oggi ma è stato posticipato al 26 ottobre. Non è chiaro cosa si intenda per operazione “difensiva”, molti parlamentari hanno manifestato i loro dubbi – cosa non scontata per un organo spesso asservito al volere del presidente – e c’è il rischio di fare passare l’intervento contro lo Yemen come un favore a Israele innervosendo le piazze e, soprattutto, di diventare un target degli houthi.
Non ultimo, è arrivato il parere negativo di al Azhar, il centro religioso del paese e del mondo sunnita, che ha detto di prediligere la via della diplomazia in Yemen. Insomma, il piano di Sisi – già timido nelle intenzioni, anche perché richiederebbe una richiesta di aiuto esplicita che Riad non ha ancora ufficializzato – di schierare difese anti drone e anti missile in Arabia Saudita, non è ancora realtà. E’ possibile che il voto favorevole dell’Assemblea sia solo rimandato, ma il ritardo è in sé già una notizia per quella che è una dittatura militare a tutti gli effetti. Per Sisi, dimostrare di essere pronto a un intervento militare nel Golfo vale molto ed è una scelta obbligata per dare ossigeno al regime.
La tempistica del suo annuncio non è casuale. Venerdì scorso, un articolo di Asharq Bloomberg ha reso nota la trattativa tra Riad e la Banca centrale egiziana per il rinnovo dei depositi bancari pari a 5,3 miliardi di dollari, a scadenza in ottobre. Si tratta di denaro liquido che i sauditi iniettano nella banca centrale e che è vitale per rimediare alle precarie condizioni economiche dell’Egitto. Soldi a parte, la solidarietà offerta da Sisi a Mohammed bin Salman è anche una reazione a lungo attesa per gli enormi danni causati dagli houthi all’economia egiziana. Dal 7 ottobre 2023 l’Egitto ha perso 11 miliardi di dollari, stima fatta dal ministero degli Esteri del Cairo, a causa della chiusura dello Stretto di Bab el Mandeb, che ha avuto ripercussioni anche sui traffici lungo Suez. Sulla decisione di Sisi pesa, secondo alcuni osservatori, anche la volontà di rispondere all’interventismo in Yemen – a dire il vero più annunciato che fattuale – da parte di Turchia e Pakistan, unite a Riad con il Patto della Mecca. Infine un altro aspetto cruciale preso in considerazione dal presidente è la nutrita popolazione egiziana che vive e lavora in Arabia Saudita e che chiede protezione dagli attacchi degli houthi.
La tenuta economica e sociale del paese passa anche dalla guerra nel Golfo, ed è qui che emerge la grande ossessione di Sisi: quella di preservare il regime, a ogni costo. Da mesi, a ogni uscita pubblica, il presidente egiziano non fa che lanciare allarmi sul rischio di una nuova Primavera araba, sui pericoli che deriverebbero dal caos istituzionale se il popolo dovesse tornare in strada a protestare. “Parlate, raccontate alla gente, riferite ciò che è accaduto”, ha detto sabato riferendosi alla Primavera araba. “Perché stanno cercando di distorcere e cancellare la memoria, sostituendola con parole che – per Dio – sono menzogne. Per Dio, falsità. Per Dio, invenzioni”. Non vi fu alcuna urgenza democratica, nessun desiderio di libertà – dice Sisi – solo caos. Il 29 settembre, incontrando i rappresentanti delle istituzioni locali, il presidente aveva lanciato un messaggio più criptico: “Qualsiasi tentativo – e questo è lo sforzo che si sta compiendo – è volto a mettere lo stato contro se stesso. Se riusciamo a creare problemi tra le istituzioni, tanto meglio. Non è colpa mia, sono i cattivi: il ministero dell’Interno contro la magistratura, l’esercito contro qualcun altro”. Sisi teme che si aprano crepe nel suo entourage, quello che nel 2013 ha legittimato e protetto l’eredità del colpo di stato militare. Un timore sbandierato dal presidente a ogni occasione. Pur di mettere al sicuro il regime, Sisi sarebbe pronto persino a farsi da parte. Sempre sabato ha assicurato che “nel 2030 il mio mandato da presidente finirà e questo è fuori da ogni discussione”. Secondo Mada Masr, una delle poche fonti giornalistiche indipendenti del paese, Sisi si sarebbe spinto a dichiarare ad alcuni parlamentari che la sua scelta sarebbe dettata dalle lezioni del passato: “Non aspetterò che il ministro della Difesa mi dica di andare a Sharm el Sheikh”, avrebbe detto il presidente riferendosi a quanto accaduto all’ex presidente Hosni Mubarak per mano dell’ex ministro della Difesa, Mohammed Tantawi.
Ma dietro alle dichiarazioni formali, nessuno crede davvero al passo indietro del dittatore – in passato aveva già fatto annunci simili, poi ciclicamente rinnegati – sebbene stavolta si sia spinto a indicare dove andrà cercato il suo successore. Ovviamente tra le Forze armate, e non è un caso che Sisi abbia dato questo indizio durante il suo discorso all’Accademia di polizia del Cairo, cuore dell’apparato di sicurezza del regime. Per il giornalista e storico egiziano Hossam el Hamalawy, “l’Accademia militare è diventata uno strumento per militarizzare la burocrazia civile, selezionando le reclute e sottoponendo insegnanti, diplomatici, funzionari pubblici e altri professionisti a un addestramento militare e a un indottrinamento ideologico. Sisi propone ora di estendere questo modello alla classe dirigente politica stessa”.
Alla finestra resta il figlio del generale, Mahmoud al Sisi, ipotesi finora scartata dal presidente, la cui parola però è tutto fuorché definitiva.