Esteri
svolta nel mediterraneo •
Il via libera all'accordo fra Libia e Turchia sui confini marittimi è una vittoria di Haftar
Il generale compie un altro passo verso la presidenza incassando la benedizione di Ankara. Un colpo duro per Grecia, Cipro, Ue e Israele

Dopo sette anni di contese, minacce e polemiche, ieri il Parlamento libico di Tobruk ha ratificato all’unanimità il memorandum siglato nel 2019 che delimita i confini marittimi fra Libia e Turchia. Per Saddam Haftar, è un passaggio cruciale che spiana la strada che a breve potrebbe condurlo a Tripoli, accolto da presidente di una Libia unificata. Almeno, questa è la speranza del vicecomandante generale di Bengasi, che in cambio della ratificazione dell’accordo marittimo, da ieri può contare anche sulla benedizione di Ankara come nuovo presidente in pectore della Libia.
Il memorandum sui confini marittimi era stato uno dei principali argomenti di divisione in Libia. Siglato dall’ovest e bloccato dall’est, dove ha sede il Parlamento, l’accordo era contestato da Egitto, Grecia, Cipro e Ue perché lasciava a turchi e libici la libertà di gestire lo sfruttamento energetico dei fondali di un tratto di mare enorme, inglobando pure Creta e Cipro. Il Parlamento aveva bloccato tutto per la profonda avversione che all’epoca Haftar, sostenuto dal presidente della Camera Aguila Saleh, nutriva nei confronti della Turchia.
Oggi i tempi sono cambiati perché i turchi parlano con tutti a est come a ovest. Gli appalti per la costruzione delle grandi infrastrutture – per esempio di larghe porzioni dell’Autostrada della Pace che in origine spettavano agli italiani – e l’addestramento dei soldati di Haftar finiscono per essere aggiudicati sempre più spesso ai turchi. Il piano americano per l’unificazione del paese, promosso dall’inviato speciale della Casa Bianca Massad Boulos, prevede un accordo che superi le vecchie divisioni e si basa sul consenso di tutti gli attori principali, Emirati Arabi Uniti e Turchia in primis. Haftar ha colto l’opportunità. A inizio di ottobre ha rimosso Saleh dalla guida del Parlamento, neutralizzando l’ultimo ostacolo politico all’approvazione del memorandum, sostituendolo con Al Salheen Abdel Nabi, un suo uomo. In ballo ci sono tanti soldi per Ankara nell’offshore. Nel giugno 2025, la compagnia nazionale libica Noc e la società turca Tpao avevano firmato un memorandum relativo allo studio di quattro zone marittime. Erano stati inoltre discussi rilievi sismici su 10.000 chilometri lineari. Ora il via libera del Parlamento facilita la realizzazione di questi progetti.
Dal canto suo, Haftar consegue una vittoria geopolitica enorme, dimostra che le vecchie geometrie sono saltate e di essere un leader capace di parlare con tutti. E’ partner della Russia, ma anche degli Stati Uniti – ha incontrato Marco Rubio lo scorso giugno e Vladimir Putin ad agosto. Dialoga con la Turchia, ma anche con l’Europa, di cui è partner in tema di immigrazione e sicurezza già da tempo. Saddam Haftar è l’esempio vivente dell’allineamento tacito che ha preso forma sull’asse Washington-Mosca con la seconda Amministrazione Trump. Un asse sostenuto anche dall’Italia, che appoggia ogni sforzo americano per l’unificazione del paese con Haftar presidente.
Le incognite sul futuro della Libia però sono tutt’altro che sparite. Resta da vedere come reagirà il premier dell’ovest Abdulhamid Dabaiba, fino a oggi l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. Il suo clan è diviso all’interno fra il nipote Ibrahim, favorevole all’accordo con Haftar in cambio di un ruolo di primo piano nel nuovo assetto americano, e il figlio Mohamed che invece sente i propri interessi economici minacciati. Ieri, in contemporanea col voto a Tobruk, il capo dei servizi segreti di Ankara, İIbrahim Kalin, è volato a Tripoli per un bilaterale con Dabaiba per discutere dei passi successivi. Poi c’è l’Egitto, che contesta la validità del memorandum fra Libia e Turchia e messo all’angolo dopo la rimozione di Saleh, che era il suo alfiere a Tobruk. Soprattutto ci sono la Grecia e Cipro e con loro l’Ue. Per oltre un anno Atene aveva tentato di ricucire le relazioni con Haftar per assicurarsi che l’accordo con i turchi saltasse. Ora, la contesa per lo sfruttamento delle risorse energetiche insieme alla minaccia della ripresa dei flussi migratori verso Creta rischiano di tenere sotto scacco la Grecia e l’Europa.
Infine, da lontano, anche Israele osserva interessato gli ultimi sviluppi. Per Benjamin Netanyahu il contenimento della sfera di influenza di Ankara parte dalla Siria ma arriva sulle coste di Bengasi. L’incontro segreto fra Saddam e Bibi, che si è tenuto il mese scorso negli Emirati Arabi Uniti, serviva a ribadire che Israele guarda con attenzione al Mediterraneo orientale. Gli ammiccamenti fra Haftar e lo stato ebraico continuano. Da ieri a Sirte è in corso un vertice internazionale su sicurezza e intelligence. Fra gli invitati c’è il rabbino israeliano David Rosen, figura di primo piano del dialogo interreligioso internazionale ed ex direttore dell’American Jewish Committee.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.
