Eisenkot mette il futuro di Gaza al centro della campagna elettorale

Il leader di Yashar promette che fra diciotto mesi Hamas non sarà più nella Striscia. Il peso delle parole e le geometrie elettorali

17 OTT 26
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Tel Aviv, dalla nostra inviata. E’ il momento di parlare di contenuti, non più soltanto del primo ministro Benjamin Netanyahu. Le campagne elettorali costruite contro qualcuno non vanno lontano, chi in questi anni ha sfidato Netanyahu ancora non ha appreso la lezione e, per il voto del 27 ottobre, la maggior parte degli oppositori al premier ha continuato a promettere prima di ogni cosa di liberare Israele dal leader del Likud. Finora non si è rivelata una promessa sufficiente, ma una cornice troppo ampia che andava riempita e, sebbene in ritardo, il primo a mostrare il quadro è stato l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar (dritto, onesto). E’ la persona che ha più possibilità di battere il premier, sebbene non sia un politico, sebbene non parli inglese, la sua forza è nella sua storia personale e militare e, arrivato al confine con la Striscia di Gaza, questa settimana ha osato fare una promessa, dando una scadenza, un azzardo che prima o poi presenta il conto. Ha detto che entro diciotto mesi risolverà i problemi con Hamas. Diciotto mesi sono cinquecentoquarantasette giorni, un anno e mezzo, quasi la metà del suo eventuale mandato da primo ministro. E’ stato cauto, ma ora tutti avranno un arco temporale da mostrargli o rinfacciargli. Eisenkot ha detto di più: cercherà di risolvere il problema collaborando con il Consiglio della pace di Donald Trump ma, se seguendo le regole del piano trumpiano Hamas rimarrà al suo posto, allora è pronto a intervenire militarmente. E’ stato il primo a parlare del futuro di Gaza in campagna elettorale, il primo a dire ad alta voce, davanti a un microfono, il non detto percepito da tutti: porre fine al dominio di Hamas può tornare a essere compito di Israele. Gaza per Eisenkot è una questione nazionale e personale, nella Striscia ha perso suo figlio, in quel momento straziante l’ex generale è diventato la nemesi del premier, che invece ha tenuto i suoi di figli ben lontani dalla guerra. 
Eisenkot parla poco e piano, con voce roca, non ha imparato le arti politiche, come tanti generali che prima di lui hanno cercato di passare alla sfida elettorale, e sembra che neanche abbia tentato di apprenderle. E’ andato al confine con Gaza per dire che Hamas si sta riorganizzando e il piano di Trump non può funzionare finché ci saranno i terroristi a gestire parte della Striscia, divisa dalla Linea gialla. Nella parte orientale della linea c’è Israele, dall’altra c’è Hamas. Dove c’è Tsahal è cominciata l’attività di ricostruzione di quella che è stata chiamata la nuova Rafah e i servizi di sicurezza israeliani hanno autorizzato tremila operai di Gaza a prendere parte ai lavori. Nella parte occidentale, invece, Hamas ha ricostruito il suo regno, con meno mezzi di prima, ma comunque usando armi, minacce ed estorsioni per mantenere il controllo del territorio. Hamas monitora cosa entra nella Striscia, impone tasse, decide cosa deve essere pagato in contanti e quanto e spesso, come accaduto questa settimana con l’ingresso dei camion dall’Egitto, le minacce rischiano di far saltare il coordinamento con Israele. Per ogni camion che vuole entrare a Gaza, secondo il Cogat, l’organismo militare israeliano che sovrintende l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia, e anche secondo il sindacato Sheheiber, Hamas chiede diecimila shekel, tremila euro, e chi si rifiuta di pagare viene arrestato. Nulla è cambiato nella parte controllata dai terroristi, dove il Consiglio per la pace non riesce a entrare, il governo degli esperti palestinesi non riesce a insediarsi, le forze di sicurezza non riescono a prendere il posto dei miliziani. Eisenkot ha riportato il problema al centro ricordando che la guerra non è finita.
Per gli israeliani il ritorno degli ostaggi, il cessate il fuoco a Gaza, sono un successo dell’Amministrazione americana, non del primo ministro che ha risposto alla promessa di Eisenkot con una provocazione: “E come intendi distruggere Hamas senza il permesso dei tuoi partner Mansour Abbas e Ahmad Tibi?”. Netanyahu accusa Eisenkot di voler formare una coalizione con i partiti arabi e la sua promessa elettorale gira invece tutta intorno alla garanzia di un governo senza arabi. La matematica dei sondaggi per ora mostra che nessuno dei due blocchi, bibisti e non, riuscirà ad avere la maggioranza. In assenza di argomenti in comune – per esempio manca chiarezza su come comportarsi con i coloni che ieri hanno picchiato palestinesi e una giornalista americana in Cisgiordania – saranno necessarie coalizioni inaspettate e rischiose, governi senza garanzie di sopravvivenza, religiosi con laici, destra con sinistra. Tutti si urlano contro di tutto e anche l’opposizione che pareva una falange mostra le fratture: Avigdor Lieberman, leader del partito Israel Beitenu (Israele è la nostra casa), idolo della maggior parte della popolazione russofona, ha accusato Eisenkot di tramare per formare un governo con Netanyahu. Per qualcuno sarebbe un tradimento, per altri un sacrificio necessario. La statistica elettorale israeliana insegna che chi accetta di sedersi con Netanyahu dopo averlo sfidato e magari anche sconfitto, finisce triturato dalla scaltrezza del premier. Tutti citano un esempio: Benny Gantz, generale anche lui, ex capo di stato maggiore anche lui, poco avvezzo alla pratica politica anche lui. C’è però una differenza piccola ma curiosa: fra gli assassini politici di Gantz non c’è soltanto Bibi, ma anche Eisenkot, il silenzioso.