Dopo il ritiro americano, l'Iraq tenta di riportare le armi sotto il controllo dello stato senza rompere con l’Iran

Il primo ministro al-Zaidi deve convicere Teheran che per la stabilità del paese è necessario ridefinire la natura dell’influenza iraniana. La doppia sfida irachena: contenere le ricadute sul piano della sicurezza e gestire la crisi sul piano diplomatico
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Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi - foto LaPresse

Prima del ritiro militare statunitense dall’Iraq del 30 settembre, la visita del primo ministro iracheno Ali al Zaidi a Washington aveva già ridisegnato i contorni dei rapporti tra Iraq e Stati Uniti. Eppure la sfida più difficile, oggi come in futuro, non si gioca a Washington ma a Teheran. E’ lì che Baghdad deve convincere il proprio principale partner regionale che la stabilità e la sovranità dell’Iraq richiedono di ridefinire la natura dell’influenza iraniana nel paese, non di porre fine alla relazione.
Per oltre vent’anni, ogni tentativo di costruire un partenariato strategico tra Baghdad e Washington è stato frenato dal peso dell’influenza iraniana in Iraq e dalla più ampia rivalità regionale tra Stati Uniti e Iran. Di recente, le ripercussioni di questo scontro hanno superato i confini iracheni per estendersi ai paesi vicini: attacchi transfrontalieri contro infrastrutture saudite e, a fine luglio, raid di ritorsione condotti congiuntamente da Arabia Saudita e Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) contro postazioni delle Forze di mobilitazione popolare (Pmf) in territorio iracheno. Da ultimo, l’11 settembre un attacco con drone lanciato dalla provincia irachena di Maysan ha colpito l’oleodotto est-ovest dell’Arabia Saudita, costringendo a una sospensione temporanea del flusso e segnalando l’ingresso in una fase pericolosa di escalation regionale.
Questi sviluppi pongono il governo iracheno di fronte a una doppia sfida: contenere le ricadute sul piano della sicurezza e, allo stesso tempo, gestire la crisi sul piano diplomatico. Baghdad ha condannato i raid di ritorsione saudita-Centcom come violazioni della propria sovranità, ma ha anche ribadito la propria contrarietà all’uso del territorio iracheno come base di lancio per attacchi contro gli stati vicini. L’escalation recente che coinvolge l’Arabia Saudita solleva una questione più urgente: quale futuro per i gruppi armati in un Iraq post-coalizione. Anche ora che il ritiro delle forze della coalizione internazionale è concluso, il persistere dello scontro tra Stati Uniti e Iran fa sì che il disarmo delle milizie resti lontano, se non del tutto fuori portata. Alimentando l’instabilità regionale, questo conflitto offre alle fazioni armate un pretesto costante per conservare i propri arsenali, minando i tentativi dello stato di ottenere il monopolio dell’uso della forza.
In questo scenario, Baghdad ha cercato di convincere la leadership iraniana che il nuovo contesto regionale richiede un diverso schema di gestione dei rapporti, fondato sulla cooperazione anziché sul mantenimento di più centri di potere in competizione tra loro: un obiettivo che al Zaidi ha sottolineato negli incontri a Teheran dello scorso luglio, dopo la visita a Washington.
Gli sviluppi interni all’Iraq rafforzano questa dinamica. Le discussioni in corso nel Quadro di Coordinamento sulla regolamentazione o l’integrazione delle armi delle milizie, insieme alla campagna anticorruzione del governo, non vanno interpretate semplicemente come concessioni alle pressioni americane, come sostenuto da alcuni osservatori. Riflettono piuttosto una scelta politica dettata soprattutto da considerazioni interne. Preservare la stabilità dello stato, rafforzare le istituzioni nazionali e impedire che l’Iraq torni a essere terreno di scontro per procura sono diventati obiettivi condivisi dallo stesso establishment politico sciita. Tuttavia, questa traiettoria interna incontra difficoltà crescenti a ogni nuova escalation, perché il perdurare degli attacchi consente alle fazioni contrarie alla riorganizzazione del dossier armi di rinviare qualsiasi azione concreta con il pretesto dell’autodifesa. Un aspetto cruciale è che questo cambiamento non riguarda più soltanto il governo. All’interno del Quadro di Coordinamento e tra alcuni leader delle fazioni emergono segnali di una rivalutazione strategica: si riconosce che il modello precedente non è più sostenibile sul piano politico, economico e strategico. I costi di mantenere gruppi armati al di fuori dell’autorità statale superano ormai i benefici, mentre la progressiva trasformazione dell’Iraq in teatro di guerra regionale minaccia lo stesso sistema politico.
Nello stesso tempo, l’Iran sembra rivedere le proprie priorità alla luce dei recenti sviluppi regionali. Secondo il dott. Firas Elias, esperto di sicurezza nazionale iraniana, Teheran affronta con pragmatismo la questione di mettere tutte le armi sotto il controllo dello stato. Nella sua analisi, l’obiettivo dell’Iran non è più preservare il modello tradizionale delle fazioni armate, ma mantenere la propria influenza attraverso uno stato iracheno stabile, dotato di istituzioni efficaci, in cui i gruppi armati operino soprattutto come attori politici e non come centri di potere militare indipendenti. Elias sostiene inoltre che l’Iran non si oppone in sé all’idea di riservare le armi allo stato, purché il processo non marginalizzi le forze vicine a Teheran. Se affrontata attraverso intese politiche tra Baghdad e Teheran, la questione verrebbe probabilmente letta dall’Iran come un’occasione per riorganizzare la propria influenza all’interno delle istituzioni statali irachene, anziché perderla del tutto.
Questa valutazione concorda con quella del ricercatore olandese Wladimir van Wilgenburg, coautore di The Kurds of Northern Syria: Governance, Diversity and Conflicts, secondo cui gli interessi dell’Iraq sono tutelati al meglio mantenendo rapporti equilibrati sia con Washington sia con Teheran, dato che qualsiasi scontro diretto fra le due capitali danneggia gravemente la stabilità e l’economia irachene. Van Wilgenburg osserva che alcuni gruppi armati sostenuti dall’Iran, pur ricevendo finanziamenti statali, hanno preso di mira di recente giacimenti di petrolio e gas iracheni e curdi gestiti da compagnie straniere, prima di estendere le operazioni all’Arabia Saudita. Azioni di questo tipo rischiano di compromettere gli sforzi diplomatici del governo iracheno nella regione.
Nel complesso, questi sviluppi suggeriscono che il dialogo tra Baghdad e Teheran non ruota più attorno alla questione se l’Iran debba mantenere influenza in Iraq, ma attorno al modo in cui la esercita. Se in passato l’influenza iraniana si è fondata su una pluralità di attori armati, la prossima fase potrebbe vedere una graduale transizione verso istituzioni statali più forti, con un minore ricorso a strumenti militari diretti. Il successo di questa trasformazione dipenderà però dalla capacità di Teheran di tenere a freno i gruppi armati a sé vicini e di impedire azioni che rischierebbero di trascinare l’Iraq in uno scontro diretto tra Stati Uniti, i loro alleati regionali e l’Iran.
Per Baghdad, la sfida non si limita più a bilanciare i rapporti tra Washington e Teheran. Include ora anche il compito di impedire che attori interni compromettano quell’equilibrio. La nuova equazione non ruota più soltanto attorno all’eventualità di una risposta americana diretta: comprende anche la disponibilità degli stati della regione a partecipare ad azioni di ritorsione ogni volta che attacchi dal territorio iracheno minacciano la loro sicurezza. I fatti recenti hanno mostrato con quanta rapidità iniziative unilaterali possano trascinare il paese al centro del conflitto regionale, proprio mentre il governo cerca di consolidare una linea basata sulla de-escalation e su un coinvolgimento equilibrato.
Quando, a fine luglio, raid aerei congiunti di Stati Uniti e Arabia Saudita hanno colpito postazioni delle Pmf e le milizie filoiraniane hanno fatto capire di essere pronte a reagire, la minaccia di una crisi a spirale è cresciuta, mettendo Baghdad in stato di massima allerta. La tensione è culminata il 7 agosto, quando Hadi al Amiri, leader dell’organizzazione Badr, ala dura del campo sciita, ha diffuso un raro messaggio video rivolgendosi direttamente alla resistenza islamica perché sospendesse qualsiasi attacco di ritorsione contro Riad, a tutela dell’interesse sovrano dell’Iraq.
La dichiarazione di agosto di al Amiri ha messo in luce una frattura sempre più ampia all’interno dello spazio politico-militare sciita, tra le fazioni aperte a un’integrazione graduale e gli intransigenti che si oppongono al controllo statale. Per un breve periodo, i principali attori allineati all’Iran hanno scelto di attendere gli eventi, privilegiando la manovra diplomatica rispetto allo scontro aperto.
Fonti locali indicano che Teheran ha avuto un ruolo diretto nel far rispettare quella quiete temporanea: esponenti dei pasdaran (Irgc) avrebbero inviato messaggi ad al Amiri chiedendo di dare priorità alla diplomazia, ordinando a fazioni di spicco come Kata’ib Hezbollah e Harakat al Nujaba di non agire contro l’Arabia Saudita.
L’arrivo a Baghdad, l’11 agosto, del comandante della Forza Quds dei pasdaran, Esmail Qaani, rientrava in questo sforzo diplomatico. La visita sarebbe stata motivata dalle tensioni attorno a Jurf al Sakhar (ribattezzata Jurf al Nasr), una roccaforte fortificata delle Pmf dove i vertici della sicurezza irachena hanno cercato di affermare una presenza militare statale più forte. Incontrando i leader del Quadro di Coordinamento e i comandanti delle milizie, Qaani ha messo in guardia le fazioni dallo scontrarsi con le forze di sicurezza irachene, chiedendo al contempo ai vertici del Quadro di fare pressione sul primo ministro affinché non indebolisca i gruppi armati.
Il calendario ambizioso fissato dal governo per chiudere il dossier armi ha tuttavia incontrato forte scetticismo. Quando la scadenza del 30 settembre è passata senza una consegna generale delle armi, gli analisti avevano già sottolineato in anticipo che quella data aveva una funzione politica più che un valore operativo vincolante. Come aveva osservato l’analista iracheno Hamzeh Hadad prima della scadenza: “Questa data è simbolica e il suo annuncio è un segnale del nuovo governo iracheno, che intende affrontare la questione dei gruppi armati e integrarli nell’apparato statale, ma nessuno si aspetta realisticamente che ciò avvenga del tutto entro quel termine”. Illustrando il ragionamento dei vertici del governo, aggiunge: “L’argomento di Zaidi è che, senza più truppe straniere in Iraq, non ha più senso portare armi”. Tuttavia, i raid esterni e l’escalation transfrontaliera hanno più volte rischiato di bloccare i progressi, offrendo alle fazioni più ostinate una nuova ragione per resistere al controllo statale. Sull’effetto controproducente dell’azione militare straniera, Hadad ha avvertito: “I recenti raid aerei di Arabia Saudita e Stati Uniti, e altre azioni che hanno violato la sovranità dell’Iraq, non faranno che rafforzare i gruppi armati, offrendo loro una giustificazione per la propria esistenza e per la resistenza al disarmo”.
A conferma della natura simbolica di quell’obiettivo iniziale, il primo ministro al Zaidi e i leader filoiraniani hanno infine optato per un approccio graduale che si estende fino a giugno 2027: uno slittamento pensato per guadagnare spazio politico prezioso. Recenti dichiarazioni di Ali al Assadi, responsabile politico di Harakat al Nujaba, confermano che quattro importanti fazioni della resistenza islamica, tra cui Kata’ib Hezbollah, hanno ora aderito al processo mediato dal Quadro dopo aver ottenuto una fase di transizione molto più lunga.
Secondo questo schema negoziato, gli arsenali pesanti, compresi missili balistici e droni esplosivi, dovranno essere trasferiti alla Commissione delle Pmf (Forze di mobilitazione popolare), mentre i combattenti verranno integrati in strutture civili o di sicurezza. Questa tregua articolata in più fasi resta però fragile, perché il rispetto degli impegni da parte delle fazioni dipende interamente da garanzie reciproche: che né le forze statunitensi né quelle israeliane colpiscano d’ora in poi i loro vertici o le loro strutture.
Se il governo iracheno riuscirà a trasformare le intese raggiunte con Washington, Teheran e Riad in un quadro che rafforzi la sovranità dello stato e limiti l’uso della forza alle istituzioni ufficiali, l’Iraq potrebbe avere una rara occasione per passare da terreno di scontro ad attore regionale influente. Se invece alcuni gruppi armati continueranno ad ampliare la portata dello scontro, di propria iniziativa o nell’ambito di calcoli strategici più ampi, i conseguenti attacchi stranieri contro il territorio iracheno non faranno che generare un nuovo ciclo di violazioni della sovranità.
Le fazioni non statali strumentalizzeranno allora questi interventi esterni come giustificazione permanente per conservare i propri arsenali, riproducendo di fatto lo stesso stallo strutturale che ha condizionato lo stato iracheno negli ultimi vent’anni.
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Ali al Mikdam, ricercatore e giornalista – Gisella Ligios, giornalista di base in Iraq