Giovani, viziati, anti Sánchez. Chi sono i Cayetanos

Una sottocultura che rivendica con orgoglio le radici tradizionali, in opposizione alle politiche progressiste governative. La nuova generazione dei conservatori che è molto più di un semplice fenomeno di costume
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“Chiesa e tori” prima, il mercato subito sotto. E’ il mantra dei cayetanos (foto Getty)

Posh, fighetti, paninari. Il ritorno dei ragazzi privilegiati, stavolta come potenziale forza politica. C’è una vicenda che ha fatto il giro delle cronache, nell’ottobre 2025, in Spagna. A Las Ventas, la plaza de toros più prestigiosa del mondo, il celebre torero Morante de la Puebla (che pochi mesi dopo verserà in fin di vita per un’incornata) si sfila la montera, il tradizionale copricapo, si volta verso la prima fila e dedica il toro sul punto di crollare a Santiago Abascal, il presidente del partito di destra nazionalista Vox. Quindi Morante esegue una faena da manuale, ovvero l’atto finale della tauromachia che precede l’uccisione del toro. Poi nella plaza di Madrid accade qualcosa che non si vedeva da tempo: centinaia di ragazzi scavalcano la barrera e invadono l’arena. Non una folla di appassionati accomunati dalla passione per la corrida, piuttosto una moltitudine di giovani vestiti allo stesso modo – camicie sbottonate sul petto, trapunte smanicate e mocassini – che sembrano presi di peso da un esclusivo collegio cattolico della capitale, membri omologhi di una distinta comunità urbana giovanile. Sono i Cayetanos, i giovani ricchi, conservatori e patriottici, noti anche col termine più generico di pijos, i viziati. Oggi questo gruppo si è trasformato in una sottocultura che rivendica con orgoglio le radici tradizionali, in opposizione alle politiche progressiste governative degli ultimi anni e fa proprio quel nome che deriva da Cayetano (Cayetana al femminile), i nostri Gaetano e Gaetana, percepiti in Spagna come tipici dell’alta società e dell’aristocrazia madrilena. Di recente il New York Times ha dedicato ai Cayetanos una lunga inchiesta per indagare chi siano i conservatori preppy di Spagna, saliti alla ribalta in uno scenario sociale in ebollizione, dopo che il 5 ottobre Pedro Sánchez, battuto in Parlamento sui decreti per la casa, ha sciolto le Cortes e convocato le elezioni per il 29 novembre, mentre i sondaggi danno il Partito popolare e Vox sopra la metà dei consensi, e tra gli under 25 il partito di Abascal è al primo posto. Che cosa incarnano, allora, questi Cayetanos? Moda, tribù, classe, elettorato? Forse tutte e quattro le cose insieme.
Camicie sbottonate sul petto, trapunte smanicate e mocassini. In Spagna li chiamano i pijos, i viziati
I social media hanno giocato un ruolo fondamentale nel trasformare l’estetica dei Cayetanos da fenomeno d’élite in vero trend di massa aspirazionale per giovanissimi. Da tempo ormai la destra in Spagna ha perso l’immagine grigia, anziana e legata al passato franchista che la sinistra le ha cucito addosso. Oggi su TikTok essere un Cayetano significa essere eleganti e fieri della propria identità nonché, paradossalmente, “ribelli” nei confronti della cultura progressista dominante. Sui social l’estetica cayetana ha subito un’operazione di re-branding, svuotata degli aspetti più reazionari e venduta come uno stile di vita pulito e lussuoso, vicino al trend dell’Old Money. Sotto l’hashtag #cayetano o #pijo, migliaia di adolescenti condividono video in cui mostrano i loro look per il weekend e i giovani influencer spiegano come replicarlo: brand specifici (Scalpers, El Ganso, Silbon), trucchi leggeri e capelli liscissimi per le ragazze. Va in scena la normalizzazione del lusso: mostrare le vacanze a Marbella o a Sanxenxo, le giornate nei club di golf, o le serate nelle discoteche esclusive di Madrid come il Teatro Barceló non è più un’ostentazione arrogante, ma un contenuto estetico da emulare. E proprio la musica è stata un veicolo sostanziale per creare il senso di comunità. i Cayetanos hanno un genere di riferimento, definito “Indie-Pijo” o “Pop-Cayetano”. I gruppi amati sono Taburete (il cui cantante, Willy Bárcenas, è il figlio dell’ex tesoriere del Partito popolare, condannato per corruzione), Carolina Durante, Dvicio, o cantautori come Íñigo Quintero e Marlon. E’ un pop-rock orecchiabile, con testi che parlano di amore, feste, amicizia e serate estive. Nei testi non c’è impegno, ma atmosfere che evocano contesti esclusivi e un senso di spensieratezza accessibile solo a una determinata classe sociale. La politica passa in secondo piano rispetto all’estetica, ma poi ne diventa il punto d’arrivo: adottare quel look significa sposare quel sistema di valori tradizionali.
Il modello- cayetano s’è esteso anche alla classe media. Molti giovani cresciuti nella precarietà economica e con la consapevolezza che vivranno peggio dei loro genitori hanno canalizzato la frustrazione verso la retorica nazionalista, il rifiuto dell’immigrazione clandestina e il neoliberismo economico, vedendo nello stato e nelle tasse un freno al proprio futuro. I giovani conservatori accusano la sinistra di concentrarsi su dibattiti simbolici come il linguaggio inclusivo o i diritti legati all’identità di genere, percepiti come priorità da parte di una classe benestante progressista ma scollegata dai problemi reali. Così il ritorno alla tradizione è divenuto una forma di provocazione e di libertà d’espressione, contro il politicamente corretto. Per capire da dove arrivi tutto ciò è utile aprire un libro rosa confetto con in copertina un giocatore di polo a cavallo che ricorda il logo Ralph Lauren: è “Quiero y no Puedo - Una historia de los pijos de España” di Raquel Peláez, vicedirettrice di S Moda, il magazine del País, uscito nell’autunno 2024 e da allora nelle classifiche di saggistica. La Peláez ha fiutato il tramonto del modello hipster e l’emergere del pijo dall’anima neoliberista e ha impostato il saggio come una genealogia del fenomeno, che s’immerge nel profondo della storia iberica. In principio fu Alfonso XIII, re di Spagna all’imbocco del ’900, coi suoi completi inglesi, la passione per la velocità e lo stile da bon vivant andaluso, un canone anglo-sivigliano subito imitato dai latifondisti del sud, i señoritos con la giacca da caccia alla britannica. Ancora negli anni Ottanta, racconta Peláez, i pijos erano apolitici, figli del patto di reciproco silenzio con cui la Transizione aveva messo a riposo destra e sinistra. Il cayetano invece è il primo pijo che si rivendica con orgoglio, sentendosi parte di una tribù, più che di una semplice classe agiata. Peláez a questo punto descrive la “disforia di classe”, ovvero il meccanismo per cui il ceto medio salariato si è appropriato dei simboli dell’élite, convincendosi di essere ciò che non è. I mocassini come anestetico, insomma. E, a proposito di guardaroba e di esteriorità, per i Cayetanos è proprio quello il principale codice di riconoscimento: camicie costose, floride capigliature pettinate all’indietro, medaglietta d’oro sul petto. E poi giacche Barbour, pantaloni bianchi corti alla caviglia, al polso braccialetti rojigualdo che riproducono i colori della bandiera spagnola, rossa e giallo intenso, non un vezzo estetico, ma un segnale identitario e di orgoglio nazionale. Il punto di ritrovo dei Cayetanos non a caso è attorno a Castellanos, il negozio di scarpe nell’elitario barrio de Salamanca che ha dato il nome al mocassino d’ordinanza, nelle versioni con le nappe o con il penny. Le strade di quel quartiere sono la casa dei Cayetanos. Nella primavera 2020, in pieno lockdown, da calle Núñez de Balboa partirono le loro bizzarre manifestazioni contro le restrizioni governative, a base di antichi vessilli, auto di lusso e padelle picchiate per fare rumore: la stampa parlò della “rivolta dei Cayetanos”, e la tribù assunse per la prima volta la dimensione di soggetto politico. Da allora il fenomeno è uscito dai confini dell’alta borghesia madrilena e andalusa e le corride sono entrate in scena: mentre il governo Sánchez cercava in ogni modo di eliminarle, le plazas de toros sono diventate il salotto prediletto dai Cayetanos. Di questi tempi a Las Ventas le tribune sono piene di ragazzi e la direzione dell’arena tiene aperti i bar sulle terrazze per ore dopo che è caduto l’ultimo toro, per una movida nella quale si rimorchia a destra.
Nella Spagna del ’26, dopo un decennio di governo di sinistra, i Cayetanos si sono impadroniti del testimone della generazione-contro. Uno dei cantanti degli Avenida, band cayetana ribattezzata “Vox Street Boys”, in un’intervista si è spinto a dire che il loro pubblico vuole un cambiamento, e se il cambiamento consiste nel tornare a com’era prima, allora che si torni indietro. Adesso per loro la cosa più cool è andare a messa e poi al bar. Quel che è vecchio è figo, anche in politica. Non siamo lontani dal rovesciamento che negli Stati Uniti ha reso trasgressiva la destra trumpiana agli occhi di una parte della Gen-Z, con sopra una buona dose di piacionismo madrilista e una declinazione femminile a base di costosi abiti a fiori. Il tutto anche se i Cayetanos respingono con fastidio le accuse di razzismo, sessismo od omofobia e si definiscono affezionati alle libertà civili, però convinti che femminismo, multiculturalismo e woke possano diventare minacce all’identità spagnola. E gli piace dirlo sorridendo, sorseggiando un cocktail. Roba da sberle? Di sicuro ridurli a un fenomeno di costume è un errore, e nella sinistra spagnola l’hanno capito, tanto da dipingere i Cayetanos come lupi franchisti in completo Ralph Lauren, mettendo in guardia la società adulta da questo riflusso nostalgico, se è vero che un sondaggio tra i giovani spagnoli registra una crescente indulgenza verso Franco e definisce “valori che contano” la religione, l’amicizia all’interno del proprio gruppo sociale, le radici della tradizione e soprattutto un rapporto col mondo del lavoro e dell’economia improntato all’individualismo e al culto del denaro, nel quale lo stato è il nemico e i politici sono una casta di parassiti. Più Milei che Franco, si direbbe. E in perfetta coincidenza con l’antropologia che Isabel Díaz Ayuso, definita “la diva pop della destra spagnola” o “Lady Madrid”, figura di culto del Partito popolare e presidente della Comunità madrilena, trasforma in programma di governo: tasse basse, Madrid come paradiso fiscale domestico, la libertà intesa come il piacere di bere una birra in compagnia in un bar di lusso. Dunque, “chiesa e tori” in superficie e il mercato subito sotto. Pronunciando con disgusto il nome di Sánchez. Ed ecco che la tribù cayetana diventa fattore politico.
Per loro la cosa più cool è andare a messa e poi al bar. Quel che è vecchio è figo, anche in politica
Intanto le prossime elezioni del 29 novembre nascono da una questione materiale: la casa. Il 2 ottobre il Congresso ha bocciato i decreti con cui il governo voleva frenare gli sfratti e limitare gli acquisti di immobili da parte dei fondi d’investimento, ma hanno votato contro il Partito popolare, Vox e gli indipendentisti catalani di Junts. Sullo sfondo ci sono settimane di manifestazioni contro il caro-affitti e la vicenda dello sfratto di Maricarmen, la madrilena di 87 anni diventata un simbolo nazionale e nel frattempo passata a miglior vita. Ora il paradosso è che una generazione che in larga parte non può permettersi un affitto si sposti verso partiti che esaltano l’avidità del mercato immobiliare. Ma i Cayetanos questo problema non ce l’hanno – sono i figli di chi le case le possiede – e funzionano da modello e da avanguardia estetica. Anche se la tribù non è compatta: una parte sta col Partito popolare per tradizione familiare, adora la Ayuso e frequenta i circoli giusti. Un’altra sventola le bandiere ai comizi di Vox, dove lo stesso Abascal adesso predica maggiore prudenza e meno estremismi. E basta traversare i Pirenei per capire quanto il fenomeno sia spagnolo nella forma, ma europeo nella sostanza. A sei mesi dalle presidenziali in Francia, la destra giovane ha il volto di Jordan Bardella, cresciuto nella banlieue da una madre single, in testa nei sondaggi e dato per vincente al ballottaggio. La gioventù lepenista però non porta i mocassini, è periferica, provinciale, precaria: chiede salari e sicurezza, e il suo nemico è Bruxelles più che lo stato. L’equivalente francese del cayetano andrebbe cercato nei licei cattolici di Versailles, e in Francia costituisce una nicchia. In Spagna invece è diventata una tangibile tendenza controriformista che percorre, col maglione sulle spalle, una delle due affollate strade che portano a destra: una plebea e protezionista, l’altra patrizia, centralista e liberista.