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L’Egitto attacca il confine col Sudan. Decine di morti per oro e petrolio
Il triangolo di Halaib è l'ennesimo focolaio di guerra nel Corno d'Africa: tra i 72 e i 200 minatori uccisi dagli egiziani mentre estraevano oro da una terra contesa
13 OTT 26

Domenica mattina, poche ore prima che gli aerei egiziani bombardassero il nord del Sudan uccidendo decine di persone, nella capitale Khartoum il ministro degli Esteri sudanese, Mohieldin Salim, aveva presenziato un’imponente cerimonia ufficiale dando il benvenuto al nuovo ambasciatore egiziano nel paese. Strette di mano e convenevoli da cerimoniale, però, sono diventati un lontano ricordo già nella notte, con l’inizio del raid. Il confine fra i due paesi è stato preso di mira per ore e il bilancio provvisorio oscilla fra i 72 e i 200 morti, la gran parte dei quali lavoratori nelle miniere abusive di Shamal al Waladi. Si tratta di disperati, spesso in fuga dalle zone di guerra come il Darfur e che pur di sopravvivere trovano impiego nelle miniere, in condizioni di vita e di sicurezza precarie. L’oro estratto da queste buche scavate nella terra con pale arrugginite da minatori in sandali finanzia entrambe le fazioni che da anni combattono la guerra in Sudan, fa da riserva strategica per le spese folli del regime egiziano al Cairo ed è tra le principali risorse bramate dagli emiri di Abu Dhabi. Sullo sfondo ci sono due guerre diverse, quella fra la capitale Khartoum e le truppe paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf) e l’altra, rimasta latente per decenni, tra Egitto e Sudan che interessa un territorio conteso, quello del “triangolo di Halaib”.
Nel 1899, in età coloniale, un trattato fra britannici ed egiziani tracciò la frontiera con il Sudan lungo il 22° parallelo nord, assegnando il “triangolo di Halaib” all’Egitto. A complicare le cose fu una modifica imposta, sempre dal Regno Unito, appena tre anni dopo. Nel 1902, i britannici tracciarono un nuovo confine amministrativo tra i due territori, assegnando all’Egitto una porzione di terra nota come Bir Tawil e al Sudan il “triangolo di Halaib”. Dopo l’indipendenza di Khartoum del 1956, l’Egitto ha considerato Halaib parte integrante del paese: organizza elezioni, assicura la sicurezza, gestisce le telecomunicazioni e il porto strategico di Halaib, sul Mar Rosso. Ma se ancora oggi si parla di questo territorio di 20 mila chilometri quadrati è perché, oltre alle miniere d’oro e manganese, nel mare c’è tanto petrolio. Nel 1993, i sudanesi decisero di cedere i diritti esplorativi alla canadese International Petroleum Inc. senza consultare gli egiziani. La tensione crebbe fino al fallito attentato terroristico all’allora dittatore Hosni Mubarak, secondo il Cairo orchestrato dal Sudan. Nel 2018, fu la volta dell’Egitto a mettere a gara l’esplorazione di otto diverse zone di estrazione nel Mar Rosso senza consultare Khartoum.
La questione della sovranità sul “triangolo di Halaib” prosegue oggi e si sovrappone alla grande guerra civile in Sudan, combattuta con armi acquistate grazie al commercio dell’oro. Il centro di ricerca del Geopolitical Intelligence Services ha tracciato un cambiamento rilevante nelle rotte seguite dal commercio dell’oro estratto nel nord del Sudan e usato per finanziare sia le Forze armate di Khartoum sia i ribelli delle Rsf. I commerci ufficiali e quelli informali transitano via terra attraverso l’Egitto, che usa l’oro per sostenere le riserve auree del paese, per poi viaggiare verso gli Emirati Arabi Uniti, dove il metallo viene raffinato e smistato sui mercati globali. Di fatto, secondo la società britannica di intellicence Grey Dynamics, si è venuto a creare un accordo segreto fra Egitto ed Emirati: “Le aziende emiratine hanno ottenuto le concessioni minerarie e l’Egitto ha garantito sicurezza e stabilità, collaborando in cambio alle attività estrattive”. La tacita intesa in nome dell’oro fra il Cairo e Abu Dhabi fa da contraltare alla rivalità tra i due paesi a proposito della guerra civile, dove l’Egitto sostiene Abdel Fattah al Burhan, presidente del Consiglio sovrano di transizione del Sudan, mentre gli Emirati appoggiano Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle Rsf. Una contraddizione solo apparente, laddove la distinzione tra amici e nemici, nel Corno d’Africa, segue semplicemente la logica del controllo delle risorse. Quasi sempre a costo della vita per i civili.
