Esteri
Il doppio abbaglio •
L’arte di Trump per il deal immaginato
Il presidente americano insiste con le minacce all’Ucraina, fidandosi di Putin che gli sventola davanti affari inesistenti e lo frega anche nell’unica guerra che interessa a Trump, quella contro l’Iran
13 OTT 26

’ vero che Donald Trump si è inventato di sana pianta, per la seconda volta in poche settimane, una tregua energetica tra Russia e Ucraina e ancora dobbiamo abituarci all’idea che il presidente degli Stati Uniti d’America non soltanto si sia messo a distorcere alleanze ma anche ad annunciare accordi immaginari, ma la modalità russa dovrebbe ormai essere chiara a tutti: Vladimir Putin parla con Trump, si apre un finto spiraglio di dialogo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky viene messo sotto inutili e pretestuose pressioni, dice quel che dice sempre, e cioè che è pronto ad accettare qualsiasi tregua purché reciproca e anche a organizzare le elezioni se i russi smettono di colpire tutto il paese più volte al giorno e alla notte, e poi Putin bombarda, confermando con missili e droni-jet quello che il Cremlino ripete esplicito di continuo: poco dopo la tregua immaginaria, la centrale di Kharkiv è stata colpita. Ieri Sergei Lavrov ha confermato: gli obiettivi dell’operazione militare speciale restano invariati.
Zelensky ha rilasciato interviste e ha tenuto un discorso al Forum sulla sicurezza di Varsavia in cui ha descritto “la risposta di Putin a Trump”, cioè gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine: i russi “trovano sempre ragioni per non fermare questa guerra”, ha detto. Solo il presidente russo ha trovato in Trump una breccia sempre più larga per smantellare il sostegno americano all’Ucraina. (Peduzzi segue nell’inserto IV)
Ieri il Kyiv Independent ha raccolto voci tra i funzionari ucraini che dicono di aver ricevuto minacce americane sulla sospensione della condivisione di intelligence e sulla fornitura di armi tramite il Purl (il meccanismo con cui gli europei comprano le armi americane e le spediscono agli ucraini). Pavlo Palisa, vicecapo dell’Ufficio presidenziale ucraino, ha detto al Financial Times di aver ricevuto queste minacce che sembrano essere arrivate anche al comandante delle Forze armate ucraine, Mykhailo Drapaty. E’ in corso una escalation di pressioni americane sull’Ucraina a tutto campo, dalla leadership fino all’intelligence, che si somma all’escalation di attacchi russi contro le città, le infrastrutture e i civili ucraini. Soltanto due settimane fa, durante l’Assemblea generale dell’Onu, Trump e Zelensky si erano incontrati e il presidente americano aveva confermato di voler concedere a Kyiv le licenze per la produzione degli intercettori Patriot, indispensabili per contrastare i russi nella guerra aerea. Che cosa è successo da allora? Se si trovasse la risposta a questa domanda, si capirebbe perché Trump è sempre disposto a concedere fiducia a Putin, sia sulla volontà di pace sia sulle sue alleanze, in particolare quella dell’Iran: l’America ha sempre liquidato come non rilevanti i report di intelligence che dimostrano l’aiuto della Russia al regime di Teheran per colpire obiettivi americani nel Golfo Persico e in queste ore si dice che il diesel che la Russia dovrebbe mettere sul mercato per assecondare la richiesta trumpiana sia raffinato in Iran, ché le raffinerie russe funzionano poco e male perché sono state danneggiate dagli attacchi mirati ucraini degli scorsi mesi (sono le “sanzioni a lungo raggio” che Kyiv ha deciso di applicare visto che gli americani non aggiornano le loro da mesi e mesi e visto che gli europei continuano ad acquistare risorse russe pur se in misura sempre meno rilevante). Trump si fida più di Putin che di Zelensky, più del nemico dell’occidente che del suo migliore alleato: perché?
Nelle ultime settimane molte indiscrezioni hanno confermato quel che per la prima volta era apparso chiaro l’anno scorso di questi tempi, quando i negoziati tra russi e americani sono diventati una questione di affari gestita tra gli affaristi trumpiani, Steve Witkoff e Jared Kushner, e l’affarista putiniano Kirill Dmitriev. In sostanza, i russi hanno capito che l’unico interesse americano è quello di rientrare dall’investimento in Ucraina – che per i trumpiani è stato fallimentare e indebitamente oneroso – e avere un guadagno, e così hanno preso a sventolare ipotesi di affari possibili se solo gli Stati Uniti avessero smesso di mettersi di traverso aiutando l’Ucraina. I resoconti degli incontri tra russi e americani presentano sempre come costante i soldi. E poiché l’abilità diplomatica (eufemismo: sarebbe abilità truffaldina) dei russi è molto più grande di quella americana, il risultato è che l’Amministrazione Trump si è fatta circuire anche su altri fronti, primo fra tutti proprio l’unica guerra che al presidente americano interessa davvero, cioè quella contro l’Iran. Di pari passo è andata la totale incomprensione degli americani nei confronti degli ucraini: secondo alcune ricostruzioni, i delegati ucraini che erano a Miami a colloquio con gli americani, quando hanno saputo dell’accordo sul diesel tra Trump e Putin hanno detto che avrebbero continuato a colpire le raffinerie russe con ancora più determinazione – e gli americani presenti sono rimasti senza parole, in silenzio, pur dovendo aver capito che l’Ucraina non chiede il permesso a nessuno per difendersi dall’aggressione russa. E oltre alle raffinerie, proprio come fanno i russi, gli ucraini hanno colpito i data center, in particolare quelli di Yandex, il Google russo, mandando in tilt i servizi digitali in Russia, dai taxi alle banche, e dando anche un po’ di sollievo alla propaganda russa che viaggia attraverso i bot: non tutti, certo, ma abbastanza per ricordarci che difendendosi, gli ucraini, difendono anche l’occidente.