Lo spauracchio di Erdogan sulla “propaganda Lgbt” per colpire i media

Il presidente turco oscura i giornali in nome della famiglia. La campagna contro gli omosessuali ha già portato a oltre 80 arresti, ma la censura colpisce anche chi racconta la maxi frode da 18 miliardi di dollari che coinvolge esponenti del partito Akp

10 OTT 26
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Ankara. Lo spazio democratico già minuscolo della Turchia continua a restringersi. Un altro organo di informazione indipendente, T24, è stato preso di mira. Il suo sito web e i suoi account sui social media sono stati oscurati dall’Autorità turca per le telecomunicazioni, Btk, con l’accusa di “propaganda Lgbt”. T24, il più grande e prestigioso portale di notizie indipendente della Turchia, è stato oscurato per presunta diffusione di “propaganda Lgbt”, dopo una campagna diffamatoria e denigratoria lanciata sui social da correnti di fondazioni islamiste vicine al governo turco. La decisione di chiusura è stata annunciata nell’ambito della massiccia operazione repressiva contro le organizzazioni omosessuali del ministro dell’Interno denominata “La mia famiglia è al sicuro”. Il tribunale di primo grado aveva respinto la richiesta di blocco dell’accesso il 25 settembre, ma, dopo aver esaminato il ricorso, ha successivamente emesso l’ordinanza di blocco. La sentenza sostiene che 118 contenuti correlati, tra articoli e post sui social media di T24, “mirano a indebolire la struttura familiare turca” e che il contenuto “potrebbe influenzare negativamente i processi di sviluppo dei giovani in merito all’orientamento sessuale e all’identità di genere”. Sulla base di tali accuse, è stato riferito che è stata presa la decisione di bloccare l’accesso e rimuovere il contenuto dalla pubblicazione.
T24, fondato nel 2009, è un organo di informazione indipendente di orientamento liberale che si occupa di politica nazionale, politica estera, economia, giustizia e criminalità, nonché di cultura e di questioni sociali. L’emittente ha dichiarato sul suo sito che presenterà ricorso contro la decisione e che perseguirà tutte le “vie legali disponibili” per ribaltare il provvedimento. La campagna “La mia famiglia è al sicuro”, è un’operazione repressiva su scala nazionale lanciata all’inizio di settembre contro organizzazioni, attivisti e giornalisti del mondo Lgbt accusati di promuovere l’indottrinamento dei minori, la pornografia e la prostituzione. La comunità omosessuale è accusata con le sue pratiche di distruggere la “famiglia” con i suoi valori turchi e non occidentali. Il ministro dell’Interno parla esplicitamente della difesa della famiglia minacciata dai valori di un occidente considerato degenerato, propenso alla devianza; diffusore di valori che, secondo la nuova visione erdoganiana non appartengono alla cultura e alla tradizione locale, ma che sono stati introdotti da un occidente malato. Da allora, le autorità turche hanno arrestato più di 80 persone nell’ambito di questa campagna repressiva. Tra gli arrestati vi è anche la giornalista Tugba Tekerek e il noto ballerino di zenne, Arif Saçli. Centinaia di account sui social media appartenenti a organizzazioni Lgbtq+, attivisti, giornalisti e organi di stampa sono stati oscurati o limitati, tra cui l’account X di Amnesty International Turchia.
Il blocco dell’accesso a T24 e ai suoi account social arriva in un momento di crescente repressione del dissenso e della libertà di espressione online, in cui il governo turco è anche alle prese con uno dei più grandi scandali finanziari del paese, una inchiesta su fondi sullo “schema Ponzi” di più di 18 miliardi di dollari di 455.000 investitori individuali ora in liquidazione. Una maxi frode finanziaria in cui i guadagni promessi ai vecchi investitori venivano pagati con i soldi versati dai nuovi aderenti, senza che vi sia alcun investimento reale o profitto effettivo.
In questa settimana, le autorità hanno bloccato l’accesso a oltre 190 account X, tra cui quelli di importanti giornalisti, economisti e politici a causa di commenti relativi allo scandalo per corruzione che Erdogan vuole celare all’opinione pubblica nazionale e internazionale. Oltre a dirigenti e a broker di numerose aziende, nella rete di arresti e dimissioni è finita anche Fatma Betul Sayan Kaya, la vicepresidente del partito al governo della giustizia e dello sviluppo (l’Akp di Erdogan), che ha lasciato il suo incarico dopo le accuse di aver realizzato, insieme al marito, profitti astronomici derivanti da azioni legate ai fondi oggetto dello scandalo. Tutte cose che hanno poco a che fare con la tutela della famiglia.