Le novità trumpiane della nuova visione del mondo declamata da Marco Rubio, sulla Pnice

Niente Socrate o Platone, bensì l’eroe e il superuomo. Si dicono straussiani, o lasciano che lo si pensi, i nuovi reazionari che hanno preso il posto degli onesti neoconservatori dell’epoca di George W. Bush e Dick Cheney

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Foto Epa via Ansa

Marco Rubio è relativamente giovane, 55 anni, è nato in Florida, ha origini cubane, il suo nome completo è Marco Antonio, presagio di innamoramenti orientalisti e asiatismo politico (il sogno di dominio di Cleopatra d’Egitto infranto da Cesare ad Azio). Di mestiere Rubio è segretario di stato a Washington, sopravvisse alla tempestosa ascesa di Trump, che detestava ricambiato, conformandosi disciplinatamente alla linea e al culto del capo e valendosi di qualche misteriosa delega di potere e influenza che il presidente degli Stati Uniti e capo del movimento Maga ha individuato nel suo retroterra e ritenuto utile incorporare nel suo staff al posto degli onorevoli servizi e competenti di un Mike Pompeo.
Il secondo mestiere politico del segretario di stato è preparare la gara per la successione alla Casa Bianca con J. D. Vance, il vicepresidente, il pupillo del profeta dell’imbecillità tecnovisionaria oggi molto trendy che si chiama Peter Thiel, classica incarnazione dell’uomo di successo cui il successo dà alla testa. A Monaco di Baviera, all’inizio del 2025, Vance aveva fatto con un discorso duro sul declino del vecchio mondo la sua prova di spenglerismo, il tramonto dell’occidente eccetera, denunciando la debolezza dell’Europa senza sovranità né nazionalità, destinata ad affondare nella burocrazia globalista impotente e a essere travolta dal rimpiazzo migratorio se non arrivi in soccorso lo spirito völkisch dell’AfD con la sua ritrovata memoria, a sfondo nazionalsocialista, dell’identità etnica.
Un annetto dopo o quasi Rubio è andato sulla Pnice, la spianata dove si riuniva nel Quinto secolo avanti Cristo il primo Parlamento democratico della storia, davanti all’Acropoli di Atene, e scegliendo un testo ambiziosetto dagli schedari dei suoi speechwriter, si è lanciato anche lui contro il declino europeo con un discorso storico-filosofico di una ventina di minuti. Ma per distinguersi dal rivale, invece di avvilire lo spirito europeo nel suo fatale declino, ha fatto dell’antichità greca e classica, fonte e origine dell’occidente romano, imperiale, cristiano, medievale, rinascimentale e poi moderno e americano, il ceppo di insalata utile al condimento ideologico eroico e virtuista, aristocratico, tutto onore e ricerca della gloria che nutre le speranze di una presidenza basso-imperiale già in fase calante, come Alcibiade dopo la catastrofica spedizione in Sicilia.
Si dicono straussiani, o lasciano che lo si pensi, i nuovi reazionari che hanno preso il posto degli onesti neoconservatori dell’epoca di George W. Bush e Dick Cheney. Perché anche loro, nel solco della ricerca di un grande pensatore ebraico della crisi come Strauss, anche loro interpellano i greci nel presupposto che le risposte di conoscenza e teoria della società degli antichi potessero essere quelle giuste. Ma non intendono Socrate o Platone, che combinavano dubbio, educazione liberale, ragione dialettica, filosofia politica, diritto naturale e rivelazione biblica, no, intendono le virtù aristocratiche e gli impulsi eroici e individualisti alla Carlyle che rifriggono in un nietzschianesimo parecchio confuso, un superomismo banale banale, ché questa alla fine, a parte il linguaggio da cartolina occidentalista, è la battaglia di un Rubio contro il declino europeo visto dalla collina dei Maga moderati travestita da Pnice. Vita libertà eguaglianza e diritto alla ricerca della felicità sono ingredienti di sicura eccellenza, sia pure con la fatale interpolazione dello schiavismo, della Dichiarazione di Indipendenza che fonda gli Stati Uniti. Il nuovo secolo americano come imperialismo liberale era il programma dei neocon L’eroe e il superuomo sono novità trumpiane.