Il memoriale per il 7 ottobre, gli slogan pro Pal all’università: Gaza è il nostro Vietnam

A Beverly Hills il ricordo del della strage di Hamas e la paura dell’antisemitismo; alla Ucla, nello stesso giorno, sfilano gli attivisti pro Palestina tra slogan e tensioni. Due piazze, due narrazioni opposte di una data che continua a dividere l’America
8 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 18:09
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Foto MediaNews Group via Getty Images

Los Angeles. “Per alcuni il 7 ottobre è una delle tante date sul calendario, un compleanno, un anniversario, ma nel cuore e nelle anime degli israeliani il 7 ottobre è un giorno di tragica memoria”, dice solenne Jonathan Aaron, da vent’anni rabbino del tempio Emanuel. È appena spuntata l’alba a Beverly Hills e sul praticello del Rexford Mini Park, tagliato il giorno prima, a due passi dalla biblioteca pubblica e dal memoriale dell’11 settembre, alcuni abitanti del quartiere-città più celebre di Los Angeles ricordano l’attacco di Hamas di tre anni fa, “mentre in Israele arriva il tramonto”. Dopo il minuto di silenzio parte uno spontaneo canto ebraico di lutto per chiedere la pace delle vittime nella vita ultraterrena.
Beverly Hills ospita una delle più grandi comunità ebraiche del mondo, decine di migliaia, e lo ricorda il sindaco, Craig Corman, al Foglio. E la sua priorità, la sicurezza, nasce anche alla luce degli atteggiamenti antisemiti che si sono visti in questi ultimi tre anni in America. Ma indica su nel cielo un drone che partecipa dall’alto all’evento. E poi poliziotti in alta uniforme e le telecamere agli angoli delle strade. “Per fortuna qui non è accaduto nulla, a parte qualche svastica sui muri”, dice, “ovviamente non sai mai cosa potrebbe succedere, ma noi siamo preparati”. E in vista delle manifestazioni che ci saranno nel pomeriggio in città per Gaza, contro i bombardamenti, contro le politiche di Benjamin Netanyahu, alza gli occhi al cielo, e usa la parola “stressante”. “Perché”, dice, “questa situazione ha creato molto stress in tutta l’America”. Ma annuncia il memoriale che la città costruirà, in attesa di raccogliere i fondi, lì davanti. Un memoriale permanente di cui mostra il rendering al console generale israeliano nella costa orientale, Modi Ephraim, dopo la cerimonia. Sul monumento ci saranno scritti i nomi delle vittime del 7 ottobre che si illumineranno per 86 minuti una volta all’anno. Light Shared Between Us, il titolo. È, soprattutto, dice il sindaco, “un monumento contro l’antisemitismo”. “Never again”, ripetono tutti, sindaci, rabbini, consoli. E rispetto al corteo che ci sarà alla University of California nel pomeriggio il rabbino Aaron dice al Foglio: “È disgustoso”, anche perché “dietro agli slogan c’è solo il vuoto”.
Ed eccoli gli slogan alla Ucla, in quel campus pulito e perfetto come le aiuole decorative di Rodeo Drive, tra una svendita di poster per le camerette dei dorm – Pulp Fiction, Klimt, Lana Del Rey – e gente che corre in classe con la borraccia in mano. “From the river to the sea”, e “Gloria ai martiri” e “Intifada!”. E ovviamente il G-word, e Israele che diventa “l’entità sionista”. Un centinaio di ragazzi tutti coperti con le kefieh sulla testa in stile fedayyin e occhiali da sole e mascherine da Covid sulla bocca perché la prima regola è non farsi riconoscere, dalle telecamere e dai poliziotti in bicicletta che fanno un cordone e riprendono tutto, e c’è pure un elicottero sopra che copre la voce dei manifestanti col megafono. “Vestitevi anonimi”, dicono le istruzioni su Instagram per partecipare al corteo, “non parlate agli sbirri”. “Finché mostriamo solidarietà alla causa palestinese ci sarà sempre una forma di oppressione nei nostri confronti da parte dell’università e del governo”, dice al Foglio una delle organizzatrici dell’evento, ricordando le undici persone sospese da Ucla per aver partecipato alle ultime manifestazioni proPal. L’obiettivo principale, dicono, è “chiedere all’università di staccarsi dalle aziende complici dell’apartheid e dell’occupazione della Palestina”. Ma non solo. “Siamo qui a onorare i martiri e chi ancora sta combattendo per difendere la propria terra e la propria dignità”. Leggono nomi di ragazzi morti a Gaza, leggono testimonianze. E c’è chi protesta, con la bandiera israeliana, lì accanto: alcuni studenti ebrei a volto scoperto, stella di Davide al collo, uno ha la maglietta con la faccia di Theodor Herzel e la scritta “just zionising”. Ripetono che il 7 ottobre si dovrebbero ricordare le persone uccise da Hamas, e quasi vengono alle mani, fermandosi davanti a un cybertruck della Tesla finché la “campus police” non li divide urlando che bloccare le auto è reato. Le organizzatrici non sono d’accordo, perché quella data, il 7 ottobre, è diventata una data “fondamentale” anche per la Palestina, perché “è lì che molti nel mondo – comprese loro – hanno capito la condizione della gente a Gaza, ed è lì che è iniziata un’escalation del genocidio”.
Per quanto siano pochi lì alla marcia, in un’università con 50 mila studenti, dicono che chi sostiene la Palestina non è una minoranza, e questo “si vede dall’impegno delle istituzioni per fermarci e ostacolarci”. In fondo, dichiarano, serie: “questo è il nostro Vietnam”.