Esteri
L'INTERVENTO •
Dove ritrovare l’unità europea senza farsi strozzare dai nazionalismi
Esiste una dimensione che l’Europa, dopo la Seconda guerra mondiale, ha deliberatamente escluso dalla propria identità: la sicurezza. In un mondo dominato dai racconti identitari di Cina, Russia e America First, la nostra difesa dipende dalle nostre radici
8 OTT 26

(Foto Getty)
L’ordine mondiale che conosciamo sta passando alla storia. A risuonare nel nuovo ordine è soprattutto la narrazione di tre attori impegnati in una rivalità tra superpotenze: Stati Uniti, Cina e Russia. Una quarta voce, per ora, è assente. Ognuno dei tre interpreta a modo proprio il mondo multipolare e ne concepisce diversamente l’ordine, fondandolo sul dettato della propria identità nazionale. Cina, Russia e la nuova incarnazione degli Stati Uniti. Ciascuno di questi Stati cerca di costruire la propria “nuova” politica estera attorno a una storia di identità distinta, di civiltà eccezionale e di missione privilegiata. Per farlo, ciascuno ha bisogno di un mito fondativo e di una struttura ideologica.
Ciascuno attinge alla propria storia e costruisce una narrazione a partire da elementi della propria civiltà che possano fungere da fondamenta per le società del futuro, fondate su un codice culturale distinto e su sistemi di valori separati. Nulla di tutto questo sarebbe sorprendente, se non fosse che tra queste narrazioni si sente a malapena la quarta, quella che ci è più vicina: la storia dell’antica e condivisa cultura latina dell’Europa.
La Cina richiama un’antica civiltà che si estende fino ai secoli presenti e futuri. Una Cina millenaria. Una civiltà asiatica radicata nella storia dell’umanità, alla quale il mondo deve la carta, la bussola e la polvere da sparo. In questa narrazione, la cultura cinese e confuciana ha plasmato per migliaia di anni la regione dell’Asia orientale. E in questo senso, almeno, la narrazione cinese è legittima.
Quella russa è tutt’altra cosa. Lì l’ideologia è subordinata a fini politici imperiali e i propagandisti adattano di volta in volta il concetto di un “mondo russo millenario” alle esigenze geopolitiche del momento e al pubblico cui si rivolgono. La narrazione è una per il Sud globale, un’altra per l’Europa, un’altra ancora per la Cina. E’ sufficiente il principio secondo cui “la Russia è ovunque poggi lo stivale di un soldato russo”. Attingendo a frammenti della storia e agli insegnamenti della Chiesa ortodossa, l’ideologia del russkiy mir è stata costruita per finalità di politica interna e per edificare un’identità da grande potenza. Per giudicarne l’autenticità basta ricordare che questo concetto geopolitico ha appena trent’anni: è apparso dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per colmare il vuoto e l’apatia che si erano aperti in Russia quando la separazione dell’Ucraina, e di Kyiv come fonte spirituale della Rus’, divenne un fatto compiuto.
Nel frattempo, nella sua incarnazione America First, il nostro alleato strategico si presenta a noi europei come la nuova fonte dei valori della civiltà occidentale: le libertà civili e la cultura cristiana. Accanto alle immagini di pastori immersi nella preghiera davanti alla sagoma del presidente degli Stati Uniti nei primi giorni della guerra con l’Iran, quasi ogni settimana ci raggiungono slogan sulla libertà di parola, sulla moralità e sulla missione.
L’Europa sembra non avere una narrazione propria. Come se la democrazia avesse davvero fatto la sua storia a partire dagli Stati Uniti e Gesù fosse nato a Washington. Il Vecchio continente rimane diviso in tanti fili nazionali e ha relegato l’insegnamento delle radici comuni e di più di duemila anni di storia ai bambini delle scuole elementari. Non c’è da stupirsi se oggi i populisti riescono a convincere una parte dell’opinione pubblica europea che non esista alcun terreno comune. Eppure ciò che ci unisce in Europa non è soltanto una civiltà latina che affonda le proprie radici in secoli anteriori alla venuta di Cristo, o un’economia fondata sul diritto di proprietà, più antico della nostra èra. E’ soprattutto una cultura e un modo di concepire l’umanità e il valore della vita umana. Noi europei dimentichiamo da dove provengano le fondamenta del mondo occidentale. Se le osserviamo di nuovo, con occhi diversi, vedremo ancora una volta che gli Stati Uniti sono soprattutto i destinatari dell’eredità europea, mentre l’Europa è la grande donatrice della cultura della civiltà occidentale.
C’è qualcosa di singolarmente paradossale in tutto questo. Il continente che oggi non sa raccontare la propria storia è proprio quello in cui ogni cittadino può toccarne con mano le tracce, ogni giorno. Basta guardare davanti a sé. Chiunque passeggi per Parigi si trova all’ombra di un arco di trionfo costruito sul modello romano, mentre chi passa davanti alla Porta di Brandeburgo a Berlino vede una quadriga e colonne che sono una citazione diretta dell’architettura dell’antichità classica. Chi entra nella Corte suprema di Varsavia legge sulla facciata iscrizioni latine che non sono un semplice ornamento, ma una professione di fede in un ordine giuridico fondato su quella tradizione. L’Europa è letteralmente costruita con la pietra di questa civiltà e tuttavia finge di non conoscerla.
Ogni giurista del continente, che eserciti a Lisbona, a Stoccolma o a Cracovia, ragiona attraverso categorie la cui fonte è il diritto romano. Ogni accordo, ogni contratto, ogni atto giuridico porta dentro di sé la traccia genetica del diritto elaborato, su una scala senza precedenti nella storia dell’umanità, dalle istituzioni della Repubblica romana. Non è una metafora, né una concessione accademica. E’ la base sulla quale poggia l’intero ordinamento giuridico europeo, dalla tutela della proprietà privata alla presunzione di innocenza. Inoltre, quasi tutti i cittadini dell’Unione europea scrivono utilizzando l’alfabeto latino. Lo usiamo in polacco, in finlandese, in irlandese e in ungherese. Lo abbiamo fatto nostro, spesso a scapito di precedenti tradizioni scrittorie, perché vi abbiamo riconosciuto uno strumento di comunità. Un alfabeto non è un dettaglio tecnico. E’ una scelta di civiltà.
E prima di Roma c’era la Grecia. Fu ad Atene che, per la prima volta nella storia dell’umanità, il cittadino divenne un soggetto autonomo: non un suddito, non proprietà di un sovrano, ma un partecipante alla vita pubblica, dotato di una voce e di diritti. La democrazia non è un’invenzione moderna. E’ europea.
Roma raccolse quell’impulso e vi aggiunse qualcosa di altrettanto fondamentale: lo stato di diritto come principio organizzatore di un impero che si estendeva dalla Spagna alla Mesopotamia. Per la prima volta nella storia, un territorio così vasto fu governato non dalla forza della volontà arbitraria, ma dalla lettera della legge e dalle norme approvate attraverso le istituzioni. Non era un ideale; era però una fondazione costituzionale senza precedenti, i cui fili continuano ancora oggi a plasmare gli ordinamenti costituzionali degli Stati europei.
In quello stesso mondo antico, il pantheon consentiva a molti dèi e a molte tradizioni di convivere sotto un tetto comune. Roma non distrusse i culti locali: li assorbì, li sintetizzò, li tollerò. Fu all’interno di questa cultura, e di un ordine comune che veniva preservato, che crebbe il cristianesimo. E fu l’Europa, che per lunghi secoli si concepì come Christianitas, a conferire alla vita umana una dimensione assoluta, facendone il fondamento della libertà civile e dei diritti inalienabili dell’uomo.
Questa non è una storia da relegare con imbarazzo nei libri di scuola. E’ la materia viva di cui è costruita l’identità europea, la prova delle radici latine della nostra forza. In quanto europeo, cristiano e polacco cresciuto in terre che l’Impero romano non riuscì mai a conquistare, sento di avere un particolare diritto a parlare delle comuni radici latine dell’Europa. Furono le nazioni slave, nordiche e baltiche ad adottare gran parte di questa cultura non attraverso la conquista, ma per propria libera scelta, così come secoli dopo decisero di entrare nella Comunità europea.
Eppure esiste una dimensione che l’Europa, dopo la Seconda guerra mondiale, ha deliberatamente escluso dalla propria identità. La sicurezza. Nel costruire una comunità economica, gli europei del dopoguerra cercarono la prosperità in un mercato comune, dando per scontato che la sicurezza sarebbe stata garantita dagli alleati d’oltre Atlantico. Ma il tempo in cui si poteva stare lontani dalla guerra a Parigi o a Londra è finito. Quanto in profondità la guerra possa ormai penetrare oltre la linea del fronte è stato dimostrato da ogni conflitto degli ultimi mesi. La moderna guerra ibrida è soprattutto disprezzo per la vita e violenza contro le società, non contro gli eserciti. Attacchi aerei, sabotaggi delle infrastrutture, disinformazione e cyberspazio fanno sì che oggi la linea del fronte attraversi stazioni ferroviarie, ospedali, centrali elettriche e centri urbani. Quando gli attacchi ibridi all’aeroporto di Copenaghen producono costi e pericoli maggiori rispetto all’incidente di Vilnius, diventa evidente che la diversa percezione della minaccia, da Madrid a Varsavia, è una debolezza che lacera le fondamenta non soltanto del nostro continente, ma del mondo latino.
Nel dibattito attuale sulla sicurezza comune, l’Ue si trova per la prima volta davanti a un’occasione epocale: costruire una sicurezza comune, europea. Ma non può farlo senza riscoprire radici comuni e un’identità comune. Sono questi i valori per i quali i soldati sono disposti a portare una bandiera sulla manica dell’uniforme, a combattere per essa e a morire per essa. Dov’è, allora, la memoria dei valori dell’Europa latina per i quali le future generazioni di europei vorranno combattere? Vale la pena ricordarci ancora una volta quanto ci unisce in un’Europa che, nel corso della sua storia, non ha perso le proprie lingue distinte, non ha eliminato le proprie nazioni e non ha soffocato i valori cristiani. Cari nazionalisti: in che modo, esattamente, settant’anni di federalizzazione europea avrebbero potuto porre fine all’esistenza delle nostre nazioni, se l’Impero romano non ci è riuscito in mille anni, pur essendo la più grande potenza dell’antichità europea?
Jacek Siewiera, medico, ufficiale e giurista, è stato segretario di stato e capo dell’ufficio per la Sicurezza nazionale della Polonia dal 2022 al 2025