Come il “fattore Catalogna” detemina gli equlibri politici in Spagna

Il mandato di arresto (sospeso) nei confronti di Puigdemont e una regione in cui si potrebbero giocare di nuovo le sorti politiche della nazione (spagnola)

8 OTT 26
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Carles Puigdemont (foto ANSA)

Madrid. Maricarmen Abascal, la donna di 87 anni il cui sfratto ha dato il via alla protesta per la casa in Spagna, è morta ieri a Madrid.
Sul fronte politico per Sánchez c’è invece una beffa del destino. Il suo governo era nato grazie ai sette deputati di Junts, gli indipendentisti catalani che nel 2023 votarono la fiducia in cambio della promessa di amnistia per i leader condannati o rifugiati all’estero, ma è caduto a causa del voto sui decreti per la casa, bocciati proprio da Junts quando la sentenza della Corte costituzionale che garantiva l’amnistia, dopo un complesso iter giuridico, era ormai pronta.
E’ arrivata 24 ore dopo le dimissioni del premier e chiude il ping-pong fra Corte costituzionale e Corte suprema. Quest’ultima aveva finora considerato l’amnistia non applicabile al reato di peculato (l’uso di fondi pubblici per il referendum secessionista del 2017). Sul merito si è espressa anche la Corte di giustizia dell’Ue, dichiarando la norma non incompatibile con il diritto europeo. Così, un’ora dopo la sentenza del Costituzionale, il Supremo ha sospeso il mandato di arresto nei confronti del leader di Junts, Carles Puigdemont. Il colpevole della caduta del governo di Madrid ha il suo ufficio a Waterloo, in Belgio, dove è rifugiato da anni. Ora ci si aspetterebbe un suo rientro trionfale tra due ali di folla, prima delle elezioni del 29 novembre. Eppure, lui si mostra cauto. Da un lato, il Supremo ha sospeso il mandato di arresto, ma attende i dettagli della sentenza prima di estendere l’amnistia a tutti. Va detto che Puigdemont, fra i leader di quel tentativo di secessione, non è mai stato il più coraggioso. Altri, come il suo consigliere Jordi Turull (oggi segretario di Junts), sono finiti in carcere. Poi, pian piano, Sánchez ha legiferato d’accordo con il suo bisogno di garantirsi quei sette voti. Prima un indulto, poi l’abolizione del reato di sedizione, infine l’amnistia.
Oggi la Catalogna – che gli indipendentisti descrivono come nazione oppressa malgrado tutte le garanzie politiche e culturali, con un bilinguismo perfetto perfino negli organi legislativi, dove dal 2023 i parlamentari possono esprimersi in catalano, basco e gallego – potrebbe essere di nuovo la regione in cui si giocheranno le sorti politiche della nazione (spagnola).
In questa legislatura, 40 su 48 parlamentari eletti dalla Catalogna hanno detto sì al governo Sánchez: 19 socialisti più 21 fra Junts, Sinistra repubblicana di Catalogna (Erc) e la coalizione di estrema sinistra Sumar-En Comú Podem. Lì le destre “spagnoliste” (così vengono chiamate) sono il fanalino di coda: il Partito popolare (Pp) con sei scranni e Vox due. Ma i sondaggi più recenti, pubblicati da El Mundo, danno in calo quasi tutti i partiti storicamente più forti. Calano i socialisti, che perderebbero 11 seggi se si votasse alle regionali; cala Junts, che non sembra contare molto sull’effetto “ritorno di Ulisse/Puigdemont” e lascerà tutto il protagonismo della campagna elettorale alla capogruppo Míriam Nogueras. I sovranisti di Alleanza catalana, di cui i sondaggi prevedono un exploit (nel Parlamento regionale salterebbero da 2 a 30 seggi), hanno deciso di non presentarsi alle legislative spagole e concentrarsi sulle amministrative e autonomiche di primavera. A chi andrà quel malloppo di voti? Non si sa.
A sinistra forse va meglio Erc, ma molto dipende da cosa farà il suo capogruppo al Congresso, l’istrionico Gabriel Rufián, che pare tentato di entrare in un progetto nazionale di unificazione delle sinistre. In spagnolo si dice Frente Amplio, da noi si potrebbe tradurre “campo largo”, non fosse altro che rischia di spaccarsi sul nome del capo: Podemos si è già scisso anni fa e non sarà facile rimetterne insieme i cocci, mentre dalla Catalogna fa capolino l’ex sindaca di Barcellona, Ada Colau, che ha già perso due rielezioni.
Una sinistra frammentata potrebbe ridare fiato ai socialisti, che ormai si aggrappano a tutto. Secondo El Mundo, sarebbe stato un sondaggio nazionale a spingere il premier ad anticipare le elezioni: dava a Vox fino a 80 deputati, tutti sottratti al Pp, che potrebbe scendere perfino sotto un Psoe in caduta libera. Per il compagno Sánchez vale il motto maoista del “disordine sotto il cielo, situazione eccellente”. L’11 novembre c’è anche uno sciopero generale, il primo contro l’opposizione e non contro il governo.