Risalire la china del nuovo antisionismo. Le guerre (e il governo) che servono a Israele

Il significato di sionismo è stato capovolto. Ora è interesse di Israele non mollare la guerra contro il terrore e avviarne una di chiarificazione e dialogo. Un governo Netanyahu di unità nazionale la savia follia che ci vorrebbe
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Non tutti gli antisionisti sono antisemiti, ma tutti gli antisemiti sono antisionisti. Oggi il sionismo, a tre anni dall’ultimo pogrom, quello del 7 ottobre, e dopo tre anni di guerra contro il terrorismo nichilista e il suo retroterra popolare e militante che quel pogrom generarono, è definito nei movimenti di massa propalestinesi e antisraeliani e nella gigantesca sottocultura burocratica forte anche in ambienti istituzionali occidentali, per non parlare dell’Iran e della rete jihadista internazionale, come razzismo, colonialismo, oppressione, crimine, nazionalismo estremista, origine della pratica e ideologia genocidaria, regime di apartheid. I Verdi britannici hanno solo codificato a maggioranza questo andazzo, questo nuovo pensiero unico, questo ipercorrettismo che abolisce vecchie discriminanti arrugginite come la Shoah e il suo “mai più”. Quando il sionismo nacque e definitivamente si affermò, anche nel solco dello sterminio degli ebrei d’Europa da parte di nazisti e fascisti, era autodeterminazione, liberazione, esodo, protezione di una minoranza plurimillenaria di discriminati e oppressi, riparo umanitario, socialismo, democrazia, aspirazione alla pace nella tutela della sicurezza. Nella mentalità corrente, dopo il 7 ottobre e la guerra di Gaza, il sionismo è una distopia, una utopia negativa, una totale inversione di significato etico e storico rispetto alle origini.
Come questo sia potuto avvenire e così rapidamente sarà materia di studio per generazioni. Ma è avvenuto. Il rigetto antisionista attacca alla radice il progetto di costruzione di un rifugio per gli ebrei sopravvissuti allo sterminio e insicuri nella diaspora europea. Ovviamente il sionismo non è irenismo, rose e fiori, illusione e proposta di convivenza, è anche presa di possesso di una terra abitata da comunità arabo-islamiche, si intreccia con il dramma violento della decolonizzazione e con le responsabilità dell’occidente, di cui gli ebrei sionisti hanno fatto parte come avanguardia di genio e di cultura, insomma è la fondazione di uno stato e la resurrezione di una nazione e di una lingua biblica e di una identità ancestrale e modernissima, tutti fattori che hanno comportato, insieme a uno slancio messianico e spirituale possente nella sua terribilità, tremendi prezzi per gli abitanti dell’ex mandato britannico di Palestina. (segue a pagina quattro)
Di lì il dramma di comunità che non hanno saputo né voluto, né sono state spinte in questa direzione dai vicini stati arabi, al contrario, fronteggiare la decisione internazionale di far nascere da una colonia britannica due stati e due popoli, con una proposta di convivenza politica pacifica e sicura come nel progetto originario rivissuto precariamente a Oslo e andato a male definitivamente il 7 ottobre. Spesso l’approdo di un processo storico, e niente è più vano e inutile del farne scandalo moralisticamente, è la nuda inimicizia, l’odio reciproco, la paura e la volontà di rivalsa sui torti subiti. Ora però è interesse di Israele e dell’umanità che è il piccolo residuo di una fase disumanizzante rimasto in ciascuno di noi, anche semplici spettatori, non mollare la vera guerra di carne e ossa, quella contro il terrore e la minaccia nucleare e la congiura per l’estinzione violenta dello stato ebraico dal fiume al mare, e intraprendere una lunga guerra di verità, di chiarificazione storica e politica, di dialogo e rasserenamento per risalire la china del nuovo antisionismo e del suo limaccioso sfondo antisemita. Un governo Netanyahu di unità nazionale, una di quelle sorprese di savia follia che non sono estranee alla storia politica dello stato di Israele, sarebbe la soluzione possibile per un precario ma necessario avvio di un risanamento morale del conflitto senza cedere di un pollice sulle condizioni e ragioni di sicurezza dalla parte di Israele, una democrazia che c’è, e della Palestina statale e pacifica e democratica, che non c’è ancora.
Giuliano Ferrara