Esteri
Speciale 7 ottobre •
Perché si è tanto corroso in America il sostegno per Israele
Dopo il 7 ottobre il sostegno americano a Israele si è incrinato come mai prima. Il sorpasso nei sondaggi dei palestinesi sugli israeliani, la frattura tra i democratici e il nuovo dissenso anche nella destra cambiano un equilibrio che sembrava intoccabile
7 OTT 26

Foto LaPresse
La versione israeliana dell'11 settembre ha avuto per lo stato ebraico conseguenze di lungo termine simili a quelle che l'America ha vissuto negli anni successivi all'attacco alle Torri gemelle. Alla grande solidarietà internazionale che fece seguito all'orrore del settembre del 2001 seguì un'ondata di antiamericanismo – in medio oriente ma anche in Europa – legata soprattutto alla guerra in Iraq. Le conseguenze si avvertono ancora oggi, un quarto di secolo dopo. Allo stesso modo, la strage di Hamas del 7 ottobre 2023 ha creato un iniziale sostegno per Israele, che ha poi cambiato profondamente pelle con l'intensificarsi delle operazioni militari a Gaza. È successo un po' in tutto il mondo, ma tre anni dopo sorprende scoprire quanto quel momento abbia segnato l'America, a livello politico e culturale. Sorprende per la profondità del legame che unisce da sempre Washington a Tel Aviv e per la relazione speciale che lo stato ebraico ha con gli Stati Uniti fin dalla sua nascita.
Dal 2001 i sondaggisti di Gallup misurano con cadenza annuale le simpatie degli americani per gli israeliani e i palestinesi. Israele è sempre stato in testa nel sondaggio, ma nel febbraio di quest'anno è arrivato il sorpasso: il 41 per cento degli americani sta con i palestinesi, il 36 per cento con gli israeliani (la parte restante non si schiera). Tre anni fa la situazione era 54-31 per il popolo ebraico rispetto ai loro vicini arabi e all'inizio del secolo era intorno al 55-15. Il sostegno al riconoscimento dello stato palestinese e l'appoggio alla soluzione dei "due stati" sono ai massimi storici.
Se i repubblicani nel complesso non si sono spostati di molto nelle loro posizioni, a cambiare profondamente idea su Israele sono soprattutto i democratici, i giovani e gli indipendenti. Un cambio che potrebbe avere un effetto non secondario alle elezioni di metà mandato di novembre e soprattutto alle presidenziali del 2028. È un segnale epocale in un paese che dal secondo dopoguerra a oggi è riuscito al proprio interno a litigare un po' su tutto, ma che su un tema era di solito inamovibile, quale che fosse l'Amministrazione al potere: il sostegno a Israele. Un dato di fatto che affonda le radici in una scelta fatta il 14 maggio del 1948: undici minuti dopo che David Ben Gurion aveva dichiarato a Tel Aviv l'indipendenza di Israele, da Washington gli rispondeva il presidente democratico Harry Truman riconoscendo lo stato appena nato (andando anche contro il parere del segretario di stato George Marshall).
Da allora l'alleanza di ferro con Israele è stata una costante della politica estera americana. Non sempre senza frizioni, a dire il vero. Dopo la crisi di Suez del 1956 Eisenhower costrinse Israele, insieme a Francia e Gran Bretagna, a ritirarsi dall'Egitto. Ma la direzione era ormai tracciata. John Kennedy fu il primo a vendere allo stato ebraico armi sofisticate, i missili antiaerei Hawk, nel 1962. Lyndon Johnson, dopo la guerra dei Sei giorni, portò i caccia americani nei cieli israeliani. E nell'ottobre del 1973, con l'esercito di Golda Meir in difficoltà nella guerra dello Yom Kippur, Richard Nixon ordinò un ponte aereo che in un mese trasferì in Israele oltre ventimila tonnellate di materiale militare.
Da lì in avanti ogni presidente ha messo la propria firma. Jimmy Carter con gli accordi di Camp David tra Begin e Sadat nel 1978, Bill Clinton con la stretta di mano tra Rabin e Arafat sul prato della Casa Bianca nel 1993. Nemmeno i rapporti personali più tesi hanno scalfito il patto. Barack Obama con Benjamin Netanyahu non si è mai capito, e nel 2015 se lo vide arrivare al Congresso a parlare contro il suo accordo nucleare con l'Iran. L'anno successivo però firmò il pacchetto di aiuti militari più ricco della storia: 38 miliardi di dollari in dieci anni.
Donald Trump, nel primo mandato, ha spostato l'ambasciata americana a Gerusalemme, inaugurata il 14 maggio 2018, settant'anni esatti dopo la scelta di Truman. Poi ha costruito gli Accordi di Abramo con Emirati e Bahrein. Al Congresso, intanto, votare per Israele era una formalità: nel 2021 i fondi per lo scudo antimissile Iron Dome passarono alla Camera con 420 sì e 9 no. Poi è arrivato il 7 ottobre. Undici giorni dopo Joe Biden era all'aeroporto di Tel Aviv ad abbracciare Netanyahu. Il 25 ottobre la Camera approvò una risoluzione di sostegno a Israele con 412 voti contro 10. È stata l'ultima volta in cui l'America si è ritrovata tanto compatta.
Quest'anno gli aerei americani hanno colpito l'Iran insieme a quelli israeliani, eppure il paese non è mai stato così diviso sullo stato ebraico. I numeri raccontano bene la spaccatura. Una settimana dopo la strage di Hamas, un sondaggio Economist/YouGov registrava un 48 per cento di americani dalla parte degli israeliani contro un 10 per cento per i palestinesi. A fine settembre di quest'anno la stessa domanda ha prodotto un 26 a 25: lo scarto più stretto da quando l'istituto ha cominciato a porla, nel 2011. Il Pew Research Center, che misura invece l'opinione degli americani su Israele come paese, ha visto i giudizi negativi salire al 60 per cento, quasi venti punti in più rispetto al 2022. Quelli "molto sfavorevoli" sono quasi triplicati, dal 10 al 28 per cento. Tra i democratici le opinioni negative sono arrivate a circa l'80 per cento. Il segnale più inatteso però arriva da destra: il 57 per cento dei repubblicani sotto i cinquant'anni oggi vede Israele in modo sfavorevole.
Per anni ha fatto da cuscinetto la distinzione tra il governo Netanyahu e gli israeliani come popolo. Si sta consumando anche quella: secondo Pew le opinioni negative sugli israeliani sono passate dal 28 per cento del 2024 al 42 di quest'anno. A giugno, per Quinnipiac, il 48 per cento degli elettori riteneva che l'America sostenga Israele troppo. È il valore più alto da quando la domanda è stata introdotta, nel 2017. La guerra con l'Iran ha accelerato tutto. Oggi, secondo Ap-Norc, il 69 per cento degli americani pensa che quella guerra non valesse la pena di essere combattuta.
Il cambiamento si vede anche al Congresso. Da due anni il senatore Bernie Sanders presenta a ripetizione risoluzioni per bloccare singole forniture di armi a Israele, e ogni volta raccoglie più consensi tra i democratici. Nell'aprile del 2025 erano 15, a luglio 27. Il 15 aprile scorso sono diventati 40 su 47, per fermare la vendita di bulldozer militari, mentre in 36 hanno votato contro quella di bombe da mille libbre. Le risoluzioni sono state respinte dalla maggioranza repubblicana.
Anche il ruolo dell'Aipac, la lobby filoisraeliana che per decenni ha corteggiato con uguale successo repubblicani e democratici, è cambiato. Un tempo il suo appoggio era un lasciapassare. Oggi, nelle primarie democratiche, è diventato un marchio tossico. Annunciano di rifiutarne i finanziamenti i candidati progressisti, ma anche moderati e aspiranti alla Casa Bianca. E gli avversari usano l'etichetta di "candidato dell'Aipac" come un'arma. Nel campo repubblicano, invece, il suo peso resta intatto: a maggio ha contribuito all'esito delle primarie per la Camera più costose della storia, quelle in Kentucky dove Trump ha messo tutto il suo peso per far fuori il deputato uscente Thomas Massie che da tempo lo osteggia.
L'esito delle elezioni di metà mandato all'inizio di novembre dirà quanto pagano le posizioni filopalestinesi e le critiche a Israele che hanno caratterizzato le campagne dei candidati progressisti e democratico-socialisti, soprattutto quella di Abdul El-Sayed in Michigan, e gli attacchi a Netanyahu da parte del sindaco di New York Zohran Mamdani. Ma anche a destra l'ala antisraeliana (che talvolta scade anche nell'antisemitismo) vede voci potenti e ascoltate come quella dell'anchorman Tucker Carlson, dell'ex deputata Marjorie Taylor Greene o dell'ex capo dell'antiterrorismo Joe Kent. Dopo il voto di novembre, prendere posizione su Israele diventerà una scelta decisiva nella lunga campagna per le presidenziali del 2028 e potrebbe diventare un tema centrale per i vari J. D. Vance, Marco Rubio, Alexandria Ocasio-Cortez o Gavin Newsom. Decidere se e come appoggiare in futuro Israele non è più un argomento scontato e sarà una mossa difficile per chi aspira alla Casa Bianca.