Esteri
L'EDITORIALE DEL DIRETTORE •
Lo sdoganamento della caccia all’ebreo
Prima i pianti, poi la normalizzazione, la rimozione e lo sdoganamento. Il sette ottobre ci ricorda cosa vuol dire chiudere gli occhi di fronte alla nuova intifada globale, che trasforma l’essere ebrei in una colpa mortale
7 OTT 26

(Foto Getty)
Il 7 ottobre del 2023 abbiamo pianto. Il 7 ottobre del 2024 abbiamo normalizzato. Il 7 ottobre del 2025 abbiamo rimosso. Il 7 ottobre del 2026 siamo qui a fare i conti con un sentimento diverso. Né lacrime, né normalizzazione, né rimozione. Semplicemente: sovrapposizione. Una sovrapposizione spaventosa che a volte sconfina nella giustificazione e che a volte ha come conseguenza involontaria l’inversione dei fattori. Con l’aggredito che diventa aggressore. Con l’aggressore che diventa aggredito. E con l’aggressore, ora diventato aggredito, che improvvisamente si guarda attorno e trova conforto.
La rimozione più drammatica del 7 ottobre del 2023, rimozione che è diventata normalizzazione e che in alcuni casi è diventata giustificazione, è la facilità con cui le ragioni del pogrom di tre anni fa sono state rimosse. Certo, il 7 ottobre ancora oggi, quello di tre anni fa, colpisce e forse commuove persino gli odiatori seriali di Israele. Ma ciò che commuove sono le scene dei morti, delle aggressioni, degli stupri. Ciò che invece sparisce lentamente dal nostro orizzonte sono le ragioni dell’attacco. Il 7 ottobre sono morte 1.300 persone perché erano colpevoli di essere ebrei. Sono morte 1.300 persone perché un gruppo di terroristi coccolato da uno stato che finanzia il terrore nel mondo ha scelto di far coincidere in un modo plastico, drammatico e violento antisemitismo e antisionismo.
Le 1.300 vite spazzate via il 7 ottobre del 2023 non sono vittime collaterali di una guerra combattuta in modo simmetrico tra due eserciti regolari. Le 1.300 persone uccise il 7 ottobre sono morte perché i terroristi islamisti sognano di cancellare Israele dalla mappa geografica, sognano di cacciare gli ebrei dal medio oriente, sognano di estendere la Palestina dal fiume al mare, sognano di essere legittimati nel loro percorso genocidario: uccidere gli ebrei in quanto ebrei, trasformare gli ebrei in un bersaglio da colpire nel resto del mondo e trasformare i sostenitori dello stato ebraico in bersagli ulteriori da colpire. Hamas non ha vinto la guerra, l’Iran non ha vinto la guerra, Hezbollah non ha vinto la guerra, i terroristi islamisti che sognavano di distruggere Israele non sono riusciti nel loro intento. Ma il tentativo di esportare in giro per il mondo l’Intifada globale è riuscito. Ed è riuscito grazie a un trasferimento di colpe. Gli aggrediti, con il passare del tempo, sono diventati aggressori. Le ragioni del pogrom sono state via via rimosse. L’antisemitismo, testa d’ariete dell’Intifada globale, è stato normalizzato. E tre anni dopo l’orrore del 7 ottobre, dalla normalizzazione siamo passati alla giustificazione.
C’è un ebreo colpito? C’è un ebreo ucciso? C’è un rabbino minacciato? C’è una sinagoga sfregiata? La colpa non è più dell’odio che muove un coltello. La colpa è di chi ha reso quell’odio di nuovo vivo. La colpa è di Israele. La colpa dell’odio contro gli ebrei è del popolo ebraico. Del sionista. Del complice. Del genocida. L’inversione delle colpe non ha creato però solo una minimizzazione della nuova Intifada globale, minimizzazione ben rappresentata da quella sinistra italiana che si rifiuta di mettere la sua firma sotto un disegno di legge costruito per offrire strumenti migliori per combattere l’antisemitismo, perfetto esempio di sinistra “pro Bal”, non pro Pal, che considera la difesa del diritto di un ebreo di essere ebreo incompatibile con la difesa dei diritti del popolo palestinese. La minimizzazione ha creato un effetto diverso, quasi distopico, attraverso il quale oggi può capitare di ritrovarsi di fronte a scene come queste: gli sponsor del terrore che si congratulano con i minimizzatori dell’antisemitismo.
E’ in perfetta sintonia con il vocabolario di Hamas chi ha iniziato a paragonare l’azione feroce di Israele a Gaza a una replica del nazismo: se i nazisti sono gli altri, se i nazisti diventano gli ebrei, il contesto si perde, l’orrore si rimuove, la memoria si sfalda e gli aggressori possono facilmente diventare gli aggrediti. E’ in perfetta sintonia con il vocabolario di Hamas chi vuole normalizzare il terrorismo: la nostra non è guerra del terrore, la nostra è resistenza. E’ in perfetta sintonia con il vocabolario di Hamas chi aiuta a trovare le parole giuste per incoraggiare la Flotilla a trasformare Israele nell’unico ostacolo al raggiungimento della pace: se l’attenzione della guerra si sposta solo su una parte sarà più facile rimuovere le colpe di chi ha scelto di trasformare un popolo in uno scudo umano. E’ in perfetta sintonia con il vocabolario di Hamas chi incoraggia i governi di mezzo mondo a isolare diplomaticamente lo stato ebraico. E’ in perfetta sintonia con il vocabolario di Hamas chi trasforma in sionisti da demonizzare tutti coloro che sostengono il diritto dello stato ebraico a esistere e a difendersi da chi sogna di spazzarlo via dal fiume al mare.
E non può stupire che in questi anni il processo di rimozione del 7 ottobre e della trasformazione degli aggrediti in aggressori abbia portato a scene come quelle viste qualche anno fa, quando nel maggio del 2024, Ali Khamenei, l’ex guida suprema iraniana, scrisse una lettera di elogio agli studenti americani per ringraziarli di cuore per avere formato “un ramo del fronte della resistenza”. Tre anni dopo il 7 ottobre, il popolo ebraico che vive nello stato ebraico è tornato a vivere in un posto sicuro, fortificato, è riuscito a ridimensionare il raggio d’azione di chi lo voleva annientare ed è riuscito a tenere saldi i rapporti con gli stati arabi che, capendo meglio di molte cancellerie occidentali quale pericolo rappresenti una proliferazione del terrorismo finanziato dall’Iran, hanno scelto di continuare a costruire il proprio percorso di relazioni con Israele.
Ma tre anni dopo il 7 ottobre chi vive più in pericolo è ogni ebreo che vive fuori da Israele, divenuto, grazie a un cocktail mortale fatto di normalizzazioni, doppi standard, minimizzazioni, demonizzazioni, aggressori che diventano aggrediti, aggrediti che diventano aggressori, diritti umani spesso utilizzati come strumenti per legittimare l’azione dei terroristi ed ebrei che, grazie all’Intifada globale sdoganata dai campioni della minimizzazione, tornano a essere bersagli, alla ricerca di qualcuno che, ricordando il 7 ottobre del 2023, capisca cosa significhi dire mai più.