Esteri
lo stretto in crisi •
Bab el Mandeb, tra gli houthi e la guerra in Etiopia. Aspides potrebbe non bastare
Due conflitti su due sponde distinte del Mar Rosso, quella in Yemen e quella in Etiopia, potrebbero finire per rappresentare un solo fronte

Col passare dei giorni, lo Stretto di Bab el Mandeb si trasforma come fosse un fronte di guerra unico, sebbene diviso fra due sponde distinte del Mar Rosso. Da una parte, le forze governative yemenite hanno lanciato un’offensiva militare – l’hanno chiamata “l’Alba dello Yemen” – per tentare di riconquistare i territori lungo la costa che un mese fa erano finiti sotto il controllo dei terroristi filo iraniani houthi. Si combatte a Mokha, affacciata sul mare, città che secondo gli uomini sostenuti da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sarebbe tornata sotto ora il loro controllo. E solo a qualche decina di miglia, dall’altra parte di questa lingua di mare, c’è il porto eritreo di Assab, diventato il sogno proibito di Ahmed Abiy, il presidente etiope che combatte contro i ribelli del Tigray appoggiati, dice, proprio dal governo di Asmara.
In mezzo, navigano a fatica le navi e i cargo che tentano di raggiungere il Mediterraneo o di navigare in direzione opposta verso l’Oceano Indiano. Per loro, la minaccia di finire sotto un fuoco incrociato, come in una sorta di Forche Caudine, è reale. Soprattutto ora che i ribelli del Tigray minacciano il corridoio di Afar, la linea ferroviaria che è l’unica via di comunicazione fra l’Etiopia e il mare, in Gibuti. Da qui transita il 95 per cento del commercio di Addis Abeba, un passaggio che il presidente Abiy paga caro, circa 1,5 miliardi di dollari all’anno. Da questo sbocco strategico sul Mar Rosso, il primo avamposto degli houthi dista appena un centinaio di chilometri, sull’isola di Perim. Se questa unica via d’accesso venisse chiusa dai ribelli del Tigray, la disputa con l’Eritrea per Assab potrebbe riprendere vigore strozzando ulteriormente i transiti attraverso lo Stretto.
Due fronti distinti, quindi, e con attori diversi ma un unico grande snodo commerciale destabilizzato, che potrebbe tornare a chiudersi del tutto, dopo l’attuale dimezzamento dei transiti rispetto al periodo pre guerra. La ripresa del conflitto nel Tigray diventa quindi una variabile da tenere a mente nel momento in cui i paesi europei, Italia in testa, meditano su un rafforzamento della missione navale Aspides. Per il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, serve uno sforzo maggiore da parte dell’Unione europea per scortare le navi cargo attraverso lo Stretto di Bab el Mandab. Al momento, sono soltanto due e la settimana scorsa, incontrando l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea a Roma, Crosetto ha ribadito che serve uno sforzo maggiore dagli stati membri per mettere a disposizione più uomini e mezzi, perché l’attuale “non è ancora sufficiente per le esigenze che abbiamo davanti”.
Ma i dubbi sull’efficacia di un rafforzamento di Aspides – se mai fosse messo in pratica – sono aumentati ora più che mai. Se da un lato della costa il coinvolgimento dell’Eritrea è sempre più probabile, dall’altra parte del mare, in Yemen, la situazione sul campo resta imponderabile. Oltre a Mokha, le forze governative hanno detto ieri di avere “messo in sicurezza” lo Stretto di Bab el Mandab, ma gli houthi smentiscono. A Taiz i residenti sono in trappola, circondati come sono dai terroristi. Nel frattempo, la Turchia e il Pakistan – alleati dell’Arabia Saudita, che è già attivamente in guerra schierando un centinaio di aerei militari – hanno tenuto una riunione d’emergenza a Riad e hanno concordato di dispiegare rapidamente forze militari in Yemen, in virtù dell’Accordo di difesa congiunta della Mecca.