Esteri
speciale 7 ottobre •
Alla ricerca di qualche verità. Colloquio con il giornalista Raviv Drucker
Il giornalista d’inchiesta ci porta dentro la faglia tra la percezione di sé e dei propri traumi da parte della società israeliana e del resto del mondo, guardando “Bibi Files e “Naza”
7 OTT 26

Tel Aviv. Nel terzo anniversario dal massacro del 7 ottobre, emerge sempre più evidente il divario tra la percezione di sé e dei propri traumi da parte della società israeliana e del resto del mondo. I film “The Bibi Files” e “Naza” ne sono diventata la dimostrazione più evidente. Il Foglio ne parla con Raviv Drucker, uno dei principali giornalisti di inchiesta israeliani, per Channel 13 e Haaretz, tra gli intervistati del primo documentario – di cui è anche uno dei produttori – e tra i primi israeliani che ha visto Naza e intervistato il regista Yuval Abraham.
Il sottotesto che si riceve assistendo agli innumerevoli talk show su questi film è che “Naza”, con il suo titolo evocativo e le riprese della routine dai tetti di Tel Aviv a fronte della devastazione di Gaza, certifichi, per bocca di soldati, il piano genocida dell’Idf, mentre la società israeliana ne emerge come la famiglia allargata di Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz de “La zona di interesse”. “Bibi Files” aggiunge un tassello, insieme alle notizie sugli avvertimenti ricevuti dal premier Netanyahu da Egitto ed Emirati: la leaderhip israeliana sapeva e ha lasciato correre. Come vede questa esposizione da Israele uno dei principali detrattori di Netanyahu? “E’ ovvio che Netanyahu non ha voluto il 7 ottobre, non lo ha pianificato, non lo ha immaginato, in nessun modo. Ci sono sempre teorie del complotto, ma non conosco un’accusa seria in merito”, dice Drucker, a cui non sfugge il processo di manipolazione che attraversa le dure critiche interne in Israele, quando vengono estrapolate dal più ampio dibattito locale. “Penso però che ci sia un filo diretto che collega le sue vicende penali, che lo hanno portato ad associarsi a partner di destra estrema, che in vita sua non avrebbe mai immaginato di includere come elementi di governo. Questo ha portato a una politica folle, dal Monte del Tempio alla Cisgiordania fino alla riforma giudiziaria. E in larga misura ciò ha agevolato l’attacco di Hamas, perché ha creato una motivazione molto più grande in loro, nonché la sensazione che noi fossimo divisi e deboli, e ha anche aumentato la sfiducia profonda tra il rango politico e militare”.
Il Netanyahu di oggi è motivato solo dalla sopravvivenza politica? “Come spesso accade a chi è al potere da anni, Netanyahu è davvero convinto di dover essere al potere perché solo lui può rappresentare correttamente gli interessi di Israele. Dal suo punto di vista, combattere per la propria sopravvivenza politica equivale a combattere per Israele, è un po’ come ‘lo stato sono io’”.
“Bibi Files” in Italia è presentato per sostenere che Netanyahu protrae la guerra per evitare il processo, ma in realtà i fatti sono datati rispetto all’uscita del film nel 2024: vediamo nell’aula del dibattito che sembra che le accuse si stiano sgonfiando. “Il tribunale ci ha sorpresi trovando opportuno dichiarare per la seconda volta che il capo d’accusa per tangente non regge. Penso che gli altri capi d’accusa siano solidi, ma potrei sbagliarmi, la sentenza deciderà. In generale, c’è un ampio sentimento pubblico per cui il processo è andato avanti troppo a lungo, è diventato una farsa. Allora le persone cui sta a cuore il bene dello stato dicono: mettiamo fine a questo salasso, anche se forse meriterebbe una pena più severa, l’importante è che si smetta. Anche io, come persona che non è esattamente un ammiratore di Netanyahu, non ho alcun interesse a vederlo in tuta arancione in carcere a ottant’anni. Sarei molto felice se questo processo finisse e che venissero prese le giuste decisioni”.
“Bibi Files” non può essere proiettato in Israele in quanto contiene materiali dagli interrogatori ai tempi delle indagini del processo Netanyahu. “Naza” è attualmente reperibile in Israele solo in proiezioni chiuse per giornalisti. Secondo Drucker, può darsi che ci saranno proiezioni singole, ma non distribuzione di massa. “L’opinione pubblica israeliana è molto arrabbiata per questo film, e nessuna istituzione si prenderà la responsabilità di trasmetterlo”, afferma. Il che è un punto a favore per chi sostiene che se gli israeliani non lo distribuiscono, è la prova che la società sta diventando sempre più illiberale.
“E’ la prova che la società israeliana, che è seriamente post traumatizzata dopo il 7 ottobre, fa molta fatica a digerire un film del genere che la presenta come una società nazista, quando sente che in realtà è una vittima e non il carnefice. Si dovrebbero guardare altre società che hanno subìto traumi molto minori e vedere come hanno reagito”, dice Drucker, che parla comunque di “un’occasione mancata: se si fosse cercato di renderlo più giornalistico, più sfaccettato, gli autori avrebbero potuto parlare davvero agli israeliani di modo che capissero come ci siamo comportati a Gaza, perché non c’è dubbio che ci sono azioni con cui dobbiamo fare i conti”.
Drucker ha scritto che la visione del film l’ha fatto sentire come “un tedesco durante la Seconda guerra mondiale”, ma si concentra sulla critica giornalistica. “Come ho detto a Yuval Abraham, io non lo avrei trasmesso. Come giornalisti, dobbiamo essere sicuri che la testimonianza che ci viene fornita sia vera, accurata e incrociata. Questo film presenta apparentemente testimonianze mostruose, ma penso che nessuna avrebbe superato il test di base del corso di giornalismo del primo anno: non c’è luogo, data, non c’è l’evento, non c’è possibilità di incrociare i dati per la verifica. Il Guardian dice: fidatevi di noi. Con tutto il rispetto per il Guardian, e ne ho, non funziona così. Io non avrei osato trasmettere nulla di simile. Ho molto stima per Yuval Abraham e non ho dubbi che Israele e l’Idf abbiano commesso molte azioni indegne in questa guerra, che devono essere indagate, e i responsabili ne devono rispondere. Ma questo film è semplicemente anti giornalistico”.
Drucker in passato ha condotto un’inchiesta sulle testimonianze anonime di soldati a “Breaking the Silence” e inserisce anche questo punto nella sua critica. “Non appartengo al lato destro della mappa politica e ho rispetto per il lavoro di Breaking the Silence, ma come giornalisti abbiamo voluto controllare le loro testimonianze. Ne ho trovate credo due o tre che non erano del tutto vere; altre erano vere solo per metà. Ora, questo significa che chi testimonia a ‘Breaking the Silence’ mente? Non lo penso. Penso che in eventi bellici come questi non sei sempre esposto a tutti i fatti”.
“Ho visto con i miei occhi quando ero nel bunker dell’aeronautica militare un Naza (“danno collaterale”) a tre cifre, non ricordo il numero esatto. Non si trattava di 500 come si dice nel film. Ma bisogna anche capire il contesto più ampio: anche se si parte da una stima a tre cifre, si tratta di un processo complesso. Il concetto di Naza è l’opposto di quanto si vuole sostenere: è uno strumento che l’Idf usa per cercare di ridurre il numero di vittime civili. All’inizio della guerra, con la grande sete di vendetta, la soglia del Naza è sicuramente stata alzata. Questo film non fornisce la prova di come e quando. Come possiamo sapere poi che effettivamente questi soldati fossero coinvolti fino in fondo nel processo decisionale? Ti dicono che sono intervistati 24 soldati e ufficiali dell’unità 8200. In quanto persona che ha cercato soldati disposti a parlargli su questo, posso dire che trovarne 24 di quell’unità di intelligence che vengano a parlare in un film contro Israele, be’, è straordinariamente insolito, e sto usando un eufemismo. Inoltre, questi soldati non sono necessariamente al corrente di tutta la catena decisionale. Quindi sostenere che possano testimoniare esattamente cosa è successo, è molto problematico per me”.
Avvicinandoci all’anniversario dell’inizio della guerra e alla data delle elezioni, com’è cambiata la società israeliana in questi tre anni? “La società israeliana, che era già piuttosto a destra e non era esattamente amante dei compromessi, lo è diventata ancora di più, più convinta dell’uso della forza. E questo è molto triste, ed è una sfida molto difficile con cui non so come riusciremo a confrontarci. Il test più grande è ovviamente se in queste elezioni le persone che sono state responsabili del 7 ottobre, sotto il cui mandato questo massacro è avvenuto, dopo tutto questo orrendo disastro resteranno ai loro posti per continuare a governare. Penso che questo mostrerebbe a tutto il mondo che processo difficile e problematico ha subìto la società israeliana con il trauma del 7 ottobre”.