Sánchez approva i decreti Casa da dimissionario. E, novità, divide piccoli proprietari dai "fondi avvoltoio"

Il leader socialista dà una lettura originale del dettato costituzionale dicendo che in attesa di un nuovo Parlamento è giusto che il governo dia risposte ai cittadini. Ma sul secondo decreto però glissa e il primo risulta decisamente più centrista degli annunci. Intanto il Tribunale Supremo spagnolo ha revocato l'ordine di arresto per Carles Puigdemont, il leader indipendentista catalano da anni latitante in Belgio



6 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 16:34
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Come previsto, martedì mattina il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato nuovamente, ma con modifiche, i due decreti che il Congresso dei deputati aveva bocciato venerdì scorso. Nel frattempo, Pedro Sánchez lunedì si era dimesso e aveva sciolto le camere (il re, secondo la Costituzione spagnola, firma la proposta di dissoluzione, ma è un atto formale dovuto e senza margine di discrezionalità), quindi poteva sembrare strano che un governo già dimesso tornasse a votare due decreti già bocciati. La singolarità della situazione l’ha riconosciuta anche Sánchez in conferenza stampa.  Ma se il Parlamento volge le spalle ai cittadini, ha detto, è giusto che i cittadini eleggano un nuovo Parlamento e che il governo, nel frattempo, dia loro delle risposte. 
Quella di Sánchez una lettura originale e discutibile del dettato costituzionale, perché non è così ovvio che un governo ridotto agli affari correnti possa riapprovare due decreti e inviarli alla Diputación permanente, sorta di camera legislativa in miniatura, composta da 69 membri, in cui i rapporti di forza risultano sufficientemente alterati da consentire l’approvazione di almeno una delle due norme. Talmente discutibile che lo stesso Sánchez la metteva in discussione nel 2015, quando lui era il capo dell’opposizione e Mariano Rajoy, del Partito popolare, capo del governo. C’erano stati gli attentati jihadisti a Parigi, l’allora presidente francese Hollande aveva invocato la clausola di difesa reciproca del Trattato Ue e Rajoy, già in campagna elettorale, non escludeva di servirsi della Diputación per approvare l’invio di soldati in Siria. Una decisione che Sánchez bollò come illegittima. Stavolta Sánchez si auto-investe di una legittimità proveniente dalla cittadinanza che protesta e alla quale il governo sente il dovere di rispondere. Alla fine della conferenza stampa, a chi gli chiedeva se intendesse emanare altri decreti, ha risposto con un sibillino: “Noi non ci fermiamo”.
Intanto Carles Puigdemont, il leader dell'indipendentismo catalano latitante in Belgio da otto anni, può tornare in Spagna senza timore di essere arrestato. Il Tribunale Supremo spagnolo, infatti, ha revocato l'ordine di arresto per malversazione, che ancora pesava nei suoi confronti. Puigdemont era fuggito in Belgio nell'ottobre 2017, dopo la proclamazione unilaterale dell'indipendenza della Catalogna, evitando l'arresto assieme ad altri componenti del suo governo. Il Tribunale Supremo aveva mantenuto il mandato di arresto anche dopo l'entrata in vigore dell'amnistia nel giugno 2024, escludendo il reato di malversazione dalla sua applicazione. La Corte costituzionale ha oggi respinto questa interpretazione, aprendo la strada all'amnistia. Sánchez ha commentato la notizia rivendicando l'amnistia, anche se in molti gli hanno fatto notare che il suo terzo governo con Junts, il partito degli indipendensti catalani, è terminato proprio pochi giorni prima del possibile rientro in Spagna di Puigdemont.
Tornando ai decreti del premier dimissionario, al di là del dilemma sulla correttezza formale (che certamente non vuol dire secondario), resta il contenuto dei nuovi provvedimenti, approvati con alcune novità interessanti. Fra le 21 misure annunciate ci sono sostegni all’acquisto e alla costruzione di nuove case. Per esempio, la linea di credito da 10 milioni per la concessione di prestiti fino a 50.000 euro senza interessi a chi desidera acquistare la prima casa. E ancora sgravi fiscali per chi paga un affitto e agevolazioni per i piccoli proprietari che affittano a prezzi accessibili. La frequenza con cui Sánchez si è riferito ai piccoli proprietari, differenziandoli chiaramente dai famigerati “fondi avvoltoio”, è forse la grande novità del suo discorso di martedì. Sono anche loro “importanti in questa equazione”, ha dichiarato, mentre ribadiva che le locazioni brevi del mercato turistico vanno tassate per ciò che veramente sono: un business.
L’altra novità, pur confermando la sospensione temporanea degli sfratti fino al 2030, è il riconoscimento della necessità di dare un nuovo impulso all’edilizia e di ricorrere a soluzioni diverse dalla coercizione per ampliare il parco immobiliare sociale. È così che Casa 47, l’ente pubblico per l’edilizia abitativa, acquisirà migliaia di immobili dalla Previdenza sociale per destinarli ad alloggi (la misura era presente già venerdì scorso, ma martedì ha goduto di una sottolineatura più enfatica). Infine – riconoscendo l’urgenza negata da molti, soprattutto a sinistra, della costruzione di nuovi immobili – il governo stanzierà 280 milioni in garanzie per promuovere l’edilizia residenziale al fine di “aumentare l’offerta in breve tempo”, più altri 400 milioni destinati ai fornitori di alloggi sociali.
Il secondo decreto, quello che porta la firma di Sumar e che già la settimana scorsa prevedeva la proroga automatica dei contratti e indennizzi pesanti a carico dei proprietari che intendono rescinderli, Sánchez lo ha annunciato en passant avvisando che non entrerà neanche in vigore fino alla sua ratifica definitiva, assai improbabile perché osteggiata non solo dai catalani di Junts ma anche dai nazionalisti baschi. È il contentino dato all’estrema sinistra, la misura bandiera sventolata dagli alleati di una pagina politica che sta per chiudersi. Anche se non può ignorare le piazze piene e uno sciopero generale in arrivo, che sembra pensato più contro l’opposizione che contro il governo, la volpe Sánchez ha dato l’impressione di saper bene che le elezioni si vincono al centro.