Esteri
L'editoriale del direttore •
Le vite incrociate di Israele e Ucraina
I confini delle democrazie da difendere, gli sponsor del terrore da respingere, le simmetrie nascoste, gli avversari in comune. Israele, l’Ucraina e il dovere di non difendere le libertà a metà
6 OTT 26

Un appartamento distrutto a Kyiv - foto LaPresse
È chiaro di chi stiamo parlando, no? È passato un po' di tempo, certo, ma ormai dovrebbe essere chiaro a tutti cosa c'è in ballo, quando si parla della sua difesa, quando si ricorda che i suoi confini sono anche i nostri, quando si prova a rammentare che i suoi nemici sono i nostri nemici, quando si tenta di spiegare che la tutela della sua libertà coincide spesso con la difesa della nostra libertà. È passato un po' di tempo, è vero, ma quando il tempo passa a volte è necessario ripartire dalle basi per ricordarci di cosa stiamo parlando, quando parliamo della sua storia, quando parliamo della sua sovranità, quando parliamo dei suoi confini aggrediti. È passato un po' di tempo, ovvio, ma mai come oggi, visti i tempi che corrono, è utile fare uno sforzo e ricordare perché la sua storia è lì a ricordarci ogni giorno alcuni fondamentali importanti che riguardano un bene cruciale: la difesa della nostra democrazia.
Bisogna ricordare che l'attacco ai suoi confini non nasce per caso ma nasce nel tempo: si stratifica, si consolida, si legittima e quando sale di livello ci si chiede come sia potuto succedere. Bisogna ricordare quanto sia importante stare attenti a non cadere nella trappola di chi vuole confondere gli aggrediti e gli aggressori, mettendoli sullo stesso piano, minimizzando l'aggressione per demonizzare la difesa. Bisogna ricordare quanto sia cruciale stare attenti a non cadere nella trappola di chi tenta di considerare un'azione terroristica equivalente a un'azione messa in campo per difendersi dai terroristi.
Bisogna ricordare che difendere la sua esistenza, la sua integrità, la sua vita non significa solo voler fare politica estera, immischiandosi in affari che ci potrebbero riguardare fino a un certo punto, ma significa molto più semplicemente rendersi conto che l'integrità di quel confine riguarda l'integrità dei nostri confini, della nostra società, del nostro futuro. Bisogna ricordarsi, poi, che ogni volta che si difende da un drone iraniano, ogni volta che si difende da una interferenza russa, ogni volta che si difende, quel paese, per respingere un attacco non si difende solo per proteggere i propri cittadini ma si difende per proteggere tutti coloro che nel mondo sognano di poter indebolire quell'asse del terrore, coccolato da Pechino, che da Mosca arriva a Teheran passando per Hamas e Pyongyang.
Bisogna ricordarsi, ancora, che il riarmo che dovrebbe preoccupare, ovviamente, non è il suo ma è quello, semmai, che viene fatto nell'indifferenza delle opinioni pubbliche internazionali dai suoi nemici: se una democrazia si riarma, lo sappiamo, l'opinione pubblica tende a chiamarla “escalation”, se un nemico della democrazia si riarma, invece, l'opinione pubblica tende a chiamare quel riarmo “resistenza”. Bisogna ricordare questo, certo, ma bisogna anche ricordare molto altro. Bisognerebbe ricordare che, di fronte alla sua guerra di difesa, che è una guerra in difesa della sua esistenza, essere pacifisti non ipocriti non significa tifare per lo sventolio della bandiera bianca ma significa tifare per la sua vittoria, su tutti i fronti.
Bisognerebbe ricordare, ancora, che le democrazie in guerra sbagliano, e quando sbagliano, anche se sono in guerra, il popolo glielo ricorda, e anche le opinioni pubbliche, ma bisognerebbe anche ricordare che per quanto una democrazia in guerra possa sbagliare c'è una differenza enorme tra chi combatte per colpire obiettivi militari e chi combatte per colpire obiettivi civili. Bisognerebbe ricordare questo ma bisognerebbe anche ricordarsi, infine, che quando vi è un aggredito e un aggressore è utile chiedersi, ogni tanto, quando si parla, quando si ragiona, quando si discute, quando si scrive, quando si fa politica, se si sta iniziando a prendere le parti dell'aggressore piuttosto che quelle dell'aggredito – e quando le proprie idee somigliano maledettamente a quelle dell'aggressore bisogna forse chiedersi se non si stia facendo qualcosa per trasformare in aggredito l'aggressore e in aggressore l'aggredito. Bisognerebbe ricordare, infine, che, quando si parla della sua difesa, proteggere la propria sicurezza non significa soltanto intercettare: significa ridurre la capacità dell'avversario di continuare a colpire, significa saper costruire alleanze, significa non aver paura di parlare di deterrenza e di metterla in campo. Bisognerebbe ricordare tutto questo ma bisognerebbe anche ricordarsi, quando si parla della sua esistenza, dei suoi confini, quanto sono pericolosi i doppi standard che ci portano a coltivare un profondo senso di colpa verso chi in una guerra somiglia di più all'occidente e quanto invece può fare il gioco degli sponsor del terrore trasformare chi combatte una guerra anche per difendersi in un furfante fino a prova contraria che ha sempre qualcosa da farsi perdonare.
Se siete arrivati a questo punto dell'articolo e vi state chiedendo di chi stiamo parlando avrete capito il gioco che abbiamo provato a mostrarvi. Ucraina e Israele sono paesi diversi, che combattono guerre diverse, ma che affrontano avversari simmetrici, minacce speculari, guerre di aggressione che non hanno cercato, attacchi terroristici ai propri danni che non hanno voluto. Due paesi sovrani che devono fare i conti con un'opinione pubblica internazionale che in modo molto disinvolto tende a trasformare due democrazie aggredite in due democrazie che aggrediscono. Due paesi aggrediti che ogni giorno, con problemi, errori, difficoltà, sono lì, di fronte a noi, a difendere i confini della libertà, delle democrazie, combattendo contro gli sponsor del terrore globali, e che ogni giorno, mentre l'occidente coltiva il suo senso di colpa, non fanno altro che muoversi per difendere un diritto di cui spesso ci dimentichiamo: quello di esistere.
È passato un po' di tempo, certo, ma ormai dovrebbe essere chiaro a tutti cosa c'è in ballo, quando si parla della sua e della loro difesa, quando si ricorda che i suoi e i loro confini sono anche i nostri confini, quando si prova a ricordare che i suoi nemici sono i nostri nemici, quando si tenta di spiegare che la tutela della sua e della loro libertà coincide spesso con la difesa della nostra libertà. Chi difende il diritto dell'Ucraina a esistere ma non quello di Israele, e chi difende il diritto di Israele a esistere ma non quello dell'Ucraina, finisce per difendere la libertà a metà. E come da vecchia lezione di Filippo Turati, la libertà a metà, prima o poi, smette di essere libertà.