L’allarme tedesco e le decisioni baltiche al confine

Prepararsi prima del peggio, da Tallinn e da Berlino arrivano due segnali che guardano in faccia il prossimo inverno 
6 OTT 26
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La difesa degli stati baltici è militare e politica. In Lettonia, Lista unita, il partito del primo ministro uscente, Andris Kulbergs, ha vinto le elezioni con il 35 per cento dei voti. Un ottimo risultato, soprattutto perché i sondaggi lo avevano sottostimato di parecchio. Sono cresciuti anche i partiti filorussi, ma per Riga la sicurezza contro Mosca rimane una priorità e il cordone politico regge, senza confusioni. Il cordone militare si rafforza in quella parte di Europa che teme di essere la prossima se l’Ucraina non verrà aiutata fino in fondo contro l’aggressione russa e che sa anche di poter essere utilizzata da Mosca per scavare una ferita nelle difese europee. La ferita non si scava con i missili o con un’invasione plateale, ma con un lavorio lento, con azioni ombra, mirate. E per questo l’Estonia ha deciso di rafforzare il personale militare e spostarlo molto più vicino ai suoi confini. Non teme un’invasione su vasta scala come quella che Mosca porta avanti contro Kyiv, non ci sono segnali che i russi la stiano preparando, ma teme provocazioni e, come dice un ufficiale dell’esercito estone al Financial Times, è necessario “vincere prima della battaglia”. Per questo i soldati vengono avvicinati al confine, per far sentire che Tallinn e la Nato sono pronte, guardano e non si distraggono. 
Nulla verrà sottovalutato. Ieri, Martin Jäger, il presidente del Bnd, il Servizio segreto estero della Germania, ha tenuto un discorso al Bundestag. Ha riportato le sue informazioni, spiegando che Berlino potrebbe essere coinvolta in un conflitto, perché Vladimir Putin ha oltrepassato il punto in cui avrebbe potuto mettere fine al conflitto sulla linea del fronte. Il capo del Cremlino si è spinto sempre più oltre, non può dire basta e in questa situazione è pronto a rischiare tutto, puntando su un 2027 in cui ha intenzione di usare ogni mezzo per “piegare l’Ucraina”. “Dobbiamo aspettarci attacchi russi di una durezza e brutalità come non ne abbiamo mai visti su vasta scala”, ha detto Jäger. L’Ucraina si è già accorta del cambiamento, fa i conti con il prossimo inverno dall’inizio della scorsa estate. Mosca non considera gli europei come attori esterni, è determinata a bloccare ogni rifornimento occidentale a Kyiv, vuole vedere gli ucraini soccombere e cerca il modo di accartocciare l’aiuto che noi possiamo offrire. “La Russia mira a spezzare il sostegno politico europeo all’Ucraina. Dobbiamo prepararci a tentativi di intimidazione e ulteriori interferenze, a nuove minacce nucleari. A questo dobbiamo resistere”, dice Jäger. Si resiste se preparati e quello che stanno facendo i baltici da anni è la preparazione contro un avversario che conoscono bene. Anche Jäger ha confermato che non ci sono indicazioni di un attacco su vasta scala della Russia contro la Nato, ma avverte che “potrebbero verificarsi attività militari a bassa soglia. Non si possono escludere operazioni sotto falsa bandiera, in particolare nei paesi baltici”.
Quando negli anni Novanta Mosca invase la regione georgiana dell’Abcasia – in questi giorni cadono gli anniversari delle violenze di quella guerra sotterrata nella memoria – alcuni ucraini decisero di andare a combattere come volontari al fianco dei georgiani. Per molti era necessario fermare la Russia lì prima che arrivasse in Ucraina. Quelle testimonianze non vennero prese in considerazione e Mosca arrivò in Ucraina. Quello che all’epoca dicevano gli ucraini, lo dicono oggi i baltici.