Il Brasile ha voltato le spalle a Lula nonostante un’economia favorevole

Il presidente ha perso il primo turno contro il figlio di Jair Bolsonaro in un paese dove disoccupazione e povertà sono ai minimi storici. Lo spostamento è stato moderato, ma ha raggiunto quasi ogni angolo del Brasile

6 OTT 26
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AP Photo/Ettore Chiereguini/LaPresse

Lula si è presentato al voto con molti numeri dalla sua parte. La disoccupazione è oggi al 5,3 per cento, il livello più basso degli ultimi trent’anni. Anche la povertà, pur restando alta, è ai minimi storici. I redditi reali dei lavoratori sono cresciuti del 17 per cento in quattro anni. Eppure domenica Luiz Inácio Lula da Silva, 80 anni, in corsa per un quarto mandato, è arrivato secondo. Flávio Bolsonaro ha ottenuto il 47,0 per cento dei voti validi, contro il 45,1 di Lula. La presidenza si deciderà ora al ballottaggio del 25 ottobre.
Lula, ex metalmeccanico e fondatore del Partito dei lavoratori, di centrosinistra, ha governato il Brasile dal 2003 al 2010 ed è tornato al potere nel 2023 dopo aver battuto Jair Bolsonaro per meno di due punti percentuali. Bolsonaro, figura di riferimento della destra brasiliana e presidente dal 2019 al 2022, è incandidabile ed è stato condannato nel 2025 per tentato colpo di stato. Il suo posto sulla scheda è stato preso dal figlio maggiore, Flávio, senatore di Rio de Janeiro.
Il risultato è stato una sorpresa. La media dei sondaggi dava Lula avanti di quasi tre punti.
Rispetto al primo turno del 2022, Lula ha perso 3,5 punti percentuali, mentre il candidato della famiglia Bolsonaro ne ha guadagnati 3,9. Il divario tra i due si è quindi spostato di poco più di sette punti. Non è stato uno spostamento enorme, ma ha interessato quasi tutto il paese. Lula ha perso terreno in 25 dei 27 stati brasiliani. Dei 5.570 comuni del paese, 716 che nel 2022 avevano votato per Lula questa volta hanno scelto Flávio, mentre nessuno si è mosso nella direzione opposta. Il Minas Gerais, lo stato che dal 1989 ha sempre votato per il vincitore delle presidenziali, è passato da un vantaggio di cinque punti per Lula a un vantaggio di cinque punti per Flávio.
Dove ha perso più terreno il presidente? La variabile che spiega meglio l’andamento è la dimensione dei centri abitati. Nei comuni con meno di 10.000 elettori, la quota di Lula è scesa di 6,5 punti; nelle città con più di un milione di elettori, è calata di appena 0,4 punti. Il voto per Lula conserva una dimensione di classe molto marcata: va molto meglio nei comuni più poveri che in quelli più ricchi. Ma le sue perdite sono state simili negli uni e negli altri. Lo stesso vale per l’elettorato evangelico. La famiglia Bolsonaro ottiene risultati particolarmente buoni dove le chiese evangeliche sono più presenti, ma Flávio ha guadagnato in quei comuni tanto quanto in quelli meno evangelici.
La geografia elettorale del Brasile resta spaccata in due. Il Nordest, la regione più povera del paese e terra natale di Lula, gli ha dato un vantaggio di 11 milioni di voti. Nel 2022 il margine era stato di 13 milioni – abbastanza da compensare il Sud e il Sudest, più ricchi e più conservatori. Questa volta non è bastato.
Tra i brasiliani residenti all’estero ci sono stati meno movimenti. I quasi 39.000 aventi diritto in Italia hanno dato a Lula più o meno lo stesso vantaggio di 15 punti del 2022.
Come fa un governo a perdere voti con così tanti indicatori favorevoli? Parte della risposta potrebbe trovarsi proprio nell’economia. La crescita è rallentata dal 3,4 per cento del 2024 a circa il 2 per cento di quest’anno. I consumi crescono a malapena, il tasso d’interesse della Banca centrale resta al 13,75 per cento e le famiglie destinano una quota record del 29 per cento del reddito al pagamento dei debiti. Molte famiglie potrebbero sentirsi economicamente più strette di quanto lascino pensare i dati sull’occupazione.
Qualcosa di simile è successo ai democratici negli Stati Uniti nel 2024. La disoccupazione era intorno al 4 per cento e l’economia cresceva più di quella europea, eppure Kamala Harris, vicepresidente di Joe Biden, ha perso contro Donald Trump. I prezzi, saliti di circa il 20 per cento dal 2021, hanno pesato di più sugli elettori.
C’è stato anche uno spostamento ideologico, molto più culturale che economico. Secondo Datafolha, nel 2022 il 49 per cento dei brasiliani si collocava a sinistra e il 34 per cento a destra. A giugno queste cifre erano diventate rispettivamente 39 e 44 per cento. Sui temi culturali – religione, meritocrazia, droghe e sicurezza pubblica – il 52 per cento ha posizioni di destra. Sui temi economici – intervento dello stato, leggi sul lavoro, sanità e istruzione pubbliche – prevale la sinistra, 45 a 28.
C’è poi un fattore regionale. Dal 2020 l’America latina ha votato in 25 elezioni presidenziali, e in 19 di queste il partito di governo ha perso, che fosse di sinistra o di destra. Ma dei quattro presidenti che in questo periodo si sono ricandidati, tre hanno vinto: Nayib Bukele in El Salvador, Luis Abinader nella Repubblica dominicana e Daniel Noboa in Ecuador. L’unico a perdere è stato Jair Bolsonaro, nel 2022. Ora Lula rischia di diventare il secondo.
L’aritmetica del ballottaggio è impegnativa. I candidati minori hanno raccolto il 7,8 per cento dei voti. Se tornano a votare le stesse persone, Lula deve conquistare più di sei voti su dieci tra questi. Tra i due turni del 2022, Bolsonaro se ne era aggiudicati quasi il 70 per cento.
Lula ha disputato quattro ballottaggi presidenziali. Ha vinto tutti e tre quelli in cui era arrivato al secondo turno in testa: 2002, 2006 e 2022. L’unica volta in cui ci è arrivato da inseguitore è stata nel 1989, la prima elezione presidenziale diretta in Brasile dopo la dittatura. Perse contro Fernando Collor.
Daniel Schteingart è sociologo, direttore dello Sviluppo produttivo sostenibile del think tank argentino Fundar e autore della newsletter “The Atlas: Mapping Development from Latin America”.