Verità e menzogna: le costruzioni di Trump e Hegseth

Le difficoltà spiegate con fughe di notizie e “congiure” ai danni dell’Amministrazione. Il poligrafo e l’esperimento di associazione di Jung
5 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 10:41
Immagine di Verità e menzogna: le costruzioni di Trump e Hegseth

Foto Ap, via LaPresse

Le testate di tutto il mondo hanno riferito nei giorni scorsi un grave esempio di sfiducia negli Usa: Trump ed Hegseth sono indignati per una fuga di notizie. Dopo oltre sei mesi di missili lanciati sull’Iran e suoi alleati, le riserve missilistiche americane si sono assottigliate. Di per sé, dovrebbe succedere in ogni guerra. Ma Trump non vuole che se ne discuta. Tende a spiegare molte difficoltà attribuendole a fughe di notizie, “congiure” contro di lui. Quanto a Hegseth, non è incaricato solo della Difesa: ma anche della ideologia maschilista di area trumpiana chiamata Manosphere (in italiano, androsfera, il post-femminismo).
La fabbricazione missilistica americana dà lavoro a moltitudini di persone. Chissà quanti si saranno lasciati scappare “Oggi i missili si distribuiscono come la Coca Cola“! Trump, però, deve offrire l’immagine di chi ha tutto sotto controllo. Per capire chi ha parlato troppo, circa cinquanta tra le migliaia di persone informate sui missili sono state sottoposte al “test della verità”: detto in altro modo, al “poligrafo”.
Leggendo questo, il lettore si rabbuia. Poi si chiede: “Cos’è il poligrafo?”
Facciamo un passo indietro, tornando all’inizio di quel Novecento che, fra le altre denominazioni, è stato chiamato “Secolo della psicanalisi”. Era stato appena pubblicato L’interpretazione dei sogni di Freud. Il maestro rompeva due luoghi comuni. Prima di tutto, i sogni non sono accozzaglie di immagini senza senso: al contrario, sono utili nella ricerca di senso. Chi è psicanalista lo verifica ogni giorno. Un paziente cerca aiuto: “Ho un buon lavoro, stravedo per i miei figli e mia moglie ma soffro di ansia”. Alla seduta seguente, riferisce sogni in cui corteggia una collega o picchia selvaggiamente il suo bambino. Dunque, quando la “coscienza razionale” parla di sé dice cose parziali: la nostra personalità è più complessa. Per giunta, nasce la domanda: “Se non sono ’io’ realmente, ma in sogno commetto atti che disapprovo, chi agisce al mio posto?”. La risposta della psicanalisi è: l’inconscio. Una risposta che significa tutto e niente, l’inconscio è una astrazione. Nessuno lo ha mai visto.
Non è “visibile”, ma è “reale”. Il pensiero stesso non è visibile, ma è reale: su questo siamo d’accordo. Anche questo “secondo tipo di pensiero”, che si manifesta nei sogni, e che chiamiamo “inconscio” (usando la parola come aggettivo), è “reale”: se la famiglia di quel paziente si sfascerà le conseguenze saranno realissime. Il sogno, era la autorappresentazione di una sua contraddizione interiore.
Sempre in quell’inizio del 1900, il precocissimo Jung era il numero due del Burghölzli, la clinica psichiatrica universitaria di Zurigo e la più prestigiosa del mondo. Le istituzioni della Svizzera erano già ricche e avanzate. Jung leggeva avidamente i testi di Freud. Gli scrisse elogiandolo: dal loro incontro nacque la fecondità della psicoanalisi. Anche uno dei maggiori scontri intellettuali tra due maestri: ma non è di questo che parliamo.
Nei suoi lavori al Burghölzli, Jung cercava di dimostrare sperimentalmente l’esistenza dell’inconscio: la sua procedura si chiamava “Esperimento di Associazione”. Non “Test” come in certe derivazioni successive: un test prevede in partenza la risposta giusta o sbagliata, mentre nell’Esperimento era libera. Tantomeno “Test della Verità”: come diventerà in altre varianti, e come oggi interessa ai politici (soprattutto quelli che con la “verità” hanno conti in sospeso).
L’Esperimento di Associazione portò Jung a “scoprire” che in ognuno di noi (non solo nei casi “patologici“) esistono dei “complessi”: più precisamente, dei “complessi a tonalità affettiva”. Notiamo: la parola “complessi” dice una cosa così vera da esser entrata nel linguaggio quotidiano. Diciamo “Quello lì è pieno di complessi!”: proprio come diciamo “Sono un introverso” senza renderci conto di usare dei termini di Jung, diventati di uso comune. Il Secondo volume – 700 pagine – delle Opere di Jung è dedicato agli studi sperimentali sull’inconscio. Il principale è l’Esperimento di Associazione. Il professionista dà al soggetto interrogato una istruzione semplice: “Io pronuncerò una parola-stimolo e lei mi risponda con la prima parola che le viene in mente”. Jung riporta i risultati di un caso che ha sofferto un trauma amoroso. Alla parola-stimolo “tavolo” il soggetto risponde “sedia”, rapidamente e senza emozione. Ma alla parola “lacrima” rimane qualche secondo paralizzato, poi esclama “Ora lei piange sempre!”. Senza che gli sia stato chiesto, sta rivelando il suo problema. Questo saggio di Jung si intitola “Uso di diagnosi psicologiche nella procedura giuridica”: serviva (nel 1906) ad appurare la verità, proprio come oggi.
Tuttavia sono passati 120 anni, e conviene tenerne conto. La “empiria dell’inconscio” è interessante: ma sbatte contro i propri limiti. Di fronte a certe “parole stimolo” la maggioranza delle persone possono reagire emozionate da un “complesso” che impedisce loro di concentrarsi e di seguire le semplici istruzioni ricevute: magari ammutolisce, ripete la parola-stimolo”, si alza e cammina per la stanza. Per esempio, alla parola “morte” molti mostrano una certa emozione: a chi fa piacere pensarci? La presenza di qualche reazione inconscia è abbastanza normale. Restiamo allora alla Svizzera, dove la psichiatria ha grande influenza. Negli anni 70 mancava internet ma la posta cartacea era ordinatissima: le lettere, anche fra amici, erano scritte a macchina, tranne le domande di assunzione. L’azienda che cercava personale, valutava il curriculum, ma anche la grafia. Quando scriviamo, il contenuto delle lettere è cosciente, ma i singoli movimenti sono individualissimi. Capita così che, in certe persone rivelatesi poi aggressive, si possano rintracciare scatti poco controllati già nella scrittura. Ma la grafia resta individuale, non contiene veri elementi “predittivi”: l’uomo resta dotato di libero arbitrio. Anzi, dalla scrittura non si può neppure capire con sicurezza se l’autore è donna o uomo.
La “empiria dell’inconscio” ha fatto nascere infinite speranze: soprattutto, di produrre una “misurazione delle emozioni” (o dei sentimenti: anche se i termini non sono equivalenti). Non ha però permesso di costruire una “macchina della verità”. Dà interessanti indizi, non prove. Oggi, le neuroscienze hanno fatto passi giganteschi. Però non forniscono una mappatura che spieghi definitivamente come funziona la psiche. Il neuroscienziato che osserva un tracciato di onde cerebrali capisce molte cose: ma con sicurezza non riconosce neppure se sono sue o di un altro. Oggi, l’intelligenza artificiale analizza i dati del poligrafo con precisione infinitamente maggiore: tuttavia, il soggetto che mente può ingannare anche lei. Un bravo mentitore inganna tutti, anche sé stesso. Proprio Jung diagnosticò Hitler come malato di “Pseudologia fantastica”: cioè chi racconta bugie, ma gradualmente se ne convince.
Ancor prima di ogni psicoanalisi, nel 1883, il filosofo Wilhelm Dilthey discuteva la “esperienza interiore” che non si manifesta materialmente, eppure contribuisce alla conoscenza. La sua Introduzione alle scienze dello spirito ricordava che, finché l’anatomia di Goethe non rivelerà perché il “suo cervello” – non un altro – ha scritto il Faust, saranno necessarie le “scienze di oggetti non materiali:” quelle dello spirito o della psiche.
Perché personaggi come Trump ed Hegseth non sono capaci di compiere queste distinzioni e “ci provano ancora” con le macchine della verità? Probabilmente non hanno mai letto né Freud né Jung, tantomeno Dilthey. Ma anche perché vivono nella dimensione dei soldi e dal potere, che alimenta illusioni: una “macchina della verità” si compra su internet. A pagamento, si ottiene anche una istituzione che la usi e scriva dei rapporti elaboratissimi. Al finale dell’articolo che citavo, Jung concludeva (pag. 374): “Allo stato attuale [nel 1906], non si può riporre troppa fiducia in questo metodo. Tuttavia si può sperare in qualche sviluppo”.
La “verità” è una qualità immateriale e morale: assente dagli schermi. La moralità è soggettiva ma anche decisiva. Torniamo all’esempio della parola-stimolo “morte”, che nelle persone “normali” provoca sentimenti negativi. Trump ed Hegseth sono normali? Se si emozionassero ancora di fronte all’idea della morte, come farebbero a ordinare ogni giorno dei bombardamenti? Devono alzare le spalle dicendosi “così va il mondo”. Intanto, “si preoccupano della verità”.
La speranza di metter a punto una “macchina della verità”, lanciata nel 1906, ha perso attualità. Per una serie di circostanze, ho visto la involuzione da vicino. A Zurigo, negli anni 70 ho lavorato alla Clinica am Zürichberg. Direttore era C.A. Meier, successore di Jung in molte istituzioni: uomo imponente col vocione e la pipa sempre in bocca, come lui. Ma senza il suo carisma. Secondo un articolo del Tages Anzeiger (Zurigo 26 luglio 2025), fu soprattutto Meier a tenere negli anni 30 i rapporti con la psichiatria tedesca: rappresentata da Matthias Göring, cugino del gerarca condannato a morte a Norimberga. Questi contatti alimentarono critiche di condiscendenza col nazismo, rivolte anche a Jung.
La Clinica aveva un seminterrato per esperimenti di “empiria dell’inconscio”, tema su cui Meier pubblicava. Però, era sempre assente. Davanti al seminterrato stava il suo parcheggio sempre vuoto: infatti cominciai a usarlo io. Anni dopo, Meier morì, la Clinica chiuse, le macchine vennero smontate.
Quasi mezzo secolo dopo, il mondo sembra dipendente da Trump ed Hegseth: che non “smontano” mai le loro costruzioni, anche quando i fatti le hanno già smentite.
Il saggio di Jung si intitola “Uso di diagnosi psicologiche nella procedura giuridica”: serviva (nel 1906) ad appurare la verità, proprio come oggi. Tuttavia sono passati 120 anni, e conviene tenerne conto. La “empiria dell’inconscio” è interessante, ma sbatte contro i propri limiti
Oggi, l’intelligenza artificiale analizza i dati del poligrafo con precisione infinitamente maggiore: tuttavia, il soggetto che mente può ingannare anche lei. Oggi il mondo sembra dipendente da Trump ed Hegseth: che non “smontano” mai le loro costruzioni, anche quando i fatti le hanno già smentite