Esteri
falsi profeti •
Todd e le altre Pizie stipendiate dall’occidente per annunciare che moriremo tutti di progresso e libertà
Da Chomsky a Butler fino ad Agamben e al sociologo e rampollo dell’intellighenzia francese autore di “La dislocation”. È tempo degli oracoli impostori, stanchi della democrazia in cui sguazzano e tenerissimi con le autocrazie
3 OTT 26

George Grosz, “I pilastri della società”, 1926 (via Getty)
In Grecia si accorreva a Delfi per sentire le profezie di Pizia. Oggi i media consultano uno strano oracolo: Emmanuel Todd. Solo titoli apocalittici: “La Chute finale”, “Après l’Empire”, “Après la démocratie”, “La Défaite de l’occident” e ora “La dislocation”, uscito questa settimana per Gallimard. Sociologo, rampollo dell’intellighenzia francese, figlio di un giornalista e di una pubblicitaria, nipote dello scrittore Paul Nizan e bisnipote dell’immenso Claude Lévi-Strauss, Todd è un eclettico intellettuale noto per aver intuito nel 1976 la fine poco edificante che avrebbe fatto l’Unione Sovietica. Mentre la moda era ancora quella di filosofare sull’ineluttabile declino del capitalismo, Todd si contese la profezia con Hélène Carrère d’Encausse. Ora Todd annuncia la “dislocazione occidentale”.
“Mi chiedo come la Russia, con il tre per cento del pil occidentale, riesca a produrre più obici di tutti i suoi avversari messi insieme” scrive Todd nel libro. Il bellicismo americano è per lui la prova di ciò che sostiene da decenni. Più il paese si sa debole, più attacca. Israele e Ucraina? “Due proxy americani”. “Gli americani preferiscono gli studi di finanza, di diritto, tutto ciò che produce segno monetario. I russi conservano una cultura industriale che permette la fabbricazione di cose”. Todd seduce l’antiamericanismo che è uno dei grandi dividendi della pace europea. La pizia di Saint-Germain-des-Prés può asserire, senza dimostrare. Può descrivere, senza bisogno di vedere. La scuola delle Annales gli fornisce l’alibi: la lunga durata, le strutture familiari, l’orologio demografico che segna l’ora che conta. Una volta installata questa griglia, ogni fatto contemporaneo diventa una conferma. Todd vuole dimostrare che la Russia è una “democrazia autoritaria”? Cita i sondaggi favorevoli a Putin: questione chiusa. La guerra in Ucraina non è un’invasione russa: è il sintomo della debolezza americana. I raid sull’Iran sono la prova che un impero in declino colpisce per non ammettere di essere già finito. Il meccanismo è geniale, circolare e inattaccabile. Se l’occidente è aggressivo, è perché è debole. Se è debole, è perché ha smesso di produrre cose ma soltanto segni. Ogni anello chiude il precedente. “La vittoria dell’Iran sugli Stati Uniti e Israele, se apparirà definitiva, permetterà lo sbocciare di una repubblica, certo islamica per nome, ma pienamente pluralista nella pratica e nello spirito” scrive Todd nel libro per Gallimard. “Prima dell’attacco, il regime iraniano aveva allentato la presa sugli abiti femminili”. Lo scienziato lascia spesso il posto al ciarlatano. Castigatore della democrazia, Todd è tenerissimo con le autocrazie.
“Sarebbe preferibile che l’Iran si dotasse dell’arma nucleare” E ancora: “Dopo una lunga vita di riflessione, sono giunto alla conclusione che la distruzione della potenza americana sarà l’inizio della pace per il pianeta”. Una vita di riflessioni ha portato Todd a concludere che “la distruzione del potere americano sarà l’inizio della pace per il pianeta”. Se Washington si ritira, è impotente; se interviene, è disperata. In entrambi i casi, Todd ha ragione. E un mondo soggetto ai programmi cinesi, russi e iraniani sarà più pacifico. Non si chiede che tipo di “pace” producano Teheran e Mosca per i dissidenti, per le donne, per i vicini. Non è il suo mestiere. Il suo mestiere è spiegare perché l’occidente merita di perdere, anche quando è attaccato.
“Il regime iraniano aveva allentato la presa sugli abiti femminili”. Lo scienziato lascia spesso il posto al ciarlatano
Qualche mese dopo l’11 settembre, mentre gran parte del mondo occidentale esprimeva ancora un flebile sostegno agli Stati Uniti, Todd pubblica “Dopo l’impero”. Dice che è errato definire “terrorismo” chi abbatte le due torri. Un’opera così misurata da attirare l’attenzione soddisfatta di un certo Osama bin Laden, il quale, in un video del 2007, invita a leggere Todd, assieme all’anniversario di Hiroshima e Nagasaki, l’influenza delle multinazionali, l’assassinio di Kennedy, la guerra del Vietnam e lo sterminio dei nativi americani (Osama era già nella fase woke). Quando i terroristi fecero fuori mezza redazione di Charlie Hebdo, Todd disse di “non essere Charlie”, arrivando a sostenere che la Francia che ha manifestato l’11 gennaio 2015 è la Francia di Vichy. Todd convoca al tribunale della storia i francesi riuniti per dire no al terrorismo islamico e alle minacce che gravano sulla libertà di pensiero. Ne fa dei partigiani di un’ideologia laica totalitaria e li stigmatizza tracciando il ritratto di una Francia xenofoba e razzista. L’antisemitismo? Conseguenza dell’islamofobia di cui gli immigrati sono le prime vittime. Questione chiusa. Pubblica un pamphlet rabbioso, “Chi è Charlie?”, qualificando una delle più grandi manifestazioni dalla fine della guerra – e una delle più fraterne – come un “momento di isteria collettiva” emanazione di un “cattolicesimo zombie” sceso in piazza per sputare “odio dell’islam”. “Chi è Charlie?” solleva un putiferio. Attaccando i milioni scesi in strada, Todd aveva superato il limite. Ma buzz assicurato per uno dei pochissimi ricercatori in scienze sociali a vendere cinquantamila copie a libro.
E’ abile, Todd, nel convertire l’odio per l’occidente in un fatto scientifico. Offre a chi già detesta l’occidente la soddisfazione di farlo in nome dei numeri, non del risentimento. L’occidente sta perdendo. La Russia, l’Iran, chiunque resista all’egemonia americana, stanno vincendo. O almeno stanno resistendo con più dignità. Todd non è un dilettante. Sa che le società non crollano solo per le ideologie, ma per il modo in cui si riproducono e si organizzano. Educato dai genitori al culto molto anglosassone dei fatti, Todd diffonde un’immagine della Russia che è una menzogna. L’aspettativa di vita degli uomini russi è come in Sudan. La Russia è leader mondiale nel numero di aborti. E un quarto di tutti gli uomini russi muore prima dei 55 anni. Ma Todd direbbe forse che tutto questo è colpa del nichilismo occidentale che ha infestato la Russia sotto Eltsin. Intanto il sociologo continua a immaginarsi come un dissidente, anche se si conoscono pochi dissidenti che pubblicano da Gallimard e ricevono gli onori del Monde e dell’Obs. Todd vive nel paese che descrive in decomposizione, parla la lingua di un’élite che finge di detestare e continua a essere consultato ogni volta che serve una sentenza. Non è un idiota. E’ qualcosa di più, un utile idiota: uno di quei tipi ben pasciuti impegnati a tempo pieno a rovesciare la società occidentale, gli stipendiati dalla democrazia che dichiarano in agonia, l’intellettuale nato bene e accudito che fornisce al risentimento antioccidentale una patina accademica.
Todd si immagina come un martire, un martire pubblicato da Gallimard e incensato dai giornali, che parla la lingua di un’élite che finge di detestare
Come Noam Chomsky, il grande linguista del Mit fondatore del moderno movimento filopalestinese e postcoloniale, che ha dedicato una vita intellettuale e politica alla distruzione della possibilità stessa di un jet privato per finire a suo agio sul jet di Jeffrey Epstein. Chomsky ha condotto una vita da gaudente capitalista, rientra nel due per cento più ricco degli Stati Uniti, case a Lexington e Cape Cod. E l’impero del male ha finanziato l’università in cui ha insegnato. Il bello di chi vive del proprio dissenso in democrazia è che non è mai chiamato a rispondere della propria obliqua idea di verità. Come Judith Butler, la filosofa di Berkeley che ora sale in cattedra alla Normale di Pisa. Vive in California, gira le università europee e parla da una delle bolle più protette del mondo. Ma per lei, l’occidente discrimina, l’occidente colonizza, l’occidente razzializza, l’occidente produce vite “non compiute”. Lo stato nazione, il capitalismo, il sionismo, le norme di genere “cis-eteronormative” sono il suo unico bersaglio. Butler non vive sotto un regime che punisce la teoria queer con la prigione o la forca. Vive in un sistema che le ha dato tenure, editori, festival, premi, visiting professorship, matrimoni non binari e la libertà di definire il 7 ottobre “resistenza armata”. Fuori dai confini occidentali, il volume della sua voce scende. Quando parla di diritti delle donne o dei queer in contesti extraoccidentali, il riflesso della Butler è di denunciare l’“islamofobia” occidentale e “l’uso imperialista del femminismo”, mai le norme che lapidano, incarcerano o velano per legge. L’occidente è l’unico soggetto del male; gli altri sono reazioni, resistenze, effetti collaterali dell’impero.
Un po’ come Giorgio Agamben, il teorico dello “stato di eccezione” per il quale “l’Iran si difende” e pazienza per mezzo secolo di terrorismo nel mondo e la “nuda vita” nella galera di Evin. Agamben può dire che l’Europa è un’impostura, che l’Ucraina è un protettorato, che Gaza è la distruzione dell’ebraismo e che i vaccini sono biopolitica, ma a Teheran la sua “fine del giudaismo” forse finirebbe in una rubrica su Quodlibet in farsi, ma non la critica del velayat-e faqih. Allo stesso modo, il Candido della fisica, Carlo Rovelli, sul Corriere della sera magnifica le virtù di Pechino, “una voce di moderazione” contro il modello coercitivo degli Stati Uniti, e dice che l’esperienza cinese chiede di “riaprire la questione storica dell’efficacia del comunismo”, niente meno. Come un’altra famosa filosofa del gender, Gayatri Chakravorty Spivak, nata a Calcutta e da più di sessant’anni negli Stati Uniti. E’ docente alla Columbia, traduce Derrida, corre in aereo tra New York e il Bengala occidentale. Il suo saggio più famoso chiede: “Can the Subaltern Speak?”. La risposta è no, non possono, e l’intellettuale occidentale deve parlare al loro posto grazie a Ivy League, circuiti editoriali anglofoni, conferenze pagate e il sari indossato in aula a Manhattan. Il subalterno resta in Bengala; la teoria del subalterno sta a Morningside Heights.
A Teheran la “fine del giudaismo” di Agamben finirebbe in una rubrica su Quodlibet in farsi, ma non la critica del velayat-e faqih
Il filosofo antiliberale Byung-Chul Han è nato a Seul e vive a Berlino: casa con giardino, pianoforte a coda Steinway, cattedra all’Universität der Künste, libretti brevi e sentenziosi ben pagati sulla “società della prestazione”, del “burnout” e della “psicopolitica”. L’uomo contemporaneo, ripete Han, non è più oppresso: si autosfrutta. E’ libero e per questo schiavo. Ma la “libertà tossica” che denuncia è la condizione che gli ha permesso di diventare Byung-Chul Han. In Corea del Nord non si pubblica “La società della stanchezza”. Il mercato che lui chiama “violenza della positività” è lo stesso che traduce i suoi aforismi in decine di lingue e lo sponsorizza su Instagram. Chi insegna a Berlino e possiede uno Steinway può consigliare di uscire dalla “prestazione” e dalla “perdita dell’interiorità”. Chi vive sotto un partito unico o sotto una dittatura familiare non ha lo stesso margine. La sua filosofia è il lusso prodotto in occidente e consumato in occidente: critica il vuoto della libertà restando dentro la sola civiltà che ancora paga i filosofi per dire che la libertà è un inganno.
Dal coreano antiliberista con cattedra a Berlino allo sloveno che gira il circuito redditizio del pensiero per ripetere che il capitalismo è morto
Come Slavoj Zizek, che ha appena pubblicato un umile “Contro il progresso” per Ponte alle grazie. Vive a Lubiana, nell’Unione europea, gira il circuito più redditizio del pensiero occidentale: università, festival, Project Syndicate, Bloomsbury, conferenze da rockstar. Passa la vita a smontare il capitalismo liberale mentre collabora con il New York Times, commentando dalla politica al sesso orale. E così uno che si permette di scrivere che “è meglio il peggior terrore staliniano della migliore democrazia capitalistica liberale” è invitato dal New York Times a celebrare la caduta del Muro di Berlino. Marx, Lacan, Hegel e una barzelletta slovena oscena bastano a dimostrare che il capitalismo è già morto e che noi siamo i suoi fantasmi. Zizek crede che la civiltà liberale occidentale sia “un incubo” dal quale solo una “violenta rivoluzione” ci può risvegliare. La primavera di Praga è stato l’apice della sua formazione: “Trovai là, nella piazza centrale, un caffè che funzionava ancora durante quella emergenza. Produceva magnifiche torte di fragole. Sedevo là, guardando i carri armati russi contro i dimostranti. Era perfetto”.
La loro guerra al “sistema” è un fantastico gioco di prestigio, perché è l’unico in cui Todd, Chomsky, Butler, Han e Zizek possono essere Todd, Chomsky, Butler, Han e Zizek. Falsi profeti che predicono sempre la stessa cosa e che per questo non possono mai sbagliarsi del tutto. Basta aspettare la prossima crisi e titolo escatologico. Buzz assicurato. Perché solo l’occidente produce i suoi becchini ideologici. Intanto in un grattacielo di Berkeley, una comunità di ricercatori di intelligenza artificiale si mobilita per salvare il mondo. Si godono pasti vegani caterizzati su divani con viste sulla baia di San Francisco. Alle cene e agli happy hour mensili discutono della fine del mondo. Si scambiano previsioni in conferenze alle Bahamas. Sono stati tra i primi dipendenti di OpenAI e Anthropic. Li anima un filosofo di Oxford, Will MacAskill, che ha reso popolare l’“altruismo efficace” e che non vuole che gli Stati Uniti abbiano il monopolio dell’intelligenza artificiale. MacAskill è un allievo dell’oracolo antispecista Peter Singer, per il quale “i neonati umani non nascono dotati di autocoscienza, non sono persone e pertanto la vita di un neonato ha meno valore di quella di un maiale, di un cane o di uno scimpanzé”.
Parlano di comprare isole remote, fare scorte di pastiglie di iodio e trasferirsi in bunker schermati nel deserto. A un evento, il menù includeva un cocktail chiamato “Death With Dignity”. Morte con dignità. La Pizia occidentale è il capo di una clinica svizzera per l’eutanasia.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
