L’occidente ha smarrito sé stesso perché ha rinunciato alla sua idea della Storia

L'immagine luminosa di un tempo è tramontata, così come la proiezione di forza. È il momento di riconoscere come tale questo passaggio epocale

3 OTT 26
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Foto ANSA

Da poche settimane è trascorso il venticinquesimo anniversario dell’attacco dell’undici settembre. Un quarto di secolo, un’epoca. E il dato che sembra più rilevante registrare è colossale, ha portata storica, eppure sembra interamente trascurato. Forse è proprio questa la cosa più inquietante. Il dato è semplice ed è il seguente: l’occidente non ritiene più di essere dalla parte giusta della storia. Dopo essere stati feriti così profondamente in quello che rappresentava il cuore pulsante dell’occidente, e dopo una prima reazione di orgoglio con la volontà di “esportare la democrazia” (ossia un intero sistema di valori), e quindi di dimostrare che esiste una “via maestra”, una via che si può definire “giusta” per il mondo, ossia per il maggior numero dei suoi abitanti, l’assoluto relativismo denunciato da Benedetto XVI, e che era maturato nelle accademie degli anni Sessanta e Settanta, si è impadronito dei nostri pensieri.
L’idea che il mondo stesse muovendosi stabilmente verso la libertà, la democrazia e i mercati aperti, in cui il globo fosse davvero una casa comune regolata dal diritto internazionale, dal buon vicinato e dal libero commercio è tramontata. Se questo non è il tramonto dell’occidente, è sicuramente il tramonto di un’idea che l’ha costituito a partire dalla Seconda guerra mondiale (e che ne ha costituito buona parte del percorso storico degli ultimi trecento anni). La prospettiva di una guida unica e razionale che puntava, tra democrazia liberale e capitalismo globalizzato, verso un mondo sempre più aperto non è più l’idea trainante.
Quella che potrebbe essere definita la “schiera occidentalista”, negli ultimi decenni ha giocato per lo più in difesa, cercando di pararsi dagli attacchi woke ma non proponendo nulla di nuovo. Ha giocato sulla reazione, che però è insufficiente. C’è, infatti, un’altra questione molto più rilevante: si è persa fede nell’idea della Storia come movimento progressivo verso il meglio, ossia verso un più di “ragione”, ossia di realizzazione di ciò che è sensato. Quest’ultima idea, così importante per il progresso dell’umanità e per la storia occidentale (e del mondo), è stata bollata sostanzialmente come un’idea “colonizzatrice”, e quindi da dismettere, perché si basava sul primato dell’occidente e del suo “logos”, ossia del mondo come qualcosa di cui si potesse dare ragione e rendere migliore in una direzione compresa attraverso una razionalità condivisa. A ciò si è sostituita una sorta di “trasversalismo”, o relativismo, in cui ogni civiltà, in fin dei conti, aveva lo stesso valore di un’altra (è un’idea più complessa, ma alla fine identica nelle premesse, all’uno vale uno grillino). Un’idea pigra, annoiata e svilente, da turista distratto.
Si vive un grande momento di reflusso, è evidente. Prima di strapparsi i capelli, però, bisogna vedere ciò che ci circonda. L’occidente non è più in grado di proporre di sé un’immagine di forza, né un’immagine luminosa. Non siamo più, come comunità culturale, una forza titanica in grado di forgiare il futuro dell’uomo sulla Terra e di proiettarlo verso le stelle (consideriamo Musk, per dire, e la sua SpaceX una specie di delirio). L’azione umana, ossia ciò che sta al centro della costruzione occidentale insieme alla razionalità, e che si può riassumere nell’unica parola guida dell’Occidente, “logos”, che infatti il Faust di Goethe traduce appunto come “azione”, viene considerata male. L’azione dell’individuo occidentale ormai è ridotta a essere inquinatrice, violenta, aggressiva, colonizzatrice, etc. Ma è su questi concetti grotteschi che si costruisce la dissoluzione dell’idea di essere “la parte giusta della storia”.
L’occidente è ormai perlopiù timoroso perché del tutto spaesato rispetto a se stesso. Le solite domande delle crisi esistenziali che attraversano prima o poi ogni individuo sono ora le domande che assillano un’intera costruzione storica che trova le proprie fondamenta nella Grecia classica di 2500 anni fa: chi siamo, dove andiamo, cosa vogliamo? E’ qualcosa di assolutamente senza precedenti e noi ci siamo dentro. Si potrebbe dire, en passant e tragicamente, la cosa più drammatica: solo con una catastrofe si esce da questa stasi. Un termine, quest’ultimo, che significa ristagnamento, paralisi, arresto ma che nella sua origine greca, stasis, indicava la più profonda discordia civile, il più radicale conflitto, fino alla catastrofe della guerra civile. Per scongiurare tutto ciò occorre innanzitutto metterci di fronte a questo paesaggio epocale, e iniziare a riconoscerlo, a chiamarlo con il suo nome.