I mille giorni di prigionia di Jason Rezaian ed Evan Gershkovich, in Iran e in Russia

Nelle galere dei regimi. Il dialogo tra i due giornalisti del Washington Post e del Wall Street Journal sulla loro prigionia, e gli altri ancora là 
3 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 13:41
Immagine di I mille giorni di prigionia di Jason Rezaian ed Evan Gershkovich, in Iran e in Russia

Jason Rezaian e Evan Gershkovich (foto Getty e ANSA)

Jason Rezaian è un giornalista americano-iraniano del Washington Post, oggi guida una redazione che ha voluto lui e che ha il nome più bello di sempre, “Freedom Desk”, è stato arrestato in Iran, imprigionato dal 2014 al 2016, per 544 giorni, accusato di spionaggio dal regime, liberato in uno scambio di prigionieri dall’Amministrazione Obama. Evan Gershkovich è un giornalista del Wall Street Journal, è stato arrestato in Russia, imprigionato dal 2023 al 2024, per 491 giorni, accusato di spionaggio dal regime, liberato in un colossale scambio di prigionieri dall’Amministrazione Biden e dalla cancelleria di Berlino, allora guidata da Olaf Scholz. Rezaian ha scritto un libro sulla sua detenzione, “Prisoner: My 544 Days in an Iranian Prison”, pubblicato nel 2019, tre anni dopo la sua liberazione. Gershkovich ha pubblicato questa settimana il suo “This cursed beautiful land: a Russian-American story”, due anni dopo la sua liberazione – il titolo sulla terra bella e maledetta, la Russia, viene da un racconto dello scrittore sovietico Yuli Daniel, “che passò del tempo nella prigione di Lefortovo – scrive Gershkovich – e le sue poesie su questo posto mi hanno aiutato ad andare avanti quando ero lì”. Gershkovich cita Daniel che scriveva: “Penso che ciò che ho scritto avrebbe potuto scriverlo chiunque della mia generazione, con il mio destino, che ama questa terra bella e maledetta quanto la amo io. Ho giudicato questa terra, il suo popolo e me stesso in modo a volte troppo severo e a volte troppo indulgente, ma chi potrà biasimarmi per questo?”. E aggiunge Gershkovich: “Penso di averlo fatto anche io”.
Rezaian ha invitato Gershkovich nel suo podcast Freedom Desk, ma la loro non è una conversazione tra due ex prigionieri che confrontano due esperienze che hanno evidentemente molti punti in comune: è una riflessione sulle proprie terre e culture d’origine – quella iraniana per Rezaian, quella russa per Gershkovich – sul tornarci per lavorare dopo essere cresciuti in America, cioè in un paese libero, sull’attrazione per un luogo che ricorre nella lingua che si parla in famiglia, nei ricordi, e che si ritrova del tutto diversa, deformata, sui rischi che si mettono in conto e quelli che invece no, sul fatto di essere diventati in qualche modo famosi, di avere avuto la fortuna, si fa per dire, di essere sulle prime pagine dei giornali, di essere nelle conversazioni dei leader mondiali, anche degli aguzzini (Gershkovich racconta alcune conversazioni che gli hanno riferito in cui Vladimir Putin diceva di essere sicuro che il giornalista fosse una spia, e il suo interlocutore gli fa notare che per essere una spia non è che avesse fatto proprio un buon lavoro di copertura, e il presidente russo dice: certo, è un idiota), perché la pressione internazionale può essere una via di salvezza. Gershkovich dice “se sei una risorsa preziosa” hai certi pensieri, per esempio sai che non ti tratteranno nel peggiore dei modi, non ti tortureranno, per esempio, e cita Victoria Roshchyna, “una giornalista ucraina fatta prigioniera dai russi quando lo ero anche io: lei è stata torturata e uccisa, il suo corpo è stato spedito a casa in un sacco nero e non c’erano più gli organi interni, così la sua famiglia e il governo ucraino non possono ricostruire cosa le è successo”. Lo immaginano, lo immaginiamo, ma questo non è quello che è successo a Gershkovich, nemmeno a Rezaian, che finiscono una frase quasi all’unisono: il regime russo può essere crudele in modo indicibile, ma sa anche fare i suoi calcoli, e la vita di un giornalista americano può avere un grande valore.
Con mille giorni di prigionia in due da smaltire, Rezaian e Gershkovich raccontano come si sopravvive, la routine degli appunti per conservare il senso del tempo, il lusso di un televisore, quando c’è, il senso di colpa per i tuoi parenti a casa che muoiono di paura, che non sanno che non ti stanno trattando poi così male, che non stai impazzendo e loro forse sì. E’ per i suoi genitori che Gershkovich, quando è apparso in tribunale, ha fatto il cuore e ha sorriso: non poteva parlare, gli avevano detto, o almeno avrebbe potuto farlo ma poi ci sarebbero state delle punizioni, e così ha deciso di non parlare ma di farsi vedere vivo, solido, accennando un sorriso che i suoi genitori avrebbero sicuramente compreso.
Nel racconto di Gershkovich ci sono anche gli altri prigionieri, i loro racconti, le varie prigioni in cui erano stati, quelli che non erano nemmeno sulla scena del delitto di cui erano stati accusati, quelli condannati perché “intendevano” commettere un crimine, molti che avevano protestato contro il regime, altri che si erano opposti alla guerra russa contro l’Ucraina. C’è anche Nikita, che è pro Putin e non molto pro guerra, ma non contrario, che vuole arruolarsi come chiede il regime russo che manda i galeotti al fronte, perché così può uscire subito di prigione: Gershkovich cerca di dissuaderlo, “è immorale andare a uccidere ucraini per la tua libertà”, gli dice, ma Nikita vuole lasciare la prigione, non vuole attendere la fine della pena e va, e morirà in guerra. E c’è anche un altro dettaglio che cita Gershkovich alla fine del suo libro, quando ricostruisce il negoziato per la sua liberazione e lo scambio di prigionieri: la lista di chi liberare. Uno è stato inserito ma la sua pena finiva di lì a poco, forse sarebbe stato meglio mettere un altro prigioniero politico che è ancora in prigione – e molti gli scrivono: aiutaci – e la voragine di queste liste, di queste decisioni, di chi si salva e di chi resta, della salvezza o dell’oblio, si spalanca di nuovo davanti, crudele.