Ad Addis Abeba volano droni dal Tigray ma il flusso di dollari continua

Chiusa l'ambasciata in Eritrea, cacciato un diplomatico egiziano. L'Etiopia di Ahmed Abiy si prepara alla guerra regionale con l'aiuto degli Emirati Arabi Uniti. Il dipartimento di stato resta in silenzio
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Giovedì mattina ad Addis Abeba è atterrata la direttrice operativa della Banca mondiale, Anna Bjerde. Apparentemente piena di aspettative per un incontro che l’attendeva con i vertici del governo, ha scritto su X dell’importanza dello “slancio delle riforme e degli investimenti che continueranno a dare impulso all’economia e a creare posti di lavoro migliori e in maggior numero” in Etiopia. Nelle stesse ore, in una cerimonia ufficiale tenuta sempre nella capitale, il vicepresidente dell’americana Boeing, Brad McMullen, ha siglato un accordo con l’Ethiopian Airlines pari a circa 5 miliardi di dollari per la fornitura di dieci aerei. Scene da paese in espansione, se non fosse che solo la notte precedente alcuni droni diretti dai ribelli del Tigray avevano colpito Addis Abeba, causando esplosioni e danni nei quartieri vicini al quartier generale dell’aviazione militare etiope. Si è trattato di un evento eccezionale, non solo perché per la prima volta la capitale è finita sotto attacco diretto, ma anche perché i ribelli del Fronte di liberazione del popolo del Tigray hanno dimostrato di avere in dotazione droni, una variabile non preventivata una settimana fa all’inizio della ripresa del conflitto.
Con un paradosso degno di questa Amministrazione, gli Stati Uniti sono rimasti finora in silenzio. Nonostante il dialogo con la Banca mondiale prosegua, nonostante il flusso di investimenti non accenni a rallentare, dal dipartimento di stato non si è levata nemmeno una parola in merito al rischio, ogni giorno più concreto, che la ripresa della guerra civile nel Tigray si trasformi in un grande conflitto regionale coinvolgendo i paesi vicini.
I segnali però sono allarmanti. Sempre giovedì, il governo etiope ha chiuso la sua ambasciata in Eritrea, accusando Asmara di sostenere i ribelli del Tigray “con atti di belligeranza diretti e indiretti”. Dopo avere espulso dieci membri del personale diplomatico, l’Eritrea ha risposto che adotterà iniziative analoghe. Poco dopo e con le medesime motivazioni, l’Etiopia ha dichiarato persona non grata un diplomatico egiziano, che a sua volta ha risposto espellendone uno etiope.
La crisi si intreccia sempre di più a quella del vicino Sudan e gli Emirati Arabi Uniti hanno ripreso con un’intensità eccezionale i propri sforzi per continuare ad armare i propri alleati nel Corno d’Africa. Rich Tedd, esperto nella raccolta di informazioni di intelligence open source, ha tracciato ben 48 voli in appena un mese tra gli Emirati e l’aeroporto di Addis Abeba. Gli aerei trasportano armi e mezzi diretti in Etiopia e in Sudan, dove il presidente etiope Ahmed Abiy sostiene le forze paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf) che combattono contro il governo centrale di Khartoum. Abiy le appoggia perché accusa le Forze armate sudanesi di sostenere i ribelli del Tigray e l’Egitto, che a sua volta minaccia la sicurezza idrica dell’Etiopia nella gestione delle acque del Nilo.
Così, al confine fra Etiopia e Sudan il flusso delle armi proveniente dagli Emirati permette ora alle Rsf di preparare una grande offensiva nella regione del Nilo Blu contro le Forze armate sudanesi. Un’altra parte delle armi invece finisce nella disponibilità di Abiy, che si prepara a sua volta per una grande controffensiva nella regione settentrionale di Amhara. Lo scopo di Abu Dhabi e Addis Abeba è lo stesso: reprimere la ribellione nel Tigray per puntare all’Eritrea e prendere il controllo di una via d’accesso sul Mar Rosso, al porto di Assab. Nel luglio del 2023, durante un incontro con degli investitori, Abiy aveva ammesso di voler “conquistare un porto con mezzi pacifici” ma che se questo piano fosse fallito, non avrebbe esitato a “usare la forza”. Quattro anni prima era stato premiato con il Nobel per la Pace per avere messo fine alla prima guerra civile con l’Eritrea.