A Fairford la pista iraniana è sempre più concreta

Mentre online si moltiplicano le teorie sulle false flag e sui collegamenti con il caso FlyDubai, l'arresto di un britannico-iraniano e le nuove ricostruzioni sui cinque uomini fermati vicino alla base rafforzano l'ipotesi di un'operazione condotta attraverso proxy reclutati per conto di uno stato straniero

3 OTT 26
Tradotto con IA
Immagine di A Fairford la pista iraniana è sempre più concreta
Ieri l’inchiesta sulla possibile preparazione di un attacco terroristico nel Gloucestershire, nei pressi della base aerea della Raf di Fairford, è entrata in una nuova fase, ma nel frattempo aumentano online le teorie complottiste che collegano l’episodio britannico al tentativo di dirottamento del volo Flydubai da Dubai a Tel Aviv di mercoledì scorso e a una serie di presunte operazioni sotto falsa bandiera. La coincidenza temporale e il contesto del conflitto con l’Iran alimentano la macchina della disinformazione, utile alla confusione e alla nebbia di guerra, ma a leggere tra le righe le ricostruzioni britanniche si capisce che l’allarme è serio, e tutt’altro che sottovalutato – come ipotizzato perfino dal presidente americano Donald Trump. L’altro ieri l’antiterrorismo inglese ha arrestato un cittadino britannico-iraniano, del quale non si conosce l’identità. L’uomo è stato fermato a Westminster con l’accusa di preparare atti terroristici ai sensi della sezione 5 del Terrorism Act 2006. La polizia ha poi perquisito due immobili nella zona e interrogato un secondo britannico di 26 anni. Si tratta del sesto arresto nell’inchiesta, arrivato a sorpresa e pochi giorni dopo che i cinque uomini fermati nei pressi di Fairford erano stati rilasciati su cauzione ma sotto indagine.
Da giorni le autorità parlano con sicurezza della possibilità che dietro l’episodio ci sia “uno stato estero”. Il capo dell’antiterrorismo britannico Laurence Taylor aveva detto che gli investigatori stavano valutando l’ipotesi di proxy o di persone che, “consapevolmente o meno”, agissero per conto di uno stato straniero, e mercoledì anche il premier inglese Andy Burnham ha parlato di “forti indicazioni” di un coinvolgimento iraniano. Teheran nega, ma la ricostruzione che stanno facendo i media britannici è compatibile con gli allarmi lanciati negli ultimi mesi dai servizi di intelligence occidentali. 
Cioè il ricorso ad agenti “usa e getta”, reclutati online e pagati anche poche centinaia di euro per compiere azioni di sabotaggio, sorveglianza o intimidazione, spesso senza conoscere fino in fondo chi ci sia dietro alle istruzioni. E’ un modello che lo stesso MI5, il servizio segreto interno britannico, conosce bene, e sostiene di aver seguito, a partire dal 2022, almeno venti complotti potenzialmente letali organizzati dall’Iran attraverso l’uso di criminali come proxy. Ma sono soprattutto i russi ad aver fatto scuola nel metodo, che emerge anche nell’inchiesta tedesca sul fallito attacco con drone contro l’aeroporto di Lipsia. Ieri il Telegraph e Welt am Sonntag hanno identificato il presunto organizzatore, Oleg Levushkin, un cittadino russo che, secondo l’intelligence avrebbe preparato l’operazione e poi incaricato il bielorusso Andrei Karshakou, cioè l’agente usa e getta, l’esecutore sacrificabile, di eseguirla.
Il cittadino britannico-iraniano arrestato l’altro ieri non è stato formalmente accusato di essere il mandante dei cinque uomini, ma i media britannici stanno verificando proprio questo: il Times sostiene che gli investigatori stanno cercando di capire se abbia avuto un ruolo nel loro reclutamento. C’è poi un dettaglio tutt’altro che secondario: uno dei cinque aveva chiamato la polizia poco prima dell’intervento degli agenti, quasi un’ora prima della telefonata con cui una signora della zona aveva segnalato tre furgoni sospetti vicino alla base aerea. Gli investigatori starebbero verificando se il giovane, forse spaventato da quello che stava per accadere, abbia avuto un ripensamento e cercato di tirarsi indietro, oppure se la telefonata facesse parte dell’operazione – un test sulla reattività delle Forze dell’ordine. Sul rilascio su cauzione dei cinque la polizia parla di una “decisione investigativa”, ma una delle ipotesi è che gli investigatori abbiano scelto di lasciarli fuori anche per favorire la loro collaborazione e capire meglio chi li abbia reclutati. Nei veicoli non sono stati trovati ordigni, ma una certa quantità di benzina.