Esteri
un’altra epoca •
Dopo molte bizze, ora Trump non parla più del Nobel per la Pace
Dodici mesi fa, il presidente americano ripeteva in continuazione che il riconoscimento gli spettava per aver “messo fine a otto conflitti”. Ma il 9 ottobre il comitato norvegese per il Nobel annuncerà chi andrà quest’anno a Oslo a ritirare il premio. E pare assai improbabile che possa essere l'inquilino della Casa Bianca
2 OTT 26

Foto Ansa
Un anno fa in questi giorni Donald Trump aveva un’ossessione e tutto il mondo non parlava d’altro: il premio Nobel per la Pace. Il presidente americano ripeteva in continuazione, a chiunque lo ascoltasse, che il riconoscimento gli spettava per aver “messo fine a otto conflitti”. Sono passati dodici mesi e sembra un’altra epoca. Fra pochi giorni, il 9 ottobre, il comitato norvegese per il Nobel annuncerà chi andrà quest’anno a Oslo a dicembre a ritirare il premio e pare assai improbabile che possa essere Trump. Che infatti non ne parla più da tempo.
Il Nobel è il sogno di Trump e quando verrà annunciato sarà anche un promemoria per gli americani, a poche settimane dal voto di metà mandato, di quanto si sia complicata la seconda presidenza trumpiana. Uno degli otto conflitti che diceva di aver risolto nel 2025 era quello di Israele contro l’Iran, la “guerra dei dodici giorni” che vantava di aver concluso con un cessate il fuoco. Nel settembre dello scorso anno aveva citato anche quell’evento, nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu, per spiegare perché “tutti quanti sostengono che dovrei ricevere il Nobel”. Un anno dopo, tornando all’Onu, Trump non ha fatto accenni al premio di Oslo perché l’Iran è diventato il suo fronte principale e il suo grande problema. Il “pacificatore” è oggi invischiato in una guerra che ha avviato e non sa come finire e il Nobel appare un lontano ricordo e un miraggio.
In un anno tutto è cambiato. Il presidente che in campagna elettorale nel 2024 prometteva di risolvere in 24 ore il conflitto in Ucraina non ha ancora trovato il modo di rendersi utile per proteggere Kyiv dalla furia di Vladimir Putin e nel frattempo ha creato il guaio dello Stretto di Hormuz. Trump può ancora rivendicare di aver messo fine alla fase più acuta dei combattimenti tra Israele e Hamas, ma su Gaza domina l’incertezza e il Board of Peace creato dal presidente americano resta un organismo senza reale peso. Le candidature al Nobel per la Pace sono chiuse da tempo, il comitato di Oslo ha reso noto che sono stati nominati 208 individui e 79 organizzazioni, come sempre senza farne i nomi, ma pare difficile che Trump abbia qualche chance. Anche se qualche segnalazione per lui è arrivata: di sicuro quella della deputata della Florida Anna Paulina Luna, una fervente sostenitrice del presidente e un’eroina dei Maga, che ha presentato ufficialmente la richiesta al comitato di Oslo di assegnare a Trump il premio. Neppure gli scommettitori ci credono molto e stavolta l’inquilino della Casa Bianca sembra avere meno possibilità dei vari personaggi controversi segnalati al comitato norvegese, tra i quali figura anche Francesca Albanese.
Il vero guaio politico per Trump sarebbe se il Nobel avesse una qualche connotazione che suoni come una bocciatura delle sue iniziative. Tra le realtà nominate c’è per esempio la città di Minneapolis, per come ha resistito alle operazioni anti immigrazione dell’Ice e per quello che ha sofferto con le uccisioni in strada di Renée Good e Alex Pretti. Assegnare il Nobel alla città del Minnesota sarebbe, agli occhi di Trump, più o meno l’equivalente per la Norvegia di dichiarare guerra agli Stati Uniti e la furia del presidente sarebbe incontenibile, come ha già fatto capire lo scorso gennaio lamentandosi con il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store (che ha dovuto spiegargli che non è il governo di Oslo a fare le scelte per il Nobel). Anche se ovviamente Trump ha sempre l’opzione di girare le cose a proprio vantaggio, dichiarando la Norvegia e magari tutta l’Europa un covo di radicali e vestendo i panni della vittima.
Nello Studio ovale, Trump si può consolare con il premio speciale “per la pace” che gli ha assegnato l’amico presidente della Fifa Gianni Infantino e con la medaglia d’oro originale del Nobel 2025 che gli ha regalato la sua legittima vincitrice, la venezuelana María Corina Machado, nel tentativo di ingraziarselo. Se questo quasi sicuramente non sarà l’anno giusto, per Trump si apre comunque dopo il voto di metà mandato a novembre una finestra importante per riprovarci. La possibile sconfitta nelle elezioni per il rinnovo del Congresso lo indebolirà molto sul fronte della politica interna, ma come per altri presidenti del passato gli ultimi due anni del secondo mandato sono una buona occasione per provare a lasciare il segno sulla politica estera. Chi sta per lasciare la Casa Bianca ha sempre lo sguardo rivolto ai libri di storia, a come verrà ricordato dalle prossime generazioni, e la politica estera offre più occasioni di visibilità di quella domestica.
Il problema è che Trump non segue le regole dei predecessori. Si può passare alla storia ottenendo una pace importante, firmando un disarmo nucleare o un accordo globale sul controllo dell’AI. Oppure conquistando qualcosa con la forza, a costo di rinunciare però per sempre al Nobel. Anche senza considerare la Groenlandia, di obiettivi possibili ce ne sono soprattutto nell’emisfero occidentale, tornato al centro dell’attenzione del Pentagono dopo il blitz in Venezuela per la cattura di Nicolás Maduro. Uno è senz’altro nel mirino di Washington e potrebbe tornare a essere protagonista suo malgrado dopo le elezioni di midterm: Cuba.
