Esteri
L'intervista •
Nel suo Iran, il regista Ali Asgari vede ancora “Un po’ di luce”
Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, il film arriva oggi nelle sale italiane. Il racconto della vita e della speranza a Teheran oltre il buio, la disperazione e la guerra, nel verde delle piante che invadono le stanze e nei legami familiari che vacillano ma non si spezzano

Quando il medico iraniano Arash ha iniziato a togliere con la sua assistente uno a uno i proiettili dai corpi dei manifestanti colpiti dalla polizia, ha smesso di vedere la luce, “avevano 16, 17 anni, abbiamo dato loro tutta la morfina che avevamo per calmarli ma erano solo urla e lamenti, uno di loro era stato colpito alla trachea, erano considerati criminali e non potevamo curarli”, racconta a sua sorella Masia dopo averla avvisata della decisione di togliersi la vita. E’ nello sguardo disperato di quei ragazzi, che Arash non ha neanche per un momento avuto il coraggio di incrociare quella sera, che vede “un argomento che lo spinge a rinunciare alla vita”: in questo paese ti svegli al mattino e non sai se arriverai a sera, è un dolore che ti porti dentro dal momento in cui apri gli occhi e non riesci nemmeno a spiegare, ma è lì, tatuato addosso.
Ali Asgari, regista del film “Un po’ di luce” – Kami Nour in persiano – in concorso alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia, martedì è arrivato a Roma, dove ha studiato per dieci anni, per presentare in anteprima al cinema Greenwich il suo ultimo film “sulla vita che continua nella tragedia”, dice. “Per un anno siamo stati circondati da numerose tragedie, ma vedevo sempre questa vita, che correva su un binario parallelo e che continuava, indisturbata. Non volevo fare un film sulla guerra, sul massacro dei giovani iraniani, ma sui loro effetti. Né volevo fare un film buio: come dice il titolo, volevo raccontare un po’ di luce che ancora esiste in fondo al tunnel dell’Iran, la luce che stiamo cercando, nella quotidianità della vita che continua”. Ali racconta al Foglio di aver avuto l’idea per il film a giugno dell’anno scorso, durante la guerra dei Dodici giorni, di essere rimasto colpito dalla vita che continuava a scorrere, con il rumore di fondo dei bombardamenti, poi le successive proteste represse con il sangue, “volevo mettere in scena questo contrasto, la guerra e la vita che continuano insieme, una accanto all’altra, il fragile confine tra la disperazione e le forze silenziose che ci tengono legati alla vita”. La vita è nei piccoli gesti quotidiani, nei legami familiari che vacillano ma non si spezzano, nelle piante che invadono le stanze e che sopravvivono di casa in casa, negli spettacoli clandestini senza hijab. Arash ha deciso di togliersi la vita, ma la vita continua a inseguirlo, le foglie verdi delle sue piante sono così grandi da non entrare nemmeno in macchina, continua a regalarne, eppure non si svuota.
“E’ perseguitato da piccoli segni di vita e luce che non lo lasciano mai solo”, dice il regista: fiori, alberi, animali: “Nel film racconto di una persona che vuole morire, ma è la vita stessa che continua a cercarlo”. La guerra è invece nelle minacce di Trump di bombardamenti, “potrebbe colpire in qualsiasi momento”, viene ripetuto in più occasioni, nello scotch sulle finestre per ripararsi, nelle chiamate del regime da un numero sconosciuto che non smette mai di controllarti, nella rete internet bloccata, nei sigilli su uno studio di un medico che ha avuto l’ardire di “voler salvare il mondo” curando i “rivoltosi” e nella paura di portare il proprio figlio all’ospedale per il timore che venga arrestato. La guerra ti fa venire idee strane, sai?, dice un amico, demolirla costa più che ricostruirla e se dovesse colpirla un missile mi risparmierei i costi della demolizione, tanto Trump ha detto che le sue incursioni saranno mirate, non colpiranno i civili, Trump non mentirebbe mai, ne è sicuro. Mentre prova a raccontare ai suoi tre fratelli il buio in cui è sprofondato, Arash vede sempre un po’ di luce. Il livello supremo è il momento in cui dovrà raccontare la decisione a sua madre, ma prima Masia lo porta allo spettacolo del figlio, bisogna consegnare i cellulari perché è tutto clandestino, “è ridicolo”, commenta la sorella più piccola Mahsa, “neanche stessimo rapinando qualcuno”. Il ragazzo sulla scena deve salutare la madre prima di scappare all’estero, lei lo prega di non partire, poi chiama il pubblico sul palco: “Potete convincere mio figlio a cambiare idea?”. Uno spettatore risponde: lo lasci andare, qui non può fare niente. Arash non dice nulla. Anche nell’ultima cena familiare con sua madre saranno tutti troppo silenziosi, poi tornerà il suono delle risate, di piatti caldi, la musica e una danza curda in cui i corpi si fanno più stretti e le mani si allacciano e si incatenano, riportando nella stanza un po’ di luce.
