Esteri
L'EDITORIALE DEL DIRETTORE •
Israele, Emirati, Sauditi: attorno al salvataggio di un aereo c’è la foto di un gran medio oriente che cambia
I paesi arabi desiderosi di colpire la piovra iraniana in questi anni non hanno mai tagliato i ponti con Israele. La rete di sicurezza all’interno della quale l’aereo di Flydubai ha potuto mettere in salvo i passeggeri riflette un equilibrio del medio oriente che i terroristi di Hamas sognavano di distruggere
1 OTT 26

(Foto La Presse)
La storia del tentato dirottamento del volo Dubai-Tel Aviv che ieri mattina ha riportato di fronte ai nostri occhi incubi che risalgono a un passato non così remoto, un passato in cui i terroristi utilizzavano aerei dirottati per colpire i simboli della libertà, può essere vista attraverso due inquadrature diverse. La prima inquadratura, che è quella più importante anche se è quella più incerta, riguarda le ragioni del dirottamento. E’ stato solo il tentato suicidio di un copilota, simile a quello già visto nel 2015, quando il copilota del volo Germanwings 9525 fece precipitare deliberatamente un Airbus A320 sulle Alpi francesi con 150 persone a bordo, o il copilota aveva messo nel conto il suicidio per raggiungere un obiettivo diverso, non incompatibile con un atto terroristico?
La seconda inquadratura, che è meno immediata ma è quella politicamente più interessante, riguarda la simbologia potente consegnata ieri agli osservatori dalla sequenza del salvataggio del volo FZ1073, con a bordo 174 passeggeri, di cui 166 israeliani, secondo i media dello Stato ebraico. La sequenza in questione non riguarda solo ciò che è successo ai passeggeri, salvati ieri dall’intervento di membri dell’equipaggio, degli altri piloti presenti a bordo e di alcuni israeliani che sono riusciti a immobilizzare il copilota. La sequenza da osservare è quella che riguarda ciò che è successo attorno a quell’aereo ed è una sequenza che ci consegna la fotografia di un medio oriente nuovo che spesso sfugge ai radar della politica internazionale.
La sequenza è quella che sappiamo: un aereo di una compagnia low cost emiratina che porta israeliani da un paese arabo a Israele, salvato anzitutto da ciò che è accaduto a bordo ma attorno al quale si è attivata una catena di collaborazione di sicurezza che ha coinvolto le autorità di un paese arabo, gli Emirati Arabi Uniti, le forze di sicurezza israeliane e le autorità di un altro paese arabo, considerato da Israele un luogo sicuro, l’Arabia Saudita, in cui è atterrato l’aereo che avrebbe potuto fare una strage di israeliani. In questa sequenza, in questa fotografia, c’è un pezzo di mondo che spesso ci ostiniamo a non vedere. C’è una consuetudine tra paesi arabi e Israele che è continuata a esistere anche dopo la reazione furiosa di Israele al 7 ottobre demonizzata da buona parte dell’opinione pubblica internazionale: il volo Dubai-Tel Aviv esiste proprio perché nel 2020 gli Emirati hanno normalizzato i rapporti con Israele all’interno della cornice degli Accordi di Abramo e la compagnia aerea Flydubai inaugurò il primo collegamento commerciale Dubai-Tel Aviv il 26 novembre 2020, subito dopo l’accordo bilaterale sul trasporto aereo tra Israele ed Emirati.
Anche il passaggio nei cieli sauditi nasce all’interno della stessa svolta regionale: pochi giorni dopo l’accordo tra Emirati e Israele fu l’Arabia Saudita, pur non avendo ancora accordi bilaterali con Israele, ad autorizzare il passaggio dei voli dagli Emirati a Israele, su richiesta degli emiratini. Oggi quella relazione non è più episodica: Flydubai continua a operare collegamenti diretti fra Dubai e Tel Aviv. La rottura del processo di normalizzazione tra paesi arabi e Israele, come emerge anche da documenti interni di Hamas resi pubblici nel 2026, è stata uno dei motori del 7 ottobre, del tentativo iraniano portato avanti attraverso gli atti di terrore di Hamas di spingere Israele a reagire a un pogrom con una violenza tale da rendere ogni alleanza con Israele indigeribile per un paese arabo.
Ma i paesi arabi desiderosi di colpire la piovra iraniana in questi anni non hanno mai tagliato i ponti con Israele. I documenti attribuiti alla leadership di Hamas mostrano che Sinwar considerava la normalizzazione saudita una minaccia strategica e discuteva pochi giorni prima del 7 ottobre della necessità di una “azione eccezionale” per ostacolarla; gli stessi materiali mostrano anche la forte opposizione iraniana a quel processo. Lo dimostra la sopravvivenza degli Accordi di Abramo. Lo dimostra il flusso commerciale mai interrotto e rimasto sostanzialmente stabile anche negli anni successivi al 7 ottobre tra Emirati e Israele: nel 2025 gli scambi di merci sono stati pari a 3,209 miliardi di dollari contro 3,254 miliardi del 2024. Lo dimostra il fatto che Emirati, Arabia Saudita, Israele, Qatar, Bahrein, Egitto e Giordania hanno continuato a lavorare in questi anni all’interno di quello che gli americani chiamano “Regional Security Construct”, una cornice di cooperazione militare regionale promossa dal Centcom, il Comando combattente unificato delle Forze armate degli Stati Uniti, che ha nella difesa aerea contro missili e droni uno dei suoi cardini.
Lo dimostra il fatto che quando, nell’aprile del 2024, l’Iran colpì Israele con missili e droni, Emirati e Arabia Saudita contribuirono alla difesa dello stato ebraico attraverso intelligence e radar, mentre la Giordania, altro paese arabo, contribuì con intercettazioni dirette (e nel maggio del 2026, durante la guerra con l’Iran, Israele restituì il favore inviando negli Emirati batterie Iron Dome e personale israeliano per utilizzarle, per aiutare Abu Dhabi a difendersi dai massicci attacchi iraniani, mentre secondo uno scoop del Jerusalem Post del 15 settembre Arabia Saudita e Israele sarebbero impegnati in colloqui mediati dallo stesso Centcom, per fornire a Riad informazioni di intelligence al fine di contrastare i terroristi houthi). Non sappiamo che obiettivi avesse il copilota che avrebbe tentato di far precipitare l’aereo, non sappiamo ancora con certezza se i momenti di terrore vissuti a bordo dell’aereo che collegava Dubai e Tel Aviv fossero figli di un atto di terrorismo.
Sappiamo però che la rete di sicurezza all’interno della quale l’aereo di Flydubai ha potuto mettere in salvo i passeggeri è una rete che riflette un equilibrio del medio oriente che i terroristi di Hamas sognavano di distruggere, che i terroristi supportati dall’Iran sognavano di sabotare, che gli agenti del terrore che vivono a Teheran sognavano di abbattere e che oggi invece è diventato un pezzo fondamentale dell’infrastruttura attraverso la quale, in un medio oriente che si prepara a fare i conti con un’America in ritirata dal mondo, si proverà nel futuro ad arginare gli sponsor del terrorismo e gli esportatori del terrore. La storia del copilota aspirante suicida è tutta da capire. La storia della nuova infrastruttura che può governare il medio oriente è invece lì di fronte ai nostri occhi ed è un’infrastruttura delicata, fragile, ma reale, destinata ad aiutare un pezzo di mondo a trovare spazi per salvarsi dai nuovi campioni del terrore globale, come è stato ieri per i passeggeri del volo FZ1073.