La scrittrice ebrea vittima di un decreto dell'Alhambra

Ariana Harwicz è stata cacciata dal Festival internazionale di arte e letteratura dell’Università di Granada: “Sionista è la forma diabolizzata per discriminare”, denuncia l'autrice
30 SET 26
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Foto Getty

Il “decreto dell’Alhambra”, che ordinava l’espulsione di tutti gli ebrei dalla Spagna, fu firmato dai re cattolici Ferdinando e Isabella il 31 marzo 1492, all’interno del palazzo dell’Alhambra a Granada. Sono trascorsi 534 anni e un altro ebreo deve andarsene da Granada.
Succede che la scrittrice ebrea Ariana Harwicz, pubblicata in Italia da Ponte alle grazie e candidata al Man Booker International Prize, è stata esclusa dal Festival internazionale di arte e letteratura dell’Università di Granada. Harwicz avrebbe dovuto partecipare il 26 settembre a un incontro dedicato alla sua opera. L’invito è stato però ritirato dopo le proteste di attivisti e universitari che hanno scoperto una cosa gravissima: Harwicz è contraria al boicottaggio degli artisti israeliani.
“C’è grande paura, non solo da parte di chi è espulso, ma anche degli altri” dice la Harwicz al Paìs. “Si prova una grande solitudine e si teme che ti restituiscano i libri e che smettano di invitarti”.
Non esita ad accusarli di antisemitismo. “Se appartenessi a un’altra minoranza nessuno mi avrebbe fatto questo. Nell’ambito della cultura si giustifica la cancellazione degli ebrei”. Che in Spagna, come nel caso della festa di carnevale ad Andorra, può assumere la forma di un’effigie raffigurante lo stato di Israele, sottoposta a “processo” pubblico, colpita da un colpo di arma da fuoco e data alle fiamme durante i festeggiamenti a cui hanno partecipato anche funzionari locali. La figura è impiccata, processata simbolicamente e condannata a morte. Oppure delle tre anziane donne ebree israeliane con la stella di David espulse dal famoso Museo nazionale Reina Sofía di Madrid. Le donne, una delle quali sopravvissuta all’Olocausto, sono aggredite da alcuni visitatori che gridano “ammazzabambini” e “assassini!”. Invece di allontanare gli aggressori, il personale del museo ha chiesto alle donne ebree di andarsene.
Parlano di sionismo. “Sionista è la forma diabolizzata e strumentalizzata per discriminare gli ebrei” dice la Harwicz. “E a loro piacciono gli ebrei che vogliono annientare lo stato di Israele. Mi puniscono per essere la cattiva ebrea. Perché devono decidere loro chi è l’ebreo buono e chi quello cattivo? Sono stata l’unica del festival a cui hanno controllato tutti gli articoli per vedere se mi lasciavano passare o no”.
Sei scrittrici avevano anche firmato una lettera chiedendo la sua testa alle autorità. Cinquecento personalità del mondo della cultura hanno risposto con una controlettera di protesta denunciando la cancellazione della Harwicz, firmata anche dal celebre filosofo spagnolo Fernando Savater e dall’ex primo ministro francese Manuel Valls.
Lo scrittore irlandese vincitore di premi John Banville, pubblicato da Guanda, Premio Booker e testa d’affiche della rassegna, doveva chiudere il festival. Se ne è andato invece con una frase sola: “La mia cancellazione è stata la mia dichiarazione”. Non ha spiegato. Non ha negoziato. Ha sottratto il proprio prestigio a un palco. Un gesto raro perché costa. Ma è quasi tutto quello che, in un’epoca di firme e di paura, uno scrittore può ancora fare. La stessa logica ha già mangiato altri nomi.
A giugno, un famoso regista israeliano di estrema sinistra, Nadav Lapid, vincitore della Berlinale (e del premio della giuria a Locarno e Cannes), è stato escluso dal Festival cinematografico di Marsiglia, che gli ha revocato l’invito a far parte della giuria a causa delle pressioni di attori e registi pro palestinesi che avevano minacciato di ritirare le loro pellicole se Lapid avesse partecipato.
“Nessuno si aspetta l’Inquisizione spagnola”, dichiaravano i Monty Python nel 1970. L’inquisizione pro Pal però dovrebbero.