Esteri
verso le midterm •
In Texas si gioca una partita vitale per il futuro dei repubblicani
Nello stato-laboratorio dell’intera America, Karl Rove, conservatore compassionevole, ha aperto uno squarcio dicendo: voterò un democratico. Trump potrebbe avere forzato troppo la mano sul tema migranti
30 SET 26

Foto ANSA
Ciascuno dei cinquanta stati degli Stati Uniti ha identità complicate, ma il Texas li batte tutti. Da sempre luogo con la mentalità di frontiera e la memoria di essere l’unico che un tempo era una nazione indipendente, quella della “Lone Star” rimasta il suo marchio, il Texas è terra di grandi spazi e grandi contraddizioni. Come il fatto di avere una storia segnata dalla scarsa accoglienza per i neri, ma braccia aperte per gli immigrati. Poca simpatia per le battaglie sui diritti civili, il terreno su cui i democratici lo hanno perso negli anni Sessanta, ma grande disponibilità per chi arriva in cerca di fortuna. O almeno questa era la caratteristica che per decenni rivendicavano i repubblicani che lo dominano. Ed è proprio il tema dell’immigrazione che adesso potrebbe portare il Texas a mandare un senatore democratico a Washington alle elezioni di metà mandato, per la prima volta dal 1988.
Il Texas è sempre più l’osservato speciale delle elezioni di novembre, non solo per la sfida per il Senato tra il repubblicano Ken Paxton e il democratico James Talarico, con quest’ultimo che nei sondaggi ha un vantaggio di 4-6 punti. In ballo c’è il futuro politico dello stato, un fenomeno che si è capito in tutta la sua portata solo negli scorsi giorni, quando Karl Rove, texano d’adozione, stratega delle vittorie di George W. Bush in Texas e alle presidenziali, ha annunciato che voterà un democratico. E’ il segno che i repubblicani locali hanno completato la migrazione verso il mondo Maga e il suo isolazionismo e hanno così – agli occhi della generazione politica di Rove – perso definitivamente la loro anima. I tempi potrebbero essere maturi per il Texas per tornare dove era prima degli anni Sessanta. Prima cioè che un texano doc, il presidente democratico Lyndon B. Johnson, decidesse di firmare il Civil Rights Act. Una mossa che mise fine al segregazionismo, ma fece perdere il sud ai democratici, che fino ad allora erano il partito del razzismo bianco.
Ci mise un po’ il Texas ad allontanarsi completamente dalla parte politica che lo aveva dominato fin dall’Ottocento, ma fu un percorso inarrestabile. Nel voto presidenziale, lo stato cominciò a tingersi del rosso repubblicano già negli anni di Richard Nixon. I democratici mantennero per un po’ le cariche statali locali e quando Karl Rove arrivò alla fine degli anni Settanta dalla Virginia i repubblicani ne controllavano solo una. Ma quando Rove lasciò il Texas con Bush per trasferirsi alla Casa Bianca nel 2001, le controllavano tutte e non le hanno più perse.
Il Texas per lungo tempo è stato ritenuto terra repubblicana inespugnabile. L’ultimo candidato presidente democratico a conquistarne i voti elettorali è stato Jimmy Carter nel 1976. L’ultimo senatore democratico è stato Lloyd Bentsen, eletto nel 1988. L’ultima carica statale vinta da un democratico risale all’elezione nel 1994 del vicegovernatore Bob Bullock, l’unico democratico fino a oggi che Rove ha confessato di aver votato in vita sua. I democratici hanno una delegazione di 13 deputati alla Camera a Washington, contro i 24 repubblicani, e il ridisegno dei distretti sembra sfavorirli al Midterm. Nel 2024 qui Donald Trump ha stravinto, arrivando anche a conquistare il 55 per cento dei latinos che vivono lungo il confine con il Messico e a espugnare la valle del Rio Grande.
Eppure oggi sembra tutto cambiato. C’entra l’economia, che è in cima ai pensieri degli elettori in tutto il paese e qui ha contribuito a portare il gradimento di Trump sotto il 43 per cento. C’entra la guerra in Iran. Ma in Texas conta moltissimo il tema dell’immigrazione. Qui il vento è girato e Rove, da raffinato analista politico, lo ha annusato. A far definitivamente infuriare lo stratega di Bush – e presumibilmente anche l’ex presidente, che vive a Dallas e non si pronuncia, ma non ha alcuna simpatia per Trump e i Maga – sono state le sparate venate di razzismo e nativismo contro gli immigrati da parte di Bo French, candidato dei repubblicani alla Railroad Commission of Texas, che a dispetto del nome non si occupa di ferrovie, ma della principale industria texana: petrolio, gas, oleodotti, raffinerie. Per Rove è stata la goccia finale: “Questa gente sta distruggendo il partito invece di costruirlo, io non ci sto”, ha detto, annunciando di votare lo sfidante democratico di French, il deputato di Houston Jon Rosenthal.
In vent’anni è scomparso quell’ecosistema di “conservatorismo compassionevole” che Bush, Rove e la loro generazione avevano costruito in Texas e cercato poi di portare su scala nazionale. Gli immigrati per loro, come per Bush padre o Ronald Reagan prima di loro, erano una grande risorsa da gestire con cura e l’accoglienza era sempre stata la cifra del partito, da quando aveva strappato il Texas ai democratici. Nel 2001 è qui che era passata con un ampio voto bipartisan la prima legge negli Stati Uniti che concedeva rette scolastiche più basse agli studenti che vivevano in Texas come immigrati senza documenti. Le parole del governatore repubblicano dell’epoca, Rick Perry, oggi sembrano arrivare dal mondo dei democratici socialisti: “Dobbiamo dire con chiarezza a ogni bambino e ragazzo che studia in Texas che non ci interessa da dove arrivi, ma dove vuoi andare e faremo di tutto per aiutarti a raggiungere i tuoi obiettivi. E questa visione deve includere anche i figli degli immigrati senza documenti”. Quando Perry si candidò nel 2012 alle presidenziali, portò questo approccio texano all’immigrazione su scala nazionale e si scontrò duramente nelle primarie con Mitt Romney, allora l’uomo forte dei repubblicani, che criticava le facilitazioni che il Texas concedeva agli immigrati illegali. “Penso che tu non abbia un cuore”, fu la replica che Perry riservò a Romney in un dibattito.
I repubblicani del Texas di oggi, che peraltro considerano Romney un vecchio arnese moderato, sembrano di un’altra galassia. Quando Bo French ha scandalizzato mezza America pubblicando una foto dei tifosi della squadra di football dell’Università del Texas di Austin, ironizzando sui colori della pelle e la multietnicità sugli spalti, il governatore Greg Abbott – che siede nello stesso ufficio che fu di Bush e Perry – si è limitato a dire che quello di French “non è il mio messaggio”. Ma subito dopo si è lanciato nel descrivere il Texas come la vetrina nazionale della lotta all’immigrazione clandestina in stile Maga, rivendicando di avere attuato “le leggi più dure di ogni stato e il congelamento dei visti H1B per chi lavora nelle università statali”.
Paxton, il candidato al Senato che Trump ha preferito all’uscente John Cornyn, a sua volta si è ben guardato dal prendere le distanze da French e dall’ambiente del nativismo che si porta dietro. Invece anche in questa occasione si è limitato ad attaccare il rivale Talarico, il trentaseienne seminarista che con il suo mix di politica e cristianesimo protestante sta cercando una formula nuova per i democratici del sud.
Destra e sinistra “cristiane” si scontrano in Texas, con in mezzo i vescovi cattolici che sull’immigrazione non hanno esitazioni a prendere posizione, incoraggiati dal papa americano Leone XIV. “Questa è retorica razzista e peccaminosa, che cerca di fare male e dividere”, ha detto delle parole di French il vescovo di Fort Worth Michael Olson. “E’ inquietante che provenga da un candidato a una carica pubblica. Si scusi”. E’ la posizione che la conferenza dei vescovi tiene anche a livello nazionale, dopo aver ritrovato proprio sul tema dell’immigrazione, in questo secondo mandato di Donald Trump, quell’unità che aveva perso negli anni del papato di Francesco.
Se a novembre la formula Texas dei repubblicani venisse bocciata, con una vittoria di Talarico per il Senato e una sconfitta per alcuni candidati alle cariche locali, come French, lo stato della “stella solitaria” diventerebbe un laboratorio per le presidenziali del 2028 e per il futuro del movimento Maga. Trump lo sa e anche per questo ha voluto celebrare qui, a Dallas, la sua “Trumpapalooza”, la strana convention repubblicana delle scorse settimane che verrà ricordata solo per la promessa di dare cinquemila dollari a ogni americano se i repubblicani vinceranno alle midterm. Un Texas non più dominato dai repubblicani sarebbe uno dei segni più vistosi del declino del trumpismo e della sua linea dura sull’immigrazione.