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l'esposizione •
I “fumetti storici” di Chaim Kaliski e la memoria tardiva sugli ebrei belgi
L'autore morto nel 2015 ha raccontato l'olocausto con i suoi disegni a distanza di molti anni. Una mostra a Parigi raccoglie le tavole che illustrano gli eventi da lui vissuti in prima persona
30 SET 26

Il Musée d’art et d’histoire du Judaïsm a Parigi (Foto Creative Commons)
Francesco Guccini raccontava in un’intervista ad Aldo Cazzullo che nel 1964 aveva scritto Auschwitz – che cantò giovanissimo senza barba in tv ospite di Caterina Caselli – perché “si sapeva quel che era accaduto nei campi di sterminio, ma non se ne parlava”.
C’è stato, per un po’ di anni dopo la guerra – soprattutto rispetto a oggi in cui si fanno le gite a Dachau – un generale silenzio rispetto alla Shoah. Si sapeva tutto ma se ne parlava poco, e anche i diretti interessati a volte non volevano ritornare su quegli anni devastanti: c’era nell’Europa occidentale un pensiero di ottimismo foraggiato dal benessere economico, che mal si sposava col pensare ai forni crematori.
In Belgio è solo alla fine degli anni Ottanta che cresce l’attenzione pubblica sul tema – 28 mila ebrei belgi erano stati uccisi, quasi metà di quelli esistenti. Ed è anche per questo che si spiegano figure come Chaim Kaliski, ebreo nato a Etterbeek nel 1929 e che solamente negli anni Novanta ha iniziato a raccontare le sue storie sull’olocausto. Kaliski, spinto dalla sorella a disegnare, quando aveva già superato i 60 anni, ha iniziato a usare china e acquerelli per ricreare quelle scene della sua infanzia che ricordava molto bene, con dolorosa lucidità, rimaste immobili nella sua mente come fossero accadute il giorno prima. Oggi Kaliski, morto nel 2015, viene celebrato al Musée d’art et d’histoire du Judaïsm, a Parigi, in quel vecchio hotel del Marais costruito per i duchi dell’ancien régime, con una mostra che ci permette di vedere queste tavole fumettistiche. Kaliski, in disegni senza prospettiva, mostra le tappe della presa di potere dei nazisti, la capitolazione del regno, le sinagoghe date alle fiamme, i mobili accatastati portati via dalle case degli ebrei, la Kristallnacht, l’olio di ricino, uomini con la kippah che devono consegnare le proprie radio all’occupante, le retate nelle strade davanti a casa, le manifestazioni della comunità ebraica a Bruxelles nel ‘38 contro i partiti antisemiti e nazionalisti, contro le restrizioni per andare in Palestina. Kaliski disegna senza idealizzare quel periodo pre-bellico in cui gli immigrati dall’est, che lavoravano la pelle e commerciavano tessuti, si sistemano in quel quartiere, Cureghem, che il padre Abram, arrivato diciassettenne da uno Shtetl, chiamava “la Gerusalemme di Bruxelles”.
La vita era dura anche prima, per loro, nonostante le vignette sui giornali li dipingessero come “re della finanza” e burattinai. Kaliski attacca e sfotte anche Hergé che pubblicava sul quotidiano pro-nazi Le Soir, anche perché nell’album di Tintin La stella misteriosa appaiono i cattivi stereotipi ebraici dei banchieri manipolatori, e così Kaliski scrive in un disegno: “Per noi la stella misteriosa di Hergé è anche la stella gialla” da cucire sul cappotto. Si concede solo poche opere puramente autobiografiche, dedicate al padre, che verrà arrestato e portato via, ucciso poi ad Auschwitz.
Lo disegna mentre balla con la moglie vicino a un cancello con la scritta Arbeit Macht Frei – “l’ultimo tango di Abram e Fanny” è il titolo. Per lui il padre era un uomo invincibile, e invece, come vediamo in un disegno mentre lo tiene per mano, non potrà nulla contro la furia nazista. Chaim bambino si salva perché nascosto insieme alla madre da dei cattolici.
I disegni di questo artista underground, autodidatta, tardivo, che si definisce “forse un autore di fumetti storici”, diventano anche uno strumento per tenere a mente che queste cose accadono passo dopo passo, non di colpo, da un giorno all’altro. Come in una storia, come in una graphic novel, c’è sempre un inizio.
Raccontava Kaliski in un’intervista poco prima di morire: “Tutto era iniziato un giorno. Eravamo a casa e abbiamo sentito delle urla in strada. Ci siamo affacciati al balcone e abbiamo visto un uomo, anziano, che stava andando alla sinagoga e che veniva picchiato da un gruppo di persone. Non me lo dimenticherò mai”.