Esteri
Editoriali •
Bibi, Bar, gli Emirati e i rischi del dito puntato
Israele non può asservire la sicurezza alla politica, ha già visto cosa significa
30 SET 26

Foto Ansa
Prima del 7 ottobre, Israele veniva da mesi di proteste. Sembrava che l’unità che aveva sempre garantito la forza dello stato ebraico fosse ormai venuta meno. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, già allora leader divisivo e argomento principale della politica israeliana, non ascoltava i suoi oppositori che chiedevano un lavoro congiunto per arrivare alla riforma della Giustizia, mentre i suoi oppositori non entravano nel merito della riforma e la maggior parte ne costruivano un questione di paternità: non andava bene perché era di Bibi. I nemici di Israele hanno guardato quei mesi di scioperi e proteste e si sono convinti che Israele non era più quello di una volta, era più fragile, più attaccabile. Hamas meditava sul pogrom contro i kibbutz del sud di Israele da tempo, agì quando tutto era pronto, galvanizzato dall’immagine di un paese che sembrava confuso.
Sembrava che il 7 ottobre, la tragedia profonda, il dolore collettivo, potesse ricucire, invece ha diviso e il trauma si è trasformato in una lotta continua e asfissiante che fa smarrire il percorso per la ricerca giusta delle mancanze: chi non ha tenuto gli occhi aperti sulla Striscia, chi non ha ascoltato gli avvertimenti, chi si è illuso che un terrorista potesse diventare un uomo d’affari. Si fa la corsa a puntare il dito contro Bibi, che in quanto primo ministro ha più che una responsabilità. Bibi corre per scaricare le responsabilità sull’esercito o sull’ex capo dello Shin Bet, Ronen Bar, che, dopo il 7 ottobre, chiese scusa agli israeliani ma rimase al suo posto promettendo che ci sarebbe stato il tempo delle inchieste. Il tempo non è arrivato, non per colpa di Bar, ma scaricare la colpa da una carica all’altra non aiuta Israele a guarire. E’ un cortocircuito pericoloso che mostra un apparato ormai sfilacciato. Anche la notizia della visita di Netanyahu negli Emirati ne è un segnale: un viaggio del genere non sarebbe stato dovuto comunicato prima del ritorno del premier in patria. Sembra che da ogni parte ci sia una corsa ad asservire la sicurezza alla politica e Israele non può permetterselo.