La Commissione europea non è pronta a una guerra commerciale con la Cina

La Cina, con cui l’Ue registra un deficit commerciale da un miliardo di euro al giorno, rappresenta una minaccia non solo per l’industria europea, ma anche per il suo modello sociale e politico. Ottobre dovrebbe essere il momento decisivo. Ma von der Leyen non ha ancora scelto tra dialogo e fermezza con la Cina
26 SET 26
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Il Commissario europeo per il Commercio e la Sicurezza economica Maros Sefcovic(Foto Ansa)

Bruxelles. Ursula von der Leyen questa settimana ha rivendicato un altro successo nella sua strategia di diversificazione commerciale per rispondere ai dazi di Donald Trump. La presidente della Commissione ha annunciato una svolta nei negoziati con le Filippine, che dovrebbe portare in poche settimane alla conclusione di un accordo di libero scambio. Dopo Mercosur, Messico, Australia e Indonesia, l’Ue trova un altro mercato di sbocco in forte espansione per le sue esportazioni. Ma la diversificazione commerciale non risolve il problema più grave cui sono confrontati gli europei. La Cina, con cui l’Ue registra un deficit commerciale da un miliardo di euro al giorno, rappresenta una minaccia non solo per l’industria europea, ma anche per il suo modello sociale e politico. Ottobre dovrebbe essere il momento decisivo. Ma von der Leyen non ha ancora scelto tra dialogo e fermezza con la Cina. 
Se la Commissione ha dimostrato i suoi successi nel negoziare e concludere accordi di libero scambio, non è attrezzata per condurre guerre commerciali. Questa settimana un gruppo di funzionari della Commissione è stato a Pechino per condurre discussioni sul riequilibrio delle relazioni commerciali. Dopo una discussione con i capi di stato e di governo al Consiglio europeo di giugno, von der Leyen ha annunciato l’avvio di un dialogo con Pechino che deve “portare risultati” entro ottobre. La missione dei funzionari dovrebbe servire a preparare una visita del commissario al Commercio, Maros Sefcovic, a Pechino l’8 e 9 ottobre. E’ in quell’occasione che la Commissione vuole vedere i primi risultati. Ma finora non ce ne sono stati. Il deficit commerciale dell’Ue nei confronti della Cina ha superato un miliardo di euro al giorno: 103 miliardi nel secondo trimestre del 2026, dopo i 100 miliardi nel primo trimestre, secondo Eurostat.
Da quasi tre anni le esportazioni cinesi verso l’Ue continuano a crescere, mentre quelle europee verso la Cina calano lentamente. I prodotti cinesi che registrano l’aumento più significativo sono macchinari e automobili. Sefcovic ha riconosciuto che la posta in gioco dei suoi colloqui con Pechino va oltre il commercio. “Il dibattito sulle relazioni commerciali con la Cina va ben oltre la tradizionale discussione sulla bilancia commerciale. E’ fondamentale chiarire che, date le dimensioni del deficit, la rapidità della sua crescita e l’impatto su settori economici e industriali chiave dell’Ue, stiamo parlando del futuro della nostra economia, della nostra industria e del modello sociale europeo”, ha detto il 22 settembre: “Si tratta di una questione fortemente politica: ciò di cui abbiamo bisogno è una svolta politica e una reale intesa”. Sefcovic spera in “risultati credibili”, ma nemmeno lui sembra crederci. Finora i funzionari della Commissione non hanno riscontrato una reale volontà da parte della Cina di acconsentire alle richieste dell’Ue, né su un freno alle esportazioni, né su un maggior accesso al mercato cinese.
Dentro la Commissione Sefcovic è un fautore del dialogo con la Cina. Gli altri commissari seguono la linea del loro governo nazionale. Il francese Stéphane Séjourné sostiene la necessità di adottare un approccio più duro. La spagnola Teresa Ribera non vuole creare barriere. Von der Leyen oscilla al ritmo di Berlino. Quando il cancelliere Friedrich Merz, messo sotto pressione da una parte dell’industria, chiede nuovi strumenti per difendersi dalle pratiche scorrette di Pechino, la presidente della Commissione adotta toni da falco. Quando la ministra dell’Economia, Katherina Reiche, che rappresenta un’altra parte dell’industria, dice che serve cooperazione con la Cina, von der Leyen torna a privilegiare il dialogo. La presidente della Commissione riferirà dei risultati del dialogo con Pechino al Consiglio europeo di metà ottobre. I ventisette sono divisi. In un’intervista a Bloomberg, il premier spagnolo, Pedro Sánchez, ha sostenuto la necessità di “cooperare con la Cina” e “gestire le nostre differenze” sul deficit commerciale. La Francia è favorevole a un rapporto di forza per ridurre le esportazioni cinesi verso l’Ue e ha chiesto a von der Leyen di preparare nuovi strumenti per aiutare le imprese a diversificare gli approvvigionamenti e gli stati membri ad attutire l’impatto di rappresaglie. Ma le proposte non dovrebbero concretizzarsi prima della fine dell’anno.
La Commissione “può gestire gli accordi di libero scambio, le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio e le pratiche di dumping, ma non sa gestire una strategia d’insieme”, spiega al Foglio un diplomatico europeo. Come nei negoziati con Trump sui dazi, von der Leyen ha più paura delle conseguenze di breve periodo delle ritorsioni cinesi che degli effetti di lungo periodo per l’Ue del crescente deficit commerciale. Così la Commissione sta ricorrendo sempre più alla regolamentazione – come l’Industrial accelerator act o le nuove regole sugli appalti – per tentare di tenere i prodotti cinesi fuori dall’Ue attraverso la “preferenza europea”. Ma anche il “made in Europe” ha i suoi inconvenienti. Il livello di adempimenti burocratici aumenta. Sempre più paesi alleati, come il Canada, il Regno Unito o la Svizzera, si lamentano per il rischio di essere esclusi dal mercato dell’Ue. L’Ucraina si è vista imporre barriere per il suo acciaio a causa di una misura adottata per affrontare la sovraccapacità cinese. Ieri il Financial Times ha rivelato che al governo di Andy Burnham è stato chiesto dalla Commissione di aumentare i dazi sulle auto cinesi se vuole evitare le barriere del “made in Europe”.