Il rischioso favore di Trump a Xi Jinping su Taiwan

Lo scenario di annessione "soft" alla Cina e i rischi per il futuro. La lezione dimenticata di Putin nel 2014

26 SET 26
Tradotto con IA
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Foto Getty

Ieri, com’è uso nelle grandi democrazie industrializzate, i giornali taiwanesi aprivano con una notizia sportiva: la nazionale taiwanese di baseball sabato giocherà la finale dei Giochi asiatici di Nagoya contro il Giappone. Poche ore prima Taiwan aveva battuto 9 a 1 la nazionale cinese in semifinale, un trionfo funestato solo dalla consueta scarsa sportività cinese: nelle manifestazioni internazionali a Taiwan è proibito gareggiare con la propria bandiera, e anche col proprio nome, e così quando alcuni tifosi hanno incitato la nazionale usando “taiwan” e non “taipei cinese” è intervenuto lo staff dei Giochi ricordando il divieto di usare “slogan politici”. Per Pechino, e per tutti gli eventi in cui la sua forza finanziaria si mostra al suo meglio, Taiwan non deve essere nominata. E’ la stessa regola che ieri il leader Xi Jinping, a Washington, ha ricordato al presidente americano Donald Trump. 
Come sia andata la visita di stato di Xi Jinping negli Stati Uniti resta, in realtà, un mistero formale. Probabilmente senza troppe resistenze Trump ha accettato la regola cinese della lontananza dei giornalisti – tranne i fotoreporter – e la Casa Bianca ha diffuso comunicati solo sugli aspetti del cerimoniale, il menu della cena di stato e la visita allo Smithsonian Asian Art Museum, e non sulla sostanza delle conversazioni a porte chiuse con il leader cinese. Qualche dettaglio è trapelato alla stampa attraverso l’ambasciatore americano a Pechino, David Perdue: Trump avrebbe chiesto in modo molto chiaro a Xi di smettere di aiutare l’Iran – secondo funzionari americani, l’Iran avrebbe usato immagini ottenute da satelliti commerciali cinesi per individuare e colpire basi americane in medio oriente e navi americane – e che ci sarebbero già segnali concreti che i cinesi lo abbiano ascoltato. Anche la tregua sulla guerra dei dazi nata dopo l’accordo Trump-Xi dell’ottobre scorso, che aveva congelato gran parte dell’escalation, è stata prorogata fino al 10 gennaio 2027. Il rappresentante del Commercio americano, Jamieson Greer, ha detto ieri a Cnbc che Washington e Pechino hanno raggiunto un’intesa su un gruppo circoscritto di prodotti che potranno essere scambiati a condizioni commerciali più favorevoli, nell’ambito del meccanismo del Board of Trade, ma i dettagli arriveranno solo lunedì.
La nazionale taiwanese festeggia dopo aver vinto la medaglia di bronzo ai Campionati asiatici di baseball Under 18, il 13 settembre 2026 al Taipei Dome, a Taipei
E insomma per capire cosa si muove davvero tra le due più grandi economie e le due più grandi potenze militari del mondo bisogna leggere fra le righe. I comunicati cinesi, però, sono più espliciti: secondo la stampa cinese, durante i colloqui Xi Jinping ha sottolineato la posizione della Cina sulla sua “integrità territoriale”, e ha detto che Washington dovrebbe esprimersi “contro ‘l’indipendenza di Taiwan’” (fino a oggi la posizione americana sulla questione è quella di “non sostenere” l’indipendenza, ma non di “opporsi”) e gestire la questione “con prudenza, per gettare solide basi alla cooperazione strategica sino-americana e per lo sviluppo delle relazioni bilaterali”. In pratica, ogni decisione fra Trump e Xi Jinping è subordinata a Taiwan, l’isola autogovernata e democratica e libera che il Partito comunista cinese vorrebbe annettere pur non avendola mai governata. Gli analisti da tempo sottolineano che se l’Amministrazione Trump dovesse accettare il cambio di formulazione (da “non sostiene” a “si oppone”), potrebbero esserci in realtà conseguenze rilevanti sull’ambiguità strategica americana in caso di conflitto. Il problema è che il presidente americano ha già definito l’isola una buona “pedina di scambio” delle relazioni con Pechino, compreso il sostegno militare americano a Taipei: 14 miliardi di forniture militari già approvate per la vendita dal Congresso sono ancora congelate, il segretario di stato Marco Rubio ha detto l’altro ieri che il motivo non è politico, ma perché potrebbero servire agli Stati Uniti. Anche il Giappone, vicinissimo a Taiwan e non solo geograficamente, teme che la Casa Bianca possa subordinare il commercio con la Cina alla sicurezza dell’Asia orientale. Ieri in un comunicato il ministero degli Esteri taiwanese ha detto che le dichiarazioni di Xi rappresentano “il consueto approccio cinese di distorcere i fatti e di esporre unilateralmente la propria posizione e le proprie rivendicazioni”, per esempio anche sulle questioni storiche: il leader cinese ha detto davanti a Trump che Stati Uniti e Cina avrebbero “combattuto fianco a fianco” durante la Seconda guerra mondiale, ma la verità è che la Repubblica popolare cinese allora nemmeno esisteva (esisteva, sì, la Repubblica di Cina, cioè Taiwan).
C’è però anche un altro scenario preoccupante, dal punto di vista dei falchi anticinesi dentro all’Amministrazione Trump, e riguarda il sostegno della Casa Bianca ai gruppi politici o d’interesse taiwanesi più vicini a Pechino: secondo diverse analisi la presidente del partito Kuomintang, Cheng Li-wun, che è stata a Pechino a incontrare Xi Jinping ad aprile scorso, potrebbe cercare di appellarsi alle componenti isolazioniste dell’Amministrazione Trump che vorrebbero eliminare Taiwan come ostacolo nei negoziati con Pechino e che potrebbero auspicare una vittoria del Kuomintang per togliere quell’ostacolo, rappresentato soprattutto dal Partito progressista democratico guidato dal presidente taiwanese Lai Ching-te. Una soluzione politica di comodo, insomma, che a molti ricorda però l’appeasement con Vladimir Putin dopo il 2014 e l’invasione della Crimea: lasciare Taiwan alla Repubblica popolare cinese non significa che la leadership di Pechino, poi, si fermerà.