E’ solo bromance apparente fra Trump e Xi

Sotto le moine, i due leader si nascondono le gravi tensioni strategiche che restano tra Stati Uniti e Cina
25 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:24
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Ieri il presidente americano Donald Trump ha accolto sontuosamente il leader cinese Xi Jinping alla Casa Bianca con tutti gli onori. Poche ore prima, le immagini dei militari americani che sistemano il tappeto rosso quasi sdraiati a terra, poco prima che il capo del Partito comunista cinese scendesse la scaletta del suo zhuanji, l’aereo “speciale” dedicato ai viaggi del leader di cui si sa pochissimo (ufficialmente è un aereo commerciale di Air China temporaneamente convertito), erano già sufficienti per galvanizzare i nazionalisti della Repubblica popolare sui rapporti di forza tra America e Cina. La delegazione cinese, composta da Xi e dalla moglie Peng Liyuan, e poi dal segretario generale del comitato centrale del Partito comunista cinese, Cai Qi, l’uomo che custodisce la leadership di Xi, e dal ministro degli Esteri Wang Yi, ha passato la notte al Waldorf Astoria di Washington e ieri, di buon mattino, è iniziata la visita di stato, la prima del leader cinese da undici anni. Durante le dichiarazioni alla stampa dei due leader – la cui copertura è stata affidata alla sola tv ufficiale della Casa Bianca, perché tutte le emittenti americane si sono rifiutate di coprire l’evento in diretta a causa del divieto su Cnn, Politico e MsNow – il segretario di stato Marco Rubio, seduto di fronte a Wang, sembrava l’unico a disagio. E’ il più esposto rappresentante della corrente dei repubblicani falchi sulla Cina, che è stato costretto a seguire il volubile Trump nel riavvicinamento con Pechino (ieri l’ha definita una “stabilità strategica”): non deve aver gradito tanta pomposità nell’accoglienza del leader cinese, ancor meno il sorvolo dei bombardieri strategici B-2 americani, nei giorni in cui la stampa ha rivelato che mentre erano in transito dall’Australia attraverso il Pacifico, alcuni componenti sensibili del caccia F-35 destinati a riparazioni negli Stati Uniti questa estate sono stati deviati a Hong Kong.
A Washington tutti – repubblicani e democratici – sanno che la Cina è una potenza autocratica di cui non ci si può fidare, che continua a spiare l’America, a rubare la sua tecnologia, a sostenere i suoi nemici e i nemici dell’ordine democratico, a fare concorrenza sleale, a dettare le regole di un nuovo ordine globale che vuole guidare. Eppure Trump ieri ha steso i tappeti rossi e ha fatto di tutto per contenersi, anche nelle dichiarazioni pubbliche è stato stranamente formale – secondo molti osservatori, i suoi consiglieri più fidati l’avrebbero edotto sull’importanza del protocollo che è sostanza per le delegazioni cinesi. Ha parlato di rapporto commerciale equilibrato e di grandi opportunità “per gli agricoltori e gli allevatori americani”.
E’ ormai chiara la determinazione di Trump a trasformare la relazione con Xi Jinping in un mutuo vantaggio durante questi due anni che gli restano alla Casa Bianca. Il leader cinese sembra essere d’accordo con il congelamento dei rapporti, purché alla pari. “Cina e Stati Uniti”, ha detto Xi davanti a Trump, “in quanto due grandi potenze, hanno tutto da guadagnare dalla cooperazione e tutto da perdere dallo scontro. I nostri due eserciti dovrebbero mantenere un dialogo regolare e migliorare i meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi”. Solo così, ha detto Xi, “si può superare la trappola di Tucidide”, riferendosi per la seconda volta al fenomeno descritto dallo storico greco delle tensioni che sorgono quando una potenza emergente sfida il predominio di una potenza già affermata.
La distensione è stata esplicitata ieri, con l’annuncio dell’arrivo di due panda giganti allo zoo di Atlanta, e può sembrare una notizia frivola ma non lo è, nell’ingessato protocollo della diplomazia dei panda cinesi. Tra il 2023 e il 2024, nel periodo di massima tensione con l’Amministrazione Biden per via del pallone spia cinese abbattuto dagli americani e sulla scia dei rapporti più stretti con Taiwan – la visita della speaker Nancy Pelosi a Taipei, in Asia, segna un prima e un dopo – i panda cinesi, che sono di proprietà del governo cinese e quindi sono sempre “in prestito”, erano scomparsi dagli zoo americani.
Ma questo clima di avvicinamento e distensione forzata alla Casa Bianca non si percepiva fuori dalla cerchia ristretta delle due leadership più potenti del mondo. Alcuni giornalisti hanno riportato di momenti di tensione tra fotografi cinesi e servizi di sicurezza americani. Ma è soprattutto fuori, per le strade di Washington, che da ieri si racconta di parecchia tensione fra gruppi di manifestanti contro il Partito comunista cinese (tibetani, falun gong, uiguri, attivisti per la democrazia) e gli sgherri del Fronte unito. Sono i gruppi di sicurezza informale che reclutano associazioni e studenti per organizzare, a pagamento, manifestazioni pro Cina (nel novembre del 2023 al summit Apec di San Francisco centinaia di persone furono portate in autobus da tutto il paese per delle manifestazioni a favore di Xi, anche lì ci furono attacchi contro chi protestava).
Ci sono stati alcuni scontri, sono circolate le immagini di civili cinesi con il volto coperto che presidiavano le strade dove sarebbe passato il corteo della delegazione cinese, e secondo la Cnn la Casa Bianca è stata costretta a rafforzare la sicurezza attorno alle aree più sensibili. Tutto pur di far stare a suo agio Xi in uno dei vertici più importanti di questo periodo storico.
Senza mai parlare di contenuti – solo ai fotografi è stato permesso di entrare brevemente nello Studio ovale dove stava per iniziare il dialogo a porte chiuse fra le delegazioni. Poco prima di chiudere le porte, Trump ha scherzato, ma non troppo: i giornalisti cinesi sono più amichevoli dei miei.