Esteri
diplomazia fallimentare •
Dopo il Sudan, il Tigray: altro pasticcio diplomatico dell’America
Si torna a combattere in Etiopia. Con il Sudan e il Mar Rosso i conflitti si intrecciano. E riguardano anche l’Italia

Nel Tigray, fra Etiopia ed Eritrea, si è tornati a combattere fra i ribelli e le Forze armate di Addis Abeba. Ma la guerra che solo tra il 2020 e il 2022 causò oltre 600 mila morti stavolta rischia di intrecciarsi a tutte le altre della regione – quella in Sudan, quella in Somalia, quella nel Mar Rosso – ciascuna con il proprio dramma umanitario. Sin dalla firma dell’accordo di Pretoria, quattro anni fa, sia i ribelli del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf) sia il governo di Ahmed Abiy si erano scambiati l’accusa di violare la pace. Le sanzioni americane avevano finora messo un freno al rischio di un nuovo conflitto. Finché non si è arrivati allo scorso 18 settembre, quando Washington ha lasciato decadere le sanzioni contro l’Eritrea e ha rimosso quelle contro l’Etiopia.
Come si fosse premuto un grilletto, appena due giorni dopo le Tplf hanno siglato un accordo con i Fano, la milizia etnico-nazionalista della regione di Amhara, e con altri cinque gruppi armati ribelli, tutti uniti da un unico obiettivo: sollevare quello che definiscono il regime di Ahmed Abiy, ironicamente premio Nobel per la Pace nel 2019 per avere messo fine alla guerra tra Etiopia ed Eritrea. Solo pochi giorni dopo, mercoledì, le Tplf hanno attaccato e preso il controllo di tutti e tre gli aeroporti del Tigray, innescando la controffensiva dell’Etiopia. I ribelli hanno quindi dichiarato di essere in un assetto di “guerra difensiva”, sancendo così l’inizio di un secondo drammatico capitolo della guerra.
L’alleanza dei ribelli descrive quello di Abiy come un governo dittatoriale e genocidiario, colpevole di avere accentrato tutte le ricchezze nelle mani di pochi, trasformando Addis Abeba in una capitale avveniristica e moderna lasciando però le briciole alle periferie, ciascuna con una diversa identità etnica. Abiy considera invece le Tplf un pupazzo nelle mani dell’Eritrea. Il dittatore di Asmara, Isaias Afwerki, a sua volta teme che il Tigray sia solo il primo passo e che il successivo sia Assab, il porto affacciato sul Mar Rosso su cui Abiy sogna di mettere le mani per guadagnare un accesso al mare.
Per ora i combattimenti interessano le regioni settentrionali di Afar e Amhara, entrambe strategiche: la prima è la via di passaggio dei rifornimenti che arrivano in Etiopia via mare dal porto di Gibuti, la seconda apre la strada verso Addis Abeba. La superiorità delle Forze armate etiopi, dotate di un’aviazione militare a differenza dei ribelli, è resa ancora più schiacciante dagli attriti che persistono tra i diversi gruppi ribelli, divisi da aspirazioni e appartenenza etnica. Ciononostante, gli osservatori concordano nel sottolineare che il rischio sia il propagarsi della guerra a livello regionale, spingendo per una guerra ancora più lunga e drammatica. Gli attori potenzialmente coinvolti sono molti. L’Eritrea, che già sostiene i Fano, potrebbe entrare in azione contro l’Etiopia da un momento all’altro. Si ipotizza anche un coinvolgimento del Sudan, dove il governo centrale di Khartoum è ostile ad Addis Abeba per il suo sostegno alle Rapid Support Forces e per i suoi rapporti stretti con gli Emirati Arabi Uniti. Infine, c’è l’instabilità regionale che dal Mar Rosso, finito sotto l’attacco degli houthi dello Yemen, arriva alla Somalia. Tutte guerre che rischiano ora di intrecciarsi fra loro, mentre l’Amministrazione Trump conferma la sua difficoltà nel ricoprire il ruolo di mediatore tra le parti in conflitto. Dopo il disastro diplomatico maturato in Sudan, mercoledì l’ambasciatore americano ad Addis Abeba, Ervin J. Massinga, ha preso apertamente le difese del governo, definendo “una decisione sbagliata” la mobilitazione dei ribelli. Così facendo, Washington ha abdicato fin da subito a ogni potenziale pretesa di vestire i panni dell’arbitro imparziale.
In questo scenario di grande instabilità, tra i paesi occidentali l’Italia è tra le più esposte. Perno della strategia del governo Meloni in Africa, interlocutore essenziale nel Piano Mattei, l’Etiopia è anche al centro di una fitta trama di scambi commerciali e investimenti legati al nostro paese. Dopo la costruzione da parte dell’italiana Webuild della Grand Ethiopian Renaissance Dam sul Nilo – la più grande diga e centrale idroelettrica dell’Africa, ma anche un progetto controverso per le implicazioni geopolitiche della gestione delle acque del Nilo tra Etiopia ed Egitto – restano in sospeso altre grandi infrastrutture. Fra queste c’è la costruzione della diga idroelettrica di Koysha, un progetto da 1.800 megawatt che era stato rallentato dall’enorme debito estero accumulato in questi anni sotto la presidenza di Abiy. Solo una decina di giorni fa, Bloomberg ha dato la notizia di un passo avanti importante per sbloccare il completamento dell’opera: l’avvicinarsi di un accordo con tre banche italiane per un prestito da 400 milioni di euro. La conclusione della trattativa era attesa entro ottobre ma non è chiaro se e come cambieranno le cose adesso, con la ripresa della guerra nel Tigray.
Poi c’è l’aspetto diplomatico che, come è noto, ha recentemente vissuto il momento più complicato con il richiamo in Italia del nostro ambasciatore, Sem Fabrizi, avvenuto in circostanze tuttora non chiarite dal governo Meloni. Una decina di giorni fa è arrivata la notizia della scelta del suo successore, l’ex viceambasciatore nel Regno Unito, Riccardo Smimmo. Se è vero che il presidente etiope avrebbe spinto per la rimozione di Fabrizi per diverse incomprensioni, al nostro nuovo rappresentante toccherà l’arduo compito di curare le relazioni tra Roma e Addis Abeba in una delle fasi più complesse della storia recente. Se durante il primo conflitto del Tigray sia i ribelli sia Addis Abeba si sono macchiati di crimini di guerra documentati dalle Nazioni Unite, la nuova guerra si preannuncia un altro disastro umanitario.