Pezeshkian all'Onu mostra le foto delle iraniane uccise, attacca America e Israele ma vuole dialogare

Il presidente iraniano è stato il primo di un paese in guerra con gli Stati Uniti a entrare sul suolo americano per intervenire all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il discorso su un Iran "vittima del terrorismo" e il rispetto della legge internazionale su cui vige un "doppio standard"

23 SET 26
Ultimo aggiornamento: 18:35
Tradotto con IA
Immagine di Pezeshkian all'Onu mostra le foto delle iraniane uccise, attacca America e Israele ma vuole dialogare
Mentre una delegazione “principale” iraniana, guidata dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, arrivava a New York all’inizio della settimana per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il portavoce del dipartimento di stato americano chiariva le restrizioni sugli spostamenti degli iraniani fuori dal quartier generale del Palazzo di vetro e dell’aeroporto internazionale John F. Kennedy e l’impedimento di acquisto di “beni di lusso o altri articoli, in conformità con la nostra politica sulle sanzioni”. Quando si è rivolto ai membri dell’Onu – con la delegazione americana assente – Pezeshkian è stato il primo presidente di un paese in guerra con gli Stati Uniti a entrare sul suolo americano per intervenire all’Assemblea. 
Martedì Donald Trump, nel suo discorso, aveva minacciato di “annientare” la Repubblica islamica dell’Iran, lasciando come al solito aperta una seconda opzione, meno negativa, che “potrebbe contribuire a trasformarla in uno dei grandi paesi del medio oriente”. Lo stato maggiore delle Forze armate iraniane aveva risposto annunciando di essere pronto a rispondere con attacchi “devastanti” e più duri rispetto alle fasi iniziali della guerra, poi poco dopo Trump aveva dichiarato che i funzionari americani avevano avuto – per la prima volta dopo il fallimento del memorandum di pace – un incontro di tre ore con una delegazione iraniana a margine dell’Assemblea. Alla riunione hanno partecipato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, l’inviato speciale americano Steve Witkoff e il genero di Trump Jared Kushner: anche se “non al più alto livello”, molto “produttiva”, e sotto la mediazione qatarina.
Dopo l’incontro, un alto funzionario iraniano ha parlato con i media della possibilità della riapertura dello Stretto di Hormuz entro sette giorni, mentre la linea intransigente del regime definiva i contatti di Araghchi con Witkoff e Kushner “un regalo a Trump”, e ricordava che alla delegazione era stato ordinato di non incontrare gli americani faccia a faccia. Pezeshkian, che è invece un sostenitore dei negoziati con gli Stati Uniti, ha risposto alle minacce di Trump presentando gli iraniani come “vittime del terrorismo” e non terroristi, ha mostrato all’Assemblea le foto della Guida suprema Ali Khamenei “assassinato senza alcun quadro giuridico né motivo”, delle bambine vittime dell’attacco missilistico sulla scuola di Minab, nel primo giorno di guerra, ha parlato dei bambini di Gaza, di rispetto della legge internazionale e ricordando che gli iraniani hanno manifestato “ogni notte” negli ultimi sette mesi a sostegno del loro paese, dimenticando le proteste contro il regime che, secondo le stesse Nazioni Unite, rendono Teheran responsabile di gravi crimini contro l’umanità, “tra cui omicidio, incarcerazione, tortura”. Pezeshkian ha criticato sia gli “attacchi illegali statunitensi” contro l’Iran sia quelli israeliani, ha detto che nella comunità internazionale vige un doppio standard. “Israele uccide, ma l’Iran è soggetto a sanzioni”, poi ha concluso: “Non abbasseremo mai la testa né piegheremo le ginocchia. Siamo pronti al dialogo, alla diplomazia e ai negoziati, ma non accetteremo mai il linguaggio della forza”.