Il tratto che più accomuna Trump e Xi è l’odio per la trasparenza. Il problema è del resto del mondo

Le cose che abbiamo in comune, versione Washington-Pechino. L’incontro di oggi fra i due leader più potenti del mondo che si assomigliano sempre di più

23 SET 26
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Di lui si sa che è anziano, che non è in perfetta salute, e che a ogni passo incerto e un’assenza inspiegata si specula per settimane sulle sue condizioni. Stiamo parlando di Donald Trump. Ma anche di Xi Jinping. L’incontro di oggi fra i due leader più potenti del mondo, fra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese, è anche quello fra due modelli di trasparenza che da quando Trump è tornato alla Casa Bianca si somigliano sempre di più: la salute del leader, per ragioni diverse, sia a Washington sia a Pechino è una questione anche politica. L’assenza di trasparenza mostra il fianco alle speculazioni, e all’incertezza.
Non si tratta solo della salute psicofisica del leader, che ha effetti diversi sulle prime due economie globali: in America ci sono regole di successione chiare, in Cina si apre un vuoto di potere pericolosissimo. La trasparenza per Trump è woke, fa fallire gli affari e non solo – l’ha detto più volte esplicitamente, per esempio quando spiegò di non aver avvertito il Congresso dell’operazione militare in Venezuela perché i suoi membri “parlano troppo”. La scarsa trasparenza è un fattore costitutivo della leadership del Partito comunista cinese, che comunica solo quando strettamente necessario, controlla i media di stato e i social con l’accetta della censura. Ma in questo momento in cui entrambi i leader globali usano l’oscurità per i loro accordi, il mondo è costretto a leggere le foglie di tè. Ieri molti giornali anglosassoni avevano un articolo con lo stesso titolo: “Che cosa vuole davvero Xi Jinping da Trump”. Le risposte sono molteplici: secondo Hudson Lockett di Reuters, Xi non cerca il grande accordo, ma qualcosa di più semplice e forse più utile: prolungare la tregua commerciale e arrivare a un nuovo equilibrio che consenta ai due leader di dichiararsi entrambi vincitori senza affrontare i dossier impossibili. Secondo il Financial Times la stabilità economica è solo una parte del vertice, e Pechino avrebbe interesse a ottenere da Trump un rallentamento del sostegno militare americano a Taiwan. Per l’editorial board del Wall Street Journal è proprio Taiwan al centro di tutto, con una richiesta esplicita da parte di Xi di rinviare o bloccare la vendita di 14 miliardi di dollari di armi americane a Taipei, e commercio, terre rare, intelligenza artificiale e persino il sostegno cinese a Iran e Russia sarebbero invece le altre leve con cui Trump può provare a ottenere qualcosa in cambio. Steve Tsang, direttore del China Institute della Soas di Londra, ha scritto di non commettere l’errore di pensare che la politica estera cinese ruoti attorno agli Stati Uniti, perché Trump, nella strategia di Xi, è una variabile e non il fine. Pechino vuole tempo e spazio per rafforzare la propria posizione nel Sud globale, modificare gli equilibri mondiali e arrivare a Taiwan quando sarà convinta di poterlo fare. Sono tutte interpretazioni a grandi linee confermate anche dalla prima pagina del Quotidiano del popolo di ieri, che in un editoriale sottolineava l’obiettivo di costruire una “stabilità strategica costruttiva” tra le due potenze e presentarla come “un bene per il mondo”. Vuol dire: mantenere i rapporti così come sono, senza grossi scossoni, guadagnare tempo ed evitare che nei prossimi anni Washington freni l’ascesa cinese.
Come per la salute dei leader, però, l’unica cosa certa dell’incontro di oggi sono le speculazioni di sottofondo al sontuoso benvenuto della Casa Bianca. La notizia secondo la quale Xi Jinping sarebbe stato accompagnato da una delegazione di grandi manager cinesi è stata smentita, segnale che le aspettative su grandi accordi commerciali o investimenti saranno disattese. Così come gli accordi sulla sicurezza dell’AI annunciati dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent dopo l’incontro con il vicepresidente cinese He Lifeng, che secondo Politico non sono un vero meccanismo congiunto di gestione delle minacce ma una semplice linea di comunicazione. E per celebrare Xi alla Casa Bianca, dalla quale Trump ha appena cacciato media come Cnn e Politico, Reporter senza frontiere ha pubblicato ieri un nuovo rapporto sulla “campagna globale della Cina volta a distorcere il giornalismo in tutto il mondo”. Tutto sommato, i due hanno molte cose in comune di cui parlare.