Chi sale e chi scende nella corsa a sostituire Guterres all’Onu

Il suo mandato finisce il 31 dicembre, e ha deciso di non ricandidarsi. Candidati, accordi e consensi: il quarto voto è previsto sabato

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Foto ANSA

Finisce il 31 dicembre il secondo mandato da segretario generale dell’Onu di António Guterres, che ha deciso di non ricandidarsi. A parte avere ormai 77 anni, il decennio che ha trascorso alla guida del Palazzo di Vetro è stato decisamente sfiancante, e nelle sue più recenti interviste ha mostrato chiaramente la sua stanchezza. Guterres è stato il quinto europeo a ricoprire la carica, dopo il britannico Gladwyn Jebb, il norvegese Trygve Lie, lo svedese Dag Hammarskjöld e l’austriaco Kurt Waldheim. Prima di lui c’è stato un asiatico:, il sudcoreano Ban Ki-moon, per i due mandati dal 2007 al 2016. Secondo di quell’area dopo il birmano U Thant, tra 1961 e 1971. Per il principio di rotazione tra aree geografiche, ora dovrebbe dunque toccare all’Africa, che ebbe il mandato dell’egiziano Boutros Boutros-Ghali tra 1992 e 1996, e poi del ghanese Kofi Annan tra 1997 e 2006. Ma più ancora alle Americhe, il cui unico segretario fu il peruviano Javier Pérez de Cuéllar, tra il 1982 e il 1991. Si fa però prepotente anche l’altra esigenza di avere per la prima volta una donna. Per questo il 23 luglio scorso, al primo dibattito sul prossimo segretario generale, tra i sei candidati c’erano ben quattro donne delle Americhe: Michelle Bachelet, ex presidente del Cile ed ex Alto commissario Onu per i Diritti umani; Rebecca Grynspan, ex vicepresidente del Costa Rica ed ex segretaria della Comunità Ibero-Americana; Maria Fernanda Espinosa, ex ministra degli Esteri dell’Ecuador ed ex presidente dell’Assemblea generale dell’Onu; e Carolyn Rodrigues-Birkett, che in Guyana è stata ministra degli Affari Amerindiani e degli Esteri, e poi direttrice dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura e Rappresentante della Guyana al Palazzo di Vetro. C’era poi un uomo delle Americhe: l’argentino Rafael Grossi, che dopo essere stato ambasciatore in Austria è ora l’autorevole segretario dell’Agenzia per l’Energia atomica. Avendo anche la cittadinanza italiana, Grossi è appoggiato dal nostro governo. E un uomo africano, Macky Sall, già primo ministro e presidente del Senegal e dell’Unione africana.
Grossi è stato il più diretto, affermando che “il mondo sta vivendo il più alto numero di conflitti armati degli ultimi quarant’anni” e che l’organizzazione è “assente dalla risoluzione dei conflitti più gravi”. La Grynspan, ha fatto riferimento alla sua esperienza nella negoziazione dell’accordo sul Mar Nero. La Bachelet ha sottolineato che il Segretario Generale deve utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione. Sall ha raccontato di quando dopo l’inizio della guerra in Ucraina, si è recato a Mosca e Kyiv in rappresentanza dell’Unione Africana per difendere gli interessi di un continente di 1,5 miliardi di persone colpite dal blocco del porto di Odessa e dalla carenza di fertilizzanti. La Rodrigues-Birkett ha detto che “il Segretario Generale non può permettersi il lusso di non provarci”. La Espinosa si è soffermata sul cambio climatico.
Il 30 luglio, al primo voto formale, i candidati sono saliti a sette, con l’aggiunta di Olara Otunnu, già rappresentante permanente dell’Uganda all’Onu e ministro degli Esteri. Nello straw poll, il voto informale con cui i membri del Consiglio di sicurezza misurano il consenso sui candidati, ogni paese può esprimere un giudizio favorevole, contrario o nessuna opinione. A sorpresa è partita davanti Rebecca Grynspan, con dieci voti favorevoli, seguita dalla guyanese Carolyn Rodrigues-Birkett con nove e da Rafael Grossi con sette. Più indietro Macky Sall e Michelle Bachelet, entrambi a sei, Maria Fernanda Espinosa a cinque e Otunnu a due. Nel secondo voto, il 21 agosto, Rodrigues-Birkett è passata in testa con otto voti favorevoli, contro i sette di Grynspan e Grossi. Sall è rimasto stabile, mentre Otunnu ha guadagnato consensi. La corsa di Bachelet, invece, è crollata: dopo il cambio di governo in Cile, da Gabriel Boric a José Antonio Kast, Santiago le ha ritirato il sostegno e i suoi voti favorevoli sono scesi a due. Le altre due candidate latinoamericane, Espinosa e Ivonne Baki, entrata in corsa per iniziativa delle Tonga, non sono riuscite a imporsi: Baki ha addirittura raccolto zero voti favorevoli. Nel terzo voto, quello del 18 settembre scorso, la costaricana Grynspan è tornata in testa con nove voti favorevoli, davanti agli otto di Rodrigues-Birkett. Grossi è sceso a cinque, anche per le conseguenze diplomatiche della posizione di Javier Milei sulle Falkland, che gli ha fatto perdere l’appoggio britannico. Lo ha raggiunto Otunnu, mentre Sall ha ottenuto anch’egli cinque voti favorevoli, ma con nove contrari. Bachelet, ormai ridotta a un solo voto favorevole, si è ritirata. Restano in gara anche Espinosa e Baki, ma senza segnali di crescita: la prima ha ottenuto tre voti favorevoli, la seconda nessuno.
Il quarto voto è previsto sabato. Grynspan arriva dunque all’appuntamento in testa, ma la sua candidatura non è affatto chiusa: per scegliere il segretario generale serve infatti il consenso di tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, e la successiva ratifica dell’Assemblea generale è sostanzialmente una formalità. La Russia ha già fatto sapere di non gradire nessuno dei candidati. Se i cinque non troveranno un accordo, potrebbe quindi spuntare un nome nuovo, il cosiddetto “dark horse”. Nel 2016, per arrivare alla scelta di Guterres, furono necessarie sei votazioni preliminari.