Esteri
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Trump si affida a Xi per la stabilità globale. Ma a che prezzo?
Tappeti rossi pronti per il leader cinese alla Casa Bianca. I settori su cui si negozieranno i patti, da Pyongyang all'AI

Con le solite cautele temporali, ieri anche il ministero degli Esteri di Pechino ha confermato l’attesa visita di stato del leader Xi Jinping negli Stati Uniti, che inizierà domani e sarà la prima da più di dieci anni. Il portavoce Guo Jiakun ha usato parole particolarmente ottimistiche, e ha detto che due visite tra i capi di stato “nell’arco di sei mesi” (Trump era a Pechino a metà maggio) sono “una pietra miliare”. Nessuno, sia a Washington sia a Pechino, si aspetta grandi annunci dalla visita, ma i segnali di come si stia trasformando la diplomazia fra Stati Uniti e Cina sotto l’Amministrazione Trump ci sono già. Wu Xinbo, influente politologo della Fudan di Shanghai e ascoltato allo Zhongnanhai, ha detto ieri a Reuters che le relazioni fra le prime due economie del mondo sembrano ormai basate sul “dare e avere”.
Quello della transazione è il linguaggio preferito di Donald Trump, ma è anche quello su cui la leadership cinese ha più spazio di manovra. Nei primi mesi del secondo mandato di Trump la Cina ha dato prova di poter resistere all’assalto dei dazi, e di poter mettere in campo contromisure efficaci: a oggi, secondo diversi analisti, l’obiettivo di Xi Jinping è quello di mantenere lo status quo, prorogando la tregua commerciale e rafforzando allo stesso tempo l’economia cinese, che continua a esportare moltissimo (nel 2026 il surplus commerciale globale della Cina potrebbe restare a oltre mille miliardi di dollari come lo scorso anno). La stabilità però ha un prezzo, e Washington da giorni cerca di stabilire i confini della competizione. E’ in questo senso che molti analisti hanno interpretato l’annuncio del presidente americano di un accordo con Danimarca e Groenlandia che, secondo quanto comunicato da Trump, garantirà agli Stati Uniti un controllo “permanente” sulla sicurezza dell’isola. Il South China Morning Post ha raccolto la lettura degli analisti cinesi, secondo i quali la tempistica dell’annuncio serve proprio a rafforzare la posizione negoziale americana nel vertice con Xi, in una logica simile a quella del Canale di Panama, e cioè assicurarsi il controllo dei corridoi strategici nell’emisfero occidentale. Non a caso Pechino, mentre aumenta la cooperazione con Mosca nell’Artico, si muove lentamente per cercare di capire fin dove può spingersi. La contropartita è la priorità di Pechino, e cioè la libertà di manovra nel Mar cinese meridionale (su cui Trump non si è mai espresso: venerdì una nave della Guardia costiera cinese ha speronato di proposito un’imbarcazione filippina), e soprattutto l’isolamento di Taiwan, l’isola democratica autogovernata che il Partito comunista cinese vorrebbe annettere alla Repubblica popolare. Il presidente americano, rompendo una tradizione consolidata di ambiguità strategica, ha detto esplicitamente la scorsa primavera che Taiwan – e la vendita di armi americane all’isola – può essere una “pedina di scambio” con Pechino.
Ma se la reale, più urgente preoccupazione di Trump in questo momento è il petrolio, si capisce anche la difficoltà nel chiedere aiuto alla Cina in quello che i comunicati cinesi definiscono “la pace e lo sviluppo mondiali”. Sull’Ucraina, Xi continua a mantenere aperto il canale con Putin senza velleità di mediazione. Sulla Corea del nord, invece, nei giorni scorsi la leadership cinese si è proposta esplicitamente come intermediario per facilitare un quarto incontro fra Trump e Kim – un altro “favore” al presidente americano, che vorrebbe ottenere almeno un successo di politica estera, non si sa bene quale. In medio oriente il ruolo di Pechino è ancora più ambiguo: il ministro degli Esteri Wang Yi ha incontrato a Pechino l’omologo iraniano Abbas Araghchi portando un messaggio da parte dell’Arabia Saudita per una de-escalation, ma subito dopo gli houthi hanno attaccato la capitale Riad. Eppure, mentre Trump e Xi cercano di rendere più stabile il rapporto bilaterale, Pechino può presentarsi come il paese capace di tenere aperti i canali con Mosca, Teheran e Pyongyang. Per Washington si tratta di negoziare un modo per scaricare almeno una parte della gestione delle crisi, e per Pechino, è l’occasione di trasformare la propria rete di relazioni in leva diplomatica.
Ma lo stesso linguaggio della stabilità torna anche in altri settori più strategici, come quello spaziale e delle nuove tecnologie. Poco più di due settimane fa un alto funzionario della Space Force americana ha rivelato che gli Stati Uniti hanno dispiegato armi in orbita, e Pechino ha reagito il giorno dopo chiedendo agli Stati Uniti di fermare l’espansione militare e i preparativi bellici nello Spazio. E poi c’è l’intelligenza artificiale: nei colloqui di New York tra Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng, domenica scorsa, la Casa Bianca ha proposto di creare un meccanismo di notifica reciproca per gli incidenti legati all’intelligenza artificiale che possano raggiungere una soglia di sicurezza nazionale – venerdì la Cnn ha svelato che un rapporto d’intelligence americano prodotto con l’aiuto dell’AI aveva quasi spinto i militari americani a intercettare una nave cinese, sulla base di informazioni poi risultate false. Bessent ha definito il nuovo “US-China AI dialogue” un canale di comunicazione d’emergenza tra le due maggiori potenze dell’AI, con l’obiettivo di passare da una relazione “opaca” a una maggiore trasparenza sui rischi comuni. Il rischio dell’azzardo di Trump è proprio quello di fidarsi di Pechino come custode della stabilità, quando la Cina ha più volte dimostrato di considerare gli accordi strumenti, e non vincoli da rispettare, finché coincidono con i propri interessi.