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Trump incontra Burnham e Zelensky e si mostra benevolo. Le proposte di Kyiv
A New York il presidente americano vede il premier britannico e il presidente ucraino: il Regno Unito vuole riavvicinarsi all’Europa, Kyiv aspetta nuove garanzie. Washington continua a guardare alla Russia con occhi diversi dagli alleati

Donald Trump ha passato soltanto una giornata e mezzo a New York, il tempo per parlare all’Assemblea generale dell’Onu e magnificare le sue decisioni di politica estera – anche se una la deve ancora prendere: se “annientare” o no l’Iran – ribattezzando l’AI in “super-intelligenza”, la SI, e celebrando l’operato americano nel mondo: ha iniziato cupissimo, ha finito ricordando persino “la giustizia” per i popoli del mondo, e nel mezzo non ha menato troppo gli alleati, forse perché ormai è tutto rotto. Poi ha fatto qualche incontro, tra cui la sua prima volta con il britannico Andy Burnham e l’appuntamento con l’ucraino Volodymyr Zelensky.
I media britannici oggi avevano in bella vista la notizia dell’aiuto che il Regno Unito sta dando ai sauditi, alle prese con un’offensiva degli houthi, sostenuti dall’Iran, e con richieste di aiuto agli Stati Uniti finite nel vuoto. Il sostegno inglese non dovrebbe essere un problema per Trump, che però ha molte rimostranze nei confronti di Londra, in particolare per quel che riguarda la sua politica nei confronti di Israele (il governo inglese ha bloccato l’acquisto di prodotti degli insediamenti ebraici in Cisgiordania) e un po’ tutto il resto, dalle regole sull’intelligenza artificiale – ribadite in mattinata da Burnham in una colazione con i ceo del settore – fino alla cessione della sovranità delle isole Chagos, che per Trump è una cosa “terribile” e che Burnham, un po’ incerto, ha detto di voler rivedere. Poi ci sono i dazi e l’Ucraina, assieme agli attacchi “ibridi” della Russia all’Europa di cui il presidente americano sembra infischiarsene. Burnham ha preso le misure a Trump e il risultato all’apparenza sembra buono, il premier se l’è cavata con una buona risposta sull’immigrazione e ha incassato un complimento da Trump che lo ha definito “a natural business person”, che non è quel che gli inglesi direbbero del loro premier ma qui non si fa gli schizzinosi. C’è “una buona connessione”, ha detto Burnham, “le releazioni sono up”, ha detto Trump, migliori di quelle con l’ex premier Keir Starmer, che per Burnham è già di per sé un successo. Restano però le scelte che il Regno Unito deve prendere, come il riavvicinamento all’Ue – Burnham vuole nel manifesto del suo Labour frasi forti contro l’isolamento della Brexit – che non possono che metterlo di traverso con un’America che dell’unità e della forza dell’Europa nei migliori dei casi non s’interessa, nei peggiori tenta di minare.
La guerra russa contro l’Ucraina resta il tema più rilevante per gli europei e per Londra, che guida molte delle iniziative nel garantire il sostegno a Kyiv – in questo c’è una continuità tra governi conservatori e laburisti invero unica. Trump ha liquidato la questione nel suo discorso con il solito: dobbiamo porre fine a questa guerra in cui muoiono tante persone, e ha aggiunto un vago: la fine arriverà prima di quanto molti pensano, ma la fiducia degli alleati, come si sa, è consumata da anni di indifferenza e di abboccamenti tra Washington e Mosca.
Poi Trump ha incontrato Zelensky, che arrivava da molti incontri europei, in una giornata un po’ nera perché dalla lista dei sanzionati sono stati tolti due oligarchi molto vicini a Vladimir Putin, ma con altre rassicurazioni sul fronte militare e finanziario. Il presidente ucraino aveva incontrato il direttore della Cia, John Ratcliffe, che sembra avere un ruolo sempre più rilevante nei negoziati sull’Ucraina, e dai trascorsi di Ratcliffe sembra una buona notizia, mentre il segretario di stato Marco Rubio aveva dichiarato, smentendo il suo capo, che al momento non c’è nessun accordo. Trump è stato benevolo con Zelensky, ha elogiato la sua leadership, ha detto che gli ucraini sono molto “capaci” e “grandi combattenti” e che in discussione c’è un accordo sulla produzione congiunta di droni, e ha detto di voler applicare dove necessario la legge che è appena passata al Congresso sulle sanzioni secondarie alla Russia e all’Iran. Di concreto c’è stato poco, Zelensky, all’erta, ha ribadito la sua volontà di porre fine alla guerra – ha detto speranzoso: prima dell’inverno – e Trump ha ribadito di essere convinto che anche Putin voglia la pace, che è una delle distorsioni principali nella relazione tra questa America e l’Ucraina. La delegazione ucraina aveva molte proposte per una “de-escalation”, che interessa a Trump più per la questione energetica che per altro, e una roadmap dettagliata su come arrivarci: chissà se il presidente americano, come spesso in passato, si è annoiato.