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Hegseth trasforma il Pentagono in palestra
Dopo gli slogan su barbe e muscoli, il segretario alla Difesa s’improvvisa allenatore
22 SET 26

Foto LaPresse
L’altro ieri Pete Hegseth, l’autoproclamato segretario alla Guerra, in maglietta grigia con la scritta “This is War” ha iniziato a salire e scendere le gradinate dello stadio della Texas A&M insieme al corpo dei cadetti, l’organizzazione studentesca militare dell’università texana. Al suo fianco correva anche la moglie Jennifer. Ha pubblicato lui stesso l’immagine su X fra sorrisi e sudore mescolati in un allenamento mattutino che sembra venire da un film propagandistico hollywoodiano ma di altri tempi, con l’eroe che si allena con le truppe prima ancora che sorga il sole. Erano le immagini della prima tappa del “Send Me Tour”, lanciato per incontrare universitari e veterani sotto un titolo evocativo, che richiama il passo biblico di Isaia 6:8, quello in cui alla domanda di Dio “Chi manderò?”, il profeta risponde: “Eccomi, manda me”.
L’immagine, che a noi ricorda l’estetica vannacciana, racconta esattamente il tipo di guerra che Hegseth vuole combattere: quella di una battaglia culturale interna da barbe vietate, test fisici ed epurazioni di ufficiali giudicati troppo “woke”. Nel frattempo però il conflitto con l’Iran, di cui è stato tra i principali architetti, produce risultati sempre più difficili da difendere, nonostante la selezione fisica. Qualche giorno fa al Pentagono Hegseth ha ospitato pure gli ex youtuber e pugili Jake e Logan Paul, personaggi controversi e perfettamente integrati nell’immaginario Maga, se non fosse che nessuno sa il reale motivo della loro visita – Jake Paul, con varie questioni giudiziarie in sospeso, ha anche inspiegabilmente incontrato il segretario al Tesoro Scott Bessent. Una mossa simile a quella fatta con Kid Rock, portato in volo su un Apache dopo che Hegseth aveva riabilitato l’equipaggio sospeso per essere sfrecciato sopra casa sua. I media americani, anche quelli più conservatori, iniziano a criticare Hegseth apertamente: ma a lui (e a Trump) non interessa. L’importante è scegliere sempre il fronte più facile, e cioè quello delle telecamere, lasciando i pantani veri agli altri.