L’Europa si prepara alla guerra di Putin

Da Varsavia a Londra, i governi preparano eserciti, infrastrutture e protocolli d’emergenza. Perché mentre la Russia testa la Nato e l’America si allontana, il tempo della preparazione si accorcia

19 SET 26
Tradotto con IA
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Il premier polacco Donald Tusk ha detto che “la Russia non ha bisogno di oltrepassare il nostro confine”, sta già facendo la guerra contro l’Europa, con i droni, i sabotaggi, la disinformazione e “sappiamo dai nostri alleati che i prossimi mesi potrebbero portare ulteriori provocazioni”, perché Vladimir Putin sta testando l’unità della Nato e dell’Unione europea: bisogna essere pronti. Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha sottolineato la forza dell’Alleanza atlantica: vado a memoria, ha scritto su X, “il numero di aerei da combattimento: Russia 860; Ue 1.600; Nato 4.500, tra cui i caccia di quinta generazione: Russia 40, Ue 200, Nato 1.100”. Ci vogliono la volontà politica, la capacità di restare uniti e quella di prepararsi: la minaccia non è più in discussione. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha convocato all’Eliseo i servizi di intelligence, i militari e i leader di tutti i partiti dopo aver ricevuto un briefing di intelligence che circostanziava l’intensificazione degli attacchi russi contro obiettivi europei. “Nessuno è al riparo”, ha detto Macron, annunciando i piani per mettere in sicurezza le infrastrutture francesi, ma lanciando al contempo lo stesso messaggio del governo di Varsavia: bisogna prepararsi. Anche a Berlino il cancelliere Friedrich Merz, che combatte in anticipo rispetto alla stessa Francia l’ascesa di un’estrema destra che vuole la capitolazione dell’Ucraina e un dialogo con Mosca che è, nelle migliori dell’ipotesi, un vassallaggio, ha detto: questo è il momento in cui cambia tutto, in cui possiamo opporre la nostra unità alle mire di guerra russe. In ogni discorso ricorre il ricordo del settembre del 1939, Tusk, che è di Danzica, ha ricordato quelli che nel maggio di quell’anno dicevano: chi è che vuole morire per Danzica? “Pochi mesi dopo, tutta l’Europa stava morendo – ha detto il premier polacco – A coloro che oggi affermano che questa non è la nostra guerra, ricordo questa lezione di storia”. Ma preparativi e consapevolezza si muovono in modo diverso, e spesso incosciente, nei vari paesi europei. 
Il fronte dei Carpazi. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha convocato ieri a Bukovel, nell’Ucraina occidentale, il primo vertice del “Carpathian Eight”, il nuovo formato che riunisce Ucraina, Polonia, Romania, Slovacchia, Repubblica ceca, Austria, Ungheria e Serbia, con la partecipazione dell’Ue. L’obiettivo è costruire un alto livello di cooperazione regionale, dalla sicurezza all’energia, dalla logistica al commercio transfrontaliero. Gli otto paesi del nuovo gruppo sono quelli attraversati dalle rotte che tengono collegata l’Ucraina all’Europa e, in molti casi, quelli più esposti agli attacchi russi. Il primo ministro slovacco Robert Fico, che ha mantenuto i rapporti con Mosca ed è critico nei confronti del sostegno dell’Ue e della Nato all’Ucraina, avrebbe dovuto partecipare al vertice, ma ha cancellato il suo viaggio a Bukovel all’ultimo momento per problemi di salute. L’altro ieri Fico aveva detto che la guerra tra Russia e Ucraina è “fuori controllo” e che il rischio di un conflitto su scala europea “non è mai stato così grave”: “Non voglio che la Slovacchia sia coinvolta in un conflitto armato a causa di un certo articolo 5”.
La Nato a Copenaghen. Nella capitale danese ieri e oggi si sono riuniti i capi di stato maggiore dei trentadue paesi Nato, con un’agenda molto operativa: difesa collettiva, innovazione tecnologica e sostegno all’Ucraina. E’ la prima grande riunione militare dell’Alleanza dopo il vertice di Ankara e arriva mentre gli alleati devono tradurre i nuovi piani di deterrenza in capacità realmente disponibili. Una delle questioni più urgenti e operative riguarda il disimpegno americano dal teatro europeo, ma a Copenaghen c’è parecchia confusione: a causa della leadership di Pete Hegseth, il Pentagono attraversa una fase isterica, e per esempio il capo di stato maggiore è ancora ad interim. Secondo la Nbc, la Casa Bianca sta valutando il ritiro dall’Europa di almeno 25 mila soldati americani, quasi un terzo delle truppe americane presenti nel continente, ma per il giornalista americano Michael Weiss la soluzione trumpiana di ritiro non è così facile: secondo il National Defense Authorization Act, per scendere sotto i 76 mila militari in Europa per oltre 45 giorni serve l’autorizzazione del Congresso, così come per il trasferimento fuori dall’Europa di equipaggiamenti militari di valore superiore a 500 mila dollari.
L’esercito torna a fare la guerra. Per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, gli eserciti europei stanno tornando a essere progettati per una guerra convenzionale di grandi dimensioni. E’ la conclusione dell’ultimo rapporto dell’International Institute for Strategic Studies, “The Defence of Europe in a New Era”, che descrive la trasformazione più profonda degli eserciti europei dagli anni Novanta. La Nato ha ricominciato a ragionare in termini di divisioni, corpi d’armata e comandi multinazionali. Le brigate restano le unità operative di base, ma per una guerra ad alta intensità servono strutture capaci di coordinare uomini, artiglieria, difesa aerea, logistica e rinforzi. Il problema è che la ricostruzione procede più lentamente dei piani. L’Iiss individua ancora carenze significative in personale, artiglieria, difesa aerea, munizioni, mezzi corazzati e capacità di sostenere a lungo un conflitto. La Polonia è l’eccezione, e molte delle lacune non saranno colmate prima del 2030. I carri armati spiegano bene la situazione: confrontando gli arsenali di 22 paesi Nato nel 1991, nel 2011 e nel 2026 l’Iiss dimostra una drastica riduzione delle flotte corazzate negli ultimi trent’anni, particolarmente in Francia, Germania, Italia, Polonia, Romania e Regno Unito. Ora la tendenza si sta invertendo, ma per ricostruire una forza terrestre bisogna avere equipaggi addestrati, munizioni, manutenzione, pezzi di ricambio.
Ospedali e soldati tedeschi. L’Esercito tedesco ha analizzato i possibili scenari di guerra con la Russia e ha stabilito che, in alcuni periodi, potrebbero esserci fino a mille militari feriti al giorno. I cinque ospedali militari del paese non sarebbero in grado di gestirli e, secondo la legge tedesca, anche gli ospedali civili sarebbero tenuti a fornire assistenza in caso di guerra. “Il nostro sistema sanitario è pronto? L’unica risposta è: no”, ha affermato Benedikt Friemert, comandante dell’ospedale militare di Ulma. Il problema non si limita al numero di posti letto negli ospedali: vanno rafforzate le catene di approvvigionamento medico e va stabilita una cooperazione più efficace tra le strutture sanitarie militari e civili, ed è su questo che si sta lavorando (c’è anche il problema della dipendenza dalla Cina per molte sostanze per produrre medicinali, ma è una storia ancora più grande). Non ci sono solo gli ospedali: entro la fine del 2027, si prevede che la 45esima Brigata Panzer avrà circa 4.800 soldati tedeschi e avrà sede permanente in Lituania, sul fianco orientale della Nato. La base principale della brigata sarà a Rudninkai, a circa trenta chilometri dalla Bielorussia.
Le esercitazioni bielorusse. La Bielorussia ha concluso ieri delle esercitazioni militari vicino al confine con la Lituania e la Polonia – citando “minacce” alla sicurezza e sabotaggi – a ridosso del corridoio Suwalki, quel lembo di terra che rappresenta al contempo l’unico passaggio di terra tra la Polonia e i paesi baltici e il collegamento tra la Bielorussia e l’exclave russa di Kaliningrad. Le esercitazioni, sono durate quattro giorni, hanno coinvolto il dispiegamento di mezzi pesanti e truppe e hanno allarmato i paesi baltici ancora più del solito, da un lato perché la crescente integrazione militare tra Minsk e Mosca rende il corridoio sensibile, dall’altro perché le agenzie d’intelligence europee hanno capito che le esercitazioni militari di Mosca e Minsk camuffano quasi sempre piani operativi fatti di incidenti, attività ibride e, soprattutto, simulazioni di guerra contro la Nato, tentativi di ricognizione e di test della risposta della difesa aerea.
La preparazione dei baltici. Anche i paesi baltici sono tra i più preparati al peggio. Nei giorni scorsi la Lituania ha finalizzato i piani di evacuazione da Vilnius verso la Polonia in caso di attacco sulla capitale. I piani lituani sono molto circostanziati, e sono previste tre direttrici principali: una verso la Polonia, le altre verso nord e verso ovest. La scelta della direttrice e dell’ordine di evacuazione dipende dal punto e dalla gravità della minaccia. Secondo il piano, i cittadini con un’auto dovrebbero utilizzare le rotte prestabilite, per chi invece non può muoversi autonomamente il governo sta predisponendo un sistema di trasporto pubblico. Ma l’ordine è che l’evacuazione si inizi prima che la minaccia diretta si materializzi: se è già in corso un bombardamento, l’indicazione è di restare nei rifugi.
Movimenti di truppe. Oltre agli aerei da ricognizione Nato che nei giorni scorsi hanno controllato l’area di manovra delle esercitazioni bielorusse, in questi giorni è in corso a Gotland, l’isola strategica svedese nel Mar Baltico, l’esercitazione militare “Silver Wotan”, che coinvolge forze tedesche e svedesi. L’obiettivo è testare la capacità di dispiegare rapidamente rinforzi sull’isola e di difenderla in caso di crisi, con particolare attenzione alla sicurezza del Baltico.
Il “War Book” britannico. Il Regno Unito ha ripreso in mano il suo “War Book”, che era stato messo via dopo tanti anni di pace (c’è una splendida copia del 1976, con appunti a mano tenuti insieme da un elastico, negli Archivi nazionali di Kew). Ora tutti i ministeri sono stati attivati per completare liste e individuare richieste o elementi di forza entro la fine dell’anno nel caso in cui il paese dovesse entrare in guerra. Il governo ha inoltre annunciato una grande esercitazione nazionale nel 2027, dalla risposta locale fino ai ministri, con centinaia di funzionari coinvolti. A differenza di molti altri paesi europei, nel Regno Unito non ci si divide di continuo sulla necessità di difendere l’Ucraina: gli inglesi hanno preso molte decisioni incoscienti, ma sulla minaccia russa non tentennano.