I folli occidentali federati da un nemico comune: l’ebreo israeliano

Nora Bussigny, giornalista francese di origini marocchine, racconta l'antisemitismo mascherato da progressismo: ecco il “sur-blanc”, il perfetto capro espiatorio del wokismo

19 SET 26
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Il presidente francese Emmanuel Macron partecipa alla giornata dedicata al ricordo di Alfred Dreyfus e alla lotta contro l'antisemitismo (Foto ANSA)

“Sotto la copertura dell’antisionismo è l’antisemitismo a prosperare. Non un antisemitismo vergognoso, represso. Ma un antisemitismo esuberante, militante, vestito degli stracci del progressismo”.
E’ un libro da leggere, e senza dubbio da rileggere tra una decina d’anni, quello di una coraggiosa giornalista francese di origini marocchine, una non ebrea, Nora Bussigny, che è stata accusata per questo di essere una “sale traître”. Il suo libro “I nuovi antisemiti” è in uscita in Italia per le edizioni Setteottobre nella traduzione di Daniele Scalise e che sarà presentato domani a Pordenonelegge assieme all’ex premier francese Manuel Valls.
La giornalista non si è limitata a far parlare gli antisemiti: li ha frequentati. Sotto falso nome, Bussigny ha partecipato alle loro manifestazioni, ai loro seminari e ai loro canali social; ha intervistato i leader dei gruppi antisemiti e si è mossa fra licei, università e collettivi. Ha camminato con loro e accanto a chi glorificava il 7 ottobre. Il risultato è sconcertante. Lo stesso lavoro lo aveva fatto quando Bussigny si era infiltrata per un anno nei movimenti woke. E ne aveva tratto il libro “Les Nouveaux Inquisiteurs”. I nuovi inquisitori e la follia morbosa, uterina e fanatica che sta facendo a pezzi la mente occidentale.
Un’inchiesta che l’ha portata a questa conclusione: questa ultrasinistra (costituita da pseudo comunisti, Antifa, black bloc, ecologisti radicali ed elettori della France insoumise) è riuscita a federare le sue lotte disparate intorno a un nemico comune: la figura dell’ebreo, ribattezzato “sionista” per poterlo odiare senza vergogna come scriveva Vladimir Jankelevitch. Nei campus universitari, nelle manifestazioni, nelle associazioni di difesa dei diritti delle minoranze razziali o Lgbt, la demonizzazione dell’ebreo israeliano è ormai egemone. Ma è profumata di giustizia e vestita di diritti. Bussigny mostra che l’antisemitismo non ha bisogno di confessarsi tale per funzionare. Gli basta un vocabolario aggiornato (wokista) e una causa nobile (Gaza).
Il maschio bianco eterosessuale era già il capro espiatorio preferito per il wokismo; l’israeliano è diventato il suo superlativo, il “sur-blanc”, come lo definisce Bussigny. Un ebreo che osa possedere uno stato, un esercito, una memoria che non si lascia cancellare, è insopportabile per chi ha fatto della vittima permanente la propria teologia, i butleriani occidentali. Si impara così a non pronunciare più la parola “Israele”, come un pasdaran iraniano. Si impara che ogni ebreo deve dimostrare di non essere sionista prima di poter parlare. Si impara che l’intifada non è un fatto storico lontano: è un progetto esportabile, da e verso le banlieue.
“Quando gli ebrei non sono più al sicuro, è tutta la democrazia a essere in pericolo” scrive Bussigny. “Non è una questione comunitaria: è una questione di civiltà”. Il multiculturalismo, nel nome della decolonizzazione woke, sta colonizzando se stesso fino all’autodissoluzione. Alla Bussigny lo dice un intervistato: “Siamo pronti a portare l’intifada a Parigi? Nelle periferie, nei nostri quartieri?”.
Gli ebrei francesi non aspetteranno di conoscere la risposta: una media di undici al giorno oggi fa le valigie per emigrare in Israele. L’emigrazione silenziosa è la sentenza più spietata che una storica minoranza perseguitata possa pronunciare contro la società che la ospita e che, ancora una volta, le si è rivoltata contro.