Esteri
Fauda, guerra e pace •
Com'era Tolstoj per la Russia. Capire Israele, le sue ferite e il suo travaglio con una serie tv
Da "Fauda" a "Shtisel", passando per "Naza", l'Israele che raramente entra nei talk show: la guerra e la sicurezza, la fede e le divisioni, il trauma del 7 ottobre e il rapporto complicato con il proprio esercito. Per capire un paese, a volte, è meglio guardare come si racconta
19 SET 26

Foto LaPresse
I grandi romanzi e le grandi serie televisive hanno una cosa in comune: sono forse gli strumenti più efficaci per capire davvero un paese. Più delle statistiche, più dei discorsi dei politici, a volte persino più dei libri di storia. Perché raccontano non soltanto ciò che una società fa, ma ciò che sogna, ciò che teme e soprattutto ciò che non riesce a dire di sé. Per capire la Russia non bastavano gli zar: servivano Tolstoj e Dostoevskij. Per la Francia c'era la Comédie humaine di Balzac. Dickens raccontava l'Inghilterra industriale meglio di un rapporto parlamentare. E per capire una certa Italia, le sue élite e il trasformismo, si poteva sempre tornare al Gattopardo. Il romanzo era, e naturalmente resta, il sismografo di un'epoca. Ma oggi quel mestiere lo fanno sempre più spesso anche le grandi serie televisive. The Wire è stato un grande romanzo americano su Baltimora, la droga, la polizia e il fallimento delle istituzioni.
Borgen ha raccontato la politica scandinava meglio di molti saggi. L'Italia arranca un po' nel grande mercato delle piattaforme: nell'immaginario globale resta soprattutto Gomorra. Peccato.
Israele, invece, è un caso particolarmente interessante perché le due forme di racconto convivono. Accanto a una grande letteratura contemporanea (Eshkol Nevo, Assaf Gavron, Roy Chen) è nata una straordinaria industria delle serie televisive, capace di trasformare storie profondamente israeliane in successi globali sulle piattaforme. Shtisel, Teheran, Hostages e soprattutto Fauda hanno attraversato confini, lingue e culture.
Ed è proprio Fauda il caso più sorprendente. Una serie israeliana, recitata in larga parte anche in arabo, che è riuscita a conquistare pubblico ben oltre Israele, compreso quello dei paesi arabi. Un paradosso solo apparente: perché Fauda non racconta semplicemente il conflitto israelo-palestinese. Racconta la paura, l'ossessione per la sicurezza, il trauma, la vendetta, la familiarità quotidiana con la violenza, ma anche l'intimità e la vicinanza quasi claustrofobica fra due mondi che si combattono e che, nello stesso tempo, si conoscono profondamente. Se volete capire qualcosa dell'Israele che si prepara ad andare al voto con il 7 ottobre ancora addosso, guardatela. E subito dopo, per riprendere fiato, guardate Shtisel.
Piccola digressione, consentitemela. Shtisel racconta una famiglia haredi di Gerusalemme senza trasformarla in una caricatura. Religione, matrimoni, Torah, regole. Ma soprattutto desideri, amori, gelosie, rimpianti. Akiva è un artista e un sognatore, sospeso tra quello che vuole e ciò che la comunità si aspetta da lui. Suo padre Shulem appartiene invece a un mondo nel quale famiglia, tradizione e religione sono inseparabili. È anche uno spaccato di quella parte del mondo ultraortodosso che mantiene una distanza profonda dal sionismo, dal servizio militare e dai suoi simboli. Shtisel è quasi il contrario di Fauda: lì Israele è silenzio, famiglia, fede; qui è rumore, guerra, sicurezza. Insieme raccontano due Israele che convivono nello stesso paese.
Ma prima del relax c'è Fauda. E c'è quella ferita ancora sanguinante che si chiama 7 ottobre. Non guardatela perché racconta "la verità". Diffidate da chi possiede la verità sul conflitto israelo-palestinese: di solito la possiede comodamente seduto a qualche migliaio di chilometri da Tel Aviv e Gaza. Magari passa venticinque minuti in piedi alla Mostra del cinema ad applaudire un film, appende la bandiera palestinese al balcone o sfila al corteo cantando "Hamas, Hezbollah, gloria eterna a Nasrallah".
Fauda fa qualcosa di più interessante e più scomodo: racconta il clima. La paura, il trauma, la rabbia, la vendetta e il dubbio sulla vendetta. E soprattutto una parola che dopo il 7 ottobre attraversa Israele da destra a sinistra: sicurezza. Mai più.
Gli israeliani litigano su Netanyahu, Gaza, gli ostaggi, la guerra, il governo, le responsabilità del 7 ottobre. Litigano moltissimo, come sanno fare soltanto loro. Ma sotto tutto questo rimane una convinzione: ciò che è accaduto quel giorno non deve poter accadere di nuovo. È dentro questa ferita che nasce la nuova Fauda. Doron e gli altri non sono supereroi. Lior Raz li ha definiti "broken warriors", guerrieri spezzati. Combattono il nemico ma anche quello che il nemico ha lasciato dentro di loro. Il 7 ottobre non è più una data: è una presenza. Ed è qui che una serie riesce dove spesso fallisce il dibattito occidentale. Per qualche ora ti obbliga a guardare una società dall'interno invece di giudicarla dall'esterno.
Prendiamo l'Idf. Per noi è "l'esercito israeliano". In Israele è qualcosa di più complicato. È un esercito di leva, con un enorme sistema di riservisti. Nell'Idf ci sono figli, fratelli, compagni di università, il vicino che la mattina lavora in un'azienda informatica e la sera riceve la chiamata del suo reparto. L'esercito è una delle istituzioni attorno alle quali Israele ha costruito la propria sicurezza. Questo non significa che non possa sbagliare. Può farlo, anche gravemente. Soldati e ufficiali possono commettere reati o errori, i vertici possono avere responsabilità enormi. Il 7 ottobre ha dimostrato che anche istituzioni considerate solidissime possono fallire. Ma una cosa è accertare le responsabilità. Un'altra è mettere sul banco degli imputati un'intera istituzione.
E qui arriviamo a Naza, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor costruito attorno a ventiquattro testimonianze anonime provenienti dall'esercito e dall'intelligence. Le accuse sono gravissime e vanno ascoltate e verificate. L'Idf le respinge e contesta anche l'impossibilità di verificare identità, ruoli e conoscenza diretta dei fatti dei testimoni. Poi è arrivata la politica, con l'inevitabile gara a chi la spara più grossa. C'è stato perfino chi ha proposto di togliere la cittadinanza ai registi. Una follia. Anche Israele ha i suoi Vannacci.
Ma non è questo il punto. Ventiquattro testimonianze anonime possono aprire interrogativi e obbligare l'esercito a rispondere. Non sostituiscono l'accertamento dei fatti. Servono prove, documenti, responsabilità individuali e quella commissione d'inchiesta sul 7 ottobre che Israele dovrà prima o poi affrontare. Chi ha sbagliato deve pagare.
Tra Naza e Fauda, però, scelgo Fauda. Perché è più scomoda. Doron non è un santino dell'Idf. È laico, tormentato, spesso ingestibile. I suoi compagni hanno vite, caratteri e sensibilità religiose diverse. Litigano, hanno paura, sbagliano, perdono amici e pezzi di sé. Ma su una cosa non litigano: Israele deve essere difeso. Non Netanyahu. Israele.
È una distinzione che da fuori si continua a non capire. Si può contestare un governo e sentirsi parte dello stesso paese. Si può detestare un primo ministro e indossare una divisa quando quel paese viene attaccato. Si può chiedere conto ai generali del disastro del 7 ottobre senza considerare l'esercito un nemico della società. Fauda racconta questo travaglio meglio di cento dibattiti televisivi. Racconta una nazione che va al voto con una ferita ancora aperta e che dovrà decidere non soltanto chi la governerà, ma quale sicurezza costruire dopo che quella precedente è crollata in poche ore.
Ecco perché Fauda andrebbe fatta vedere nelle università. Non per spiegare che Israele ha ragione o che i palestinesi hanno torto. Ma per fare qualcosa che oggi sembra quasi sovversivo: capire prima di giudicare. Una volta servivano mille pagine di Tolstoj. Oggi, qualche volta, basta accendere Netflix. E scoprire che uno dei romanzi più interessanti sull'Israele del dopo 7 ottobre non è un romanzo. È Fauda.