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riscatti e polemiche •
Sánchez chiede aiuto a Haftar per liberare un cittadino spagnolo
Madrdi e Bengasi avevano smesso di parlarsi ma ora il generale libico si offre per intercedere con i terroristi che hanno rapito Juan Mirales Gomez in Burkina Faso
18 SET 26

L'ambasciatore spagnolo in Libia con Saddam Haftar
Nel corso di un incontro ufficiale tenuto lunedì scorso a Bengasi, i rappresentanti del governo spagnolo hanno chiesto al vicecomandante generale libico Saddam Haftar la sua intermediazione per liberare un cittadino spagnolo, Juan Mirales Gomez, rapito dieci giorni fa in Burkina Faso. Sebbene i media libici e spagnoli abbiano presentato il vertice come l’occasione per riallacciare un dialogo diplomatico ed economico fra Madrid e Bengasi che era ormai congelato da tre anni, fonti del Foglio riferiscono che il vero oggetto dell’incontro fra Haftar e l’ambasciatore Javier Soria Quintana sia stato il rilascio di Gomez. La notizia del rapimento del commerciante spagnolo, avvenuta nella zona al confine tra Burkina Faso e Mali, risale al 4 settembre. Nessun gruppo armato ha ancora rivendicato il gesto, ma l’area rientra nel raggio d’azione di Jnim, il Gruppo di sostegno dell’islam e dei musulmani, affiliato ad al Qaida.
Per Haftar, la liberazione del cittadino spagnolo potrebbe diventare l’occasione per ristabilire rapporti politici con Madrid, che da anni sono pessimi, complici i continui sequestri di armi e droga diretti a Bengasi e compiuti dalla Guardia Civil. Per non parlare del mandato d’arresto emanato dai giudici spagnoli nel 2023 proprio a carico di Saddam Haftar nell’ambito di un’indagine per traffico di armi. La successiva chiusura del campo petrolifero libico di el Sharara – controllato dalla spagnola Repsol – come ritorsione e ordinata da Haftar nel 2024 ha evidenziato quanto il governo di Pedro Sánchez sia ricattabile.
Haftar ha rapporti stretti con i gruppi terroristici della regione – da al Qaida allo Stato islamico, passando per gli autonomisti tuareg – che sono suoi interlocutori indispensabili per i traffici di uomini e materie prime che conduce fra la Libia e il Sahel. Negli ultimi tempi, il generale di Bengasi sta puntando molto su queste sue relazioni pericolose per accreditarsi in occidente come leader indispensabile per liberare i prigionieri finiti nelle mani dei terroristi islamici. A metà agosto, Haftar ha ottenuto la liberazione del missionario americano Kevin Rideout, rapito in Niger dallo Stato islamico. Qualche giorno dopo ha liberato due mercenari russi degli Africa Corps che erano stati catturati in Mali da Jnim e dai tuareg. In tutti questi casi, Haftar non ha fatto propriamente da mediatore, ruolo ben più delicato lasciato ai trafficanti di droga locali. Il generale libico ha piuttosto fatto da corriere incaricato di consegnare ai rapitori il denaro necessario a pagare il riscatto e poi a ricondurre in Libia i prigionieri una volta liberati. Denaro messo a disposizione dagli Emirati Arabi Uniti, impegnati come sono a sponsorizzare il generale libico come leader della regione.
La questione del pagamento dei riscatti a beneficio dei terroristi islamici è controversa. A ottobre dello scorso anno era emersa in tutta la sua gravità quando Abu Dhabi aveva versato circa 50 milioni di dollari per liberare un membro della casa reale, lo sceicco Ahmed bin Maktoum bin Juma al Maktoum, rapito da al Qaida a Bamako. Fra chi contesta questa pratica c’è l’Algeria, che condivide centinaia di chilometri di confini con paesi come Mali e Niger infestati dai terroristi islamici. Secondo molti analisti, la decisione della settimana scorsa con cui il governo di Algeri ha deciso di rompere ogni rapporto diplomatico con gli Emirati Arabi Uniti è almeno in parte motivata dal flusso di denaro che da Abu Dhabi arriva ai gruppi terroristi del Sahel per liberare ostaggi. Sebbene non abbia chiarito pubblicamente le ragioni della crisi diplomatica con il paese del Golfo, il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune vede gli Emirati Arabi Uniti come una minaccia per la sicurezza nazionale, ma anche come un ostacolo agli sforzi diplomatici che Algeri si è intestata in questi anni per preservare la stabilità del Sahel. Per Geoff Porter, presidente della North Africa Risk Consulting Inc., l’attivismo emiratino in Libia, Marocco e nel resto della regione è una minaccia condivisa da molti: “L’Algeria vanta una solida presenza internazionale. La rottura dei rapporti con gli Emirati Arabi Uniti non ha inciso su tale aspetto in modo significativo – spiega Porter al Foglio – Anzi, secondo quanto riferito, alcuni leader hanno espresso privatamente apprezzamento all’Algeria per aver impartito un richiamo quanto mai necessario alla politica estera interventista degli Emirati”.